Rime

Bernardo Tasso

© Biblioteca Italiana
2003
Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato

[Dedica]

Al Prencipe di Salerno suo Signore

Porto fermissima opinione, illustrissimo Signor mio, che la novità de' miei versi, cosa non meno invidiosa che dilettevole, moverà molti a vituperarli: e di questa novella tela altri le fila, altri la testura biasimerà, parendoli forse mal convenirsi alla lingua volgare, posto da canto le Muse toscane, alle greche et alle latine accostarsi, e quelle oltre il loro costume in varie e strane maniere di rime, inni, ode, egloghe e selve, quasi per viva forza costringer a favellare. La qual opinione, quantunque alla maggior parte delle persone vera parer potesse, punto dal mio cominciato proponimento non mi dovrebbe rimovere, perché ogni buono et approvato artificio fu debile e frale cosa sul cominciare, et ove un picciol raggio della ragione ci mostri il camino, ivi dietro a sua guida securamente e senza paura di biasimo si potemo inviare: che non è vizio il fallire, essendo proprio dell'uomo, ma errare da se medesimo e con una sciocca arroganzia darsi ad intendere d'esser solo alla cognizion della verità è colpa non solamente da esser ripresa ma castigata. Dalla quale superbia quanto sia lontano il mio errore, ch'errore non niego che vi si trovi, alquante delle ragioni ch'a ciò fare mi confortato adducendo a voi, umanissimo mio Signore, manzi che più oltre passiate con brevi parole intendo di dimostrare, ché non è insto che da Signor sì gentile e sì mansueto come voi sete lingua o composizione prosuntuosa sia udita, né letta.

Non dubito punto che molti più curiosi che non si conviene mi riprenderanno perch'abbia ne' miei scritti introdotte alcune poche parole dal Petrarca, né da Dante, né forse da altri usate giamai; ripigliate alle volte in un solo poema in vani luoghi una rima; et altre cotai cose: alle quali obiezioni, tutto che avendo riguardo alla dignità della lingua, qual esser dovrebbe, non qual è tenuta, è bassa cura il porvi mente, non mi rimarrò però brevemente di rispondere che le parole, o sono ricevute da l'uso e degne della compagnia dell'altre, o vero necessarie, più almeno che miserere, delibo e bibo et altri simili non sarebbeno; né ho la rima ripigliata, se non tanto lontano che già è uscito della memoria di chi legge d'averla udita un'altra volta. Né credo però che ad alcuno debba cader nell'animo me esser di sì folle ardimento ch'io sdegni d'imitare i duo lumi della lingua toscana Dante e Petrarca. Ma avendo que' gloriosi con un loro raro e leggiadro stile volgare sì altamente ritratti i lor divini concetti che impossibile sarebbe oggimai con quelli istessi colori depinger cosa che ci piacesse, vana mi parrebbe ogni fatica ch'io usassi, non pur per passar avanti, ma per andarli vicino, caminando di continuo dietro forme loro. Oltre di ciò, Bendo tanto ampio e spazioso il campo della poesia, e segnato da mille fioriti e be' sentieri, per li quali quegli antichi famosi greci e latini caminando le carte di meravigliosa vaghezza depinsero, non è forse dicevole que' due soli o tre, ove quelli le vestigia del loro alto intelletto hanno lasciate, di continuo premendo, dir quelle istesse cose con altre parole, o con quelle istesse parole altri pensieri ch'eglino i loro divinamente scrissero: anzi pietoso Uffizio sarebbe di ciascuno questa ancor giovene lingua per tutti que' sentieri menare che i Latini e i Greci le loro condussero, e la varietà de' fiori mostrandole de' quali l'altre due ornandosi sì vaghe si scopreno a' riguardanti, e come si colgano appurandole, a quella perfezione condurla che dal mondo si desidera, e nell'altre due si ammira. Alla qual cosa desideroso (quanto le debili forze del mio ingegno si estendeno) donar compimento, novi et inusitati dissegni fingendo, i peregrini excellenti quanto ho saputo mi sono ingegnato d'imitare, sperando pur, che sì come altra volta le Muse di Grecia a' Latini di poetare insegnarono, così ora potesse avenire che, quelle e queste di compagnia, vaghezza accrescessero alle volgari, la quale ci fosse a grado almeno non altrimenti che ne' sontuosi conviti, fra i cibi più delicati e più preziosi, frutto o altra vil cosa volentieri solemo gustare. Ben è vero che ciò facendo sommamente desiderava che alle bellezze di Virgilio, di Teocrito, d'Orazio e d'altri cotali l'abito delle parole toscane si conformasse in maniera che mostro a caso fatto non ci paresse, il che non essendo ad effetto recato, altri per aventura di maggior virtute ch'io non son io sorgerà dopo me, il quale con non minor utilità della lingua volgare che con onor di se stesso l'opra al volere uguaglierà, dando a divedere alle gemi la poesia degli antichi, colta dalle mani moderne, esser atta a rinovellarsi fra noi di fiori e di frutti d'altrettanta bellezza di quanta Roma o Atene gli producesse giamai. Né sia chi dica la lingua toscana non esser degna de l'onore e degli ornamenti delle due prime, però che veruna lingua mortale, qual che si sia, non ebbe, né avrà mai privilegio da sé di sovrastare alle altre, ma ogni sua excellenzia è sola grazia e gentilezza del donatore. Per la qual cosa accadendo una volta ch'alcun saggio e liberale intelletto toglia a favorir la volgare, facilmente ella a tale aggiungerà che né la greca, né la latina ch'ella sia loro sorella si potranno sdegnare. E chiunque ciò piega, rimembrisi un poco questo cotale della Griselda, la quale tolta poco manzi dalla casa di Giannucciolo suo padre, ove nacque e crescette, alle nozze del Signor di Saluzzo, non altrimenti che se la cortesia di Gualtieri l'avesse in virtù convertita, a guisa di gemma dal fango raccolta illustrò il mondo del suo valore. E veramente è malfatto, essendo piena la scrittura volgare d'aspirazioni e d'apostrofi, cose tutte peregrine e soverchie all'intendimento di lei, i soggetti, le figure e gli ornamenti dell'altre due, necessarii alla bellezza et alla dignità sua, non curar d'imitare. Or di questo non più.

Vegniamo alle rime, alle quali danno alcuni grandissimo biasimo, parte per esser a l'altrui dissimili et a lor modo senza exempio venino qua e là ravolgersi, parte per mancar di quel fine ove fin da principio furo ordinate, cioè de l'armonia, della quale ad alcuni giudiciosi e grand'uomini paiono privi i miei versi non altrimenti che se mute fossero le note loro. Alle cui reprensioni sono poco soggetti gli inni e le ode, le cui voci, in picciola stanza rinchiuse, subitamente a guisa d'eco una e due volte vanno iterando il suono proposto; nel rimanente ho cercato più tosto d'assimigliarli ai primi inni et alle prime ode ond'io tolsi a formarle, che a qual si voglia canzona, o provenzale o toscana, ch'io vedessi giamai. Però lasciando loro da canto et alle altre mie composizioni passando, delle quali credo parlare chi mi reprende, sappiate, valorosissimo Signor mio, che fra le cose greche e latine degne d'imitazione e d'onore, una è al parer mio quella maniera di verso puro exametro, il quale di continuo caminando con egual passo, ove e quando gli piace fornisce il suo cominciato viaggio. Con questo felicemente cantò Omero gli eroi, Esiodo l'agricoltura, e Teocrito i suoi pastori; con questo la lingua latina non solamente ebbe ardir di parlar di cotai cose, ma quelle medesime sparse e divise fra i poemi di Grecia mirabilmente unio e raccolse nel suo Virgilio. Di questo adunque essendo finora mancata la nostra lingua moderna, e d'adornarvela procurando, longamente sono stato, e sono ancora intra due, però che la forma a tal fine da me novellamente ritrovata non m'aggrada del tutto, né le ragioni ch'altri l'adduce in contrario la mi peon far dispiacere. Non negherò il verso esser endecasillabo e non exametro, ma tutto che d'allungarlo e di renderlo al numero di quello più simile che si potesse mi sia affaticato, non ho potuto giamai quella forma darli che già nell'animo fabricata m'avea, sì che più tosto numero di prosa non avesse che di verso: il che di questa testura ritrovare mi diede cagione, la qual ricevendo quelle parti che 'l verso da sé di ricevere o non è o non seppi far capace, forse potrà servir per exametro, fin che più elevato ingegno trovando di meglio, più perfetto ornamento a questa lingua aggiungerà. Ma se la rima, come alcuni dicono, è tale al verso volgare quale sono i piedi al latino, così come nelle comedie di Terenzio e d'altri, che piedi e mani vi si vedessero, vizioso sarebbe, e pur è verso, perché non così a' volgari può esser lecito asconder alcuna volta ne' versi loro la rima, e quella fra le altre parole mischiare in maniera che prima ella ci trappassi l'orecchie ch'uom s'accorga di doverla incontrare? specialmente tale essendo il sogetto,che men male per aventurasarebbe tutto affatto di così puerile ornamento spogliarlo, che troppo adorno di parolette e dirime lasciarlo vedere? Ma posto che vizio fosse ne' miei versi il celar l'armonia della rima, veramente non è da loro il difetto, nei quali senza più indugio di quarto in quarto cortesemente parla e risponde la rima: che così come il terzetto generò Dante d'una metà del sonetto, così d'altra è nata la mia testura,onde a lei, se non, del tutto, sì almeno come a madre figliolo in gran parte si rassimiglia. E Dio volesse che i duo versi dimezzo senza altra loro armonia, e con la vaghezza delle parole e con la gravità delle sentenzie, come alla materia più dicevole fosse, di maniera ci addolcissero che d'udirla rima del quarto il desiderio ci facessero dimenticare: che maggior loda me ne spererei che di cosa ch'io facessi giamai; ma non è in loro questa virtù, e la colpa di che gli udimo accusare è solamente una usanza, ond'ha il mondo in costume di molto più intentamente le composizioni degli antichi ascoltare e gradire ch'egli non fa de' moderni, vivi ancora agli odii et alle invidie delle persone. Diranno alcuni per aventura che la discordia de' due versi di mezzo è cagione d'allontanar la vicinità degli estremi, la qual cosa, se così è, che altro posso dire a difendermi, se non ringraziar Dio che ve ne interponessi due soli, nel modo ch'io ho veduto tener il Petrarca nella fine d'alquanti de' suoi sonetti, e non vi ponessi que' sei o sette tutti discordi che ha la sestina e la canzona Verdi panni sanguigni? le quali ebber ventura a nascer di cotai padri, et a tempo quando il mondo non era sì intento a notare e riprendere i vizii degl'innocenti. Per tutto ciò non vo' dir questa mia testura esser cosa così perfetta che di miglior non se ne potesse ritrovare, e conosco le mie egloghe non esser così signore di se medesime come sono le virgiliane, che l'andare e lo stare sia a voglia loro: e di ciò è la rima cagione, la quale solo ch'ella si oda una volta, mal nostro grado duo o tre passi più oltre che mestieri non ci sarebbe di caminare ci trasporta. Pur di tanto ancora elle sono libere, che la fine della sentenzia alla fine della rima non obedisce, della quale libertà manca senza alcun fallo il terzetto, che per niente sul verso secondo posarsi non oserebbe, et oltre il terzo varcare non altrimenti gli sarebbe mortale che a Remo fosse il saltar le mura di Roma. Oltre di ciò, però ch'io credo con Cicerone la rima non esser altro che un ornamento del dire, così come una voce, un portamento medesimo, ad eteri, ad effetti et a sessi diversi non si conviene, così ancora con una forma di rima i gesti eroici e la semplicità pastorale descrivere pare cosa lontana d'ogni ragione. Ma che vo io contemplando negli altrui sembianti questa cotal verità ? se Isocrate et Ortensio, duo chiari lumi dell'antiqua eloquenzia, nell'età giovenile miglior oratori de se stessi già vecchi fur reputati, e ciò fu per esser le orazioni di quelli troppo più numerose e più dolci ch'alla gravità dell'età loro si richiedesse, chi potrà dire con verità che una consonanzia di rima la quale di continuo ad ogni due versi ci lusinghi l'orecchie, numero veramente anzi puerile che no, nell'egloga e nell'eroico ancora, e nell'eroico istesso in diversi propositi, narrando, disponendo e movendo, si convegna osservare? e per certo l'armonia delle Muse e d'Apollo, ond'ha il verso la sua excellenzia, non deve poter esser cosa sì proporzionata e sì nota all'orecchie del volgo come è la rima, la quale, se alle prime composizioni della lingua toscana si guarderà, a niuno altro fine giudicheremo che si formasse, che a ballare, cantare e sonare con esso lei, dalle quali tre nostre assai basse e volgari operazioni questi tre nomi, cioè ballata, canzona e sonetto, si derivaro. Questo sia detto da me, non ch'io odii la rima e quella studi di biasimare, che non è forse men male il fuggirla che 'l seguitarla, ma per l'amore ch'io porto alla nostra gentilissima lingua, la quale tutto che 'l volgo la generasse, volgarmente non si dovrebbe allevare, ma in maniera che degna, paresse oggimai della gentilezza d'Italia.

Dunque a proposito ritornando, confesso a chiunque m'ascolta non esser tale la mia testura quale altri crede ch'io la tegna; confesso altresì la rima esser sola cagione del suo peccato, non per poco, come molti dicono, ma per troppo sentirsi; e non altrimenti che se in lei sola tutta la speranza del verso volgare si riponesse, prosuntuosa ad ogni suo passo volerlo incontrare e, quello e più tenendosi ch'ella non è, farglisi manzi, vietandogli con la sua presenza mille altre chiare e leggiadre viste che delle loro bellezze vago il faccessero divenire. Per la qual cosa, così come col consiglio d'alcuno amico le altre egloghe e la selva in altra guisa tessei che non fei prima l'epitalamio e l'Alcippo, così forse averrà, che lasciate ambedue cotai forme, non ben simili a quel vero exametro che d'imitare ho deliberato, ad una terza m'appiglierò, nella quale ora in rima, et ora altrimenti, secondo che alla materia et alla orazione fia di mestieri, liberamente i miei concetti depingerò; alla qual nova e difficile impresa mentre l'arte e l'ingegno vo apparecchiando, non è stato forse mal fatto, che per fuggir l'ozio e la negligenzia, col consiglio di Cicerone, che nel primo de l'Oratore a ciò fare col suo essempio ne exorta, abbia la favola di Piramo e di Tisbe dalla latina nella nostra lingua tentato di convertire, aggiungendovi però alcuna cosa di mio, che più vaga render la potesse.

Ma forse, cortesissimo mio Signore, molta ora più ch'io non deverei in ascoltar le mie favole vi ho tenuto occupato. Però fia meglio che oggimai a' vostri onorati pensieri tornar lasciandovi, et a dispensar, come solete, il tempo in exercizii più lodati, io reverentemente, come debbo, quelle maggiori grazie ch'io posso, che benigne orecchie m'abbiate prestate, vi renda, e pensi in qual maniera possa pagar almen picciola parte dei grandi oblighi ch'io vi sento.

LIBRO PRIMO

[Dedica]

Alla Signora Genevra Malatesta

Poteva con giusto merito vostra alta virtù e singular bellezza, illustre e valorosa Signora, in più nobile ingegno del mio accender tanto di lume che pasciute ne fossero più leggiadre e meglio ornate rime di quelle ch'ora, a' caldi prieghi di chi veramente mi può commandare, son sforzato di mandar fuori; le quali rime volentieri avrei desiderato che state fossero sempre nascoste, sì come quelle che 'n alcun modo a me non paion degne d'andar in palese e lasciarsi dalle gemi vedere. Ma poi ch'io non posso, né debbo disdire cosa ninna a chi il mi commise, ho giudicato che sia molto meglio mandartene in man degli uomini, e più tosto con qualche mio biasimo fastidire l'orecchie di chi le leggeranno, che non ubidire coloro a' quali sono fin alla morte d'ubidir tenuto. Ben vi prego, poi ch'altro non posso, ch'almeno perdoniate la loro asprezza, alla conformità ch'hanno col mio acerbo e misero stato, che è tale quale il vuole colei che sola il puote.

De' tre miei libri adunque, che tanti appunto sono, intitolati gli Amori, non potendo ora per nove occupazioni fargli tuttatre imprimere, solo in luce ne verrà il primiero, composto ad imitazione de' moderni provenzali e di messer Francesco Petrarca; et hovvi nella fine aggiunto alcune altre poche rime, cantate secondo la via e l'arte degli antiqui bori poeti greci e latini, i quali sciolti d'ogni obligazione, cominciavano e fornivano i loro poemi coma ciascun meglio parca, massimamente quelli che d'amorosi soggetti ragionano, e ch'hanno similitudine co' volgari, come sono epigrammi, ode et elegie; né aveano rispetto di principiar più con proemio che senza, o se pure il facevano, non curavano di dargli quelle parti che quel della prosa ricerca; e più tosto secondo l'ampia licenzia poetica entravano in qualunque materia, e vagando, n'uscivano in fabule, o 'n qualunque altra digressione a lor voglia, et arco spesse volte senza ritornar in essa fornivano: quel che non hanno avuto ardir di far i provenzali e toschi, e gli altri che lor stile seguirono, li quali a pena toccano pur le fabule con una parola o con un solo verso, fuor che il Petrarca in quelle due canzoni Chiare, fresche e dolc'acque e Se 'l pensier che mi strugge, le quali piene di vaghezza e di leggiadria, più per aventura poeta lo dimostrano che l'altre sue composizioni. Per queste et altre assai cagioni, ch'a meglior luogo e tempo spero altra fiata dimostrare, considerando la via, il modo e l'arte degli antiqui, egli m'è piaciuto di fare a loro imitazione quella prova che qualcuno altro pellegrino ingegno prima di me già fece. E quantunque malagevolmente si possa delle cose vecchie far nove, et alle nove dar autorità, nondimeno ho voluto pur tentare; non già ch'io speri di quest'opera gran loda, ma sol per dar appresso quel degli altri, di me ancora un certo saggio, per lo quale si vegga quel che 'n cotal guisa si possa sperar di seguirne. Né pensate ch'io fosse stato sì prosontuoso che l'avessi publicate giamai, se prima molti letterati uomini, e ben intendenti di poesia, non me l'avessero persuaso; e specialmente quella ben nata e felice anima di messer Antonio Broccardo, che 'n questi dì con universal danno et infinito dispiacere d'ogni spirito gentile immaturamente passò di questa vita; il quale se qualch'anno ancora vivuto fosse, avrebbe in questa via mandato fuori degne scritture del suo altissimo ingegno. Egli non solamente me ne persuase, ma con fortissime ragioni mi dimostrò ch'io devea al tutto farlo.

Il perché vengo al presente a dedicarlevi insieme con l'altre, sperando che 'l chiaro vostro bel nome le onori, là dove la mia imperfetta natura non valse di dar loro più colta dolcezza et arte. Pur comunque elle si siero, di tutto cuore et affezione volertier le vi mando, pregandovi che guardiate il solo animo mio, che vorrebbe quell'onor farvi che per lui si potesse maggiore. Ma che più per me si può fare che partorir con la mia lingua eterna gloria al vostro nome ? e se forse quelle cose che di voi scrivo non fossero eterne, io nondimeno questo sol volli, et in ciò solo intesi. E certamente, sì come voi sete una tra le più leggiadre e più perfette donne ch'oggi siero in terra, così mai non sarò stanco con ogni forza del mio ingegno di cantar le vostre lodi, le guai prima a voi reccheranno noia d'udirle ch'a me sazietà di parlarne.

1

Non la virtù de le sorelle dive
che scorgon l' alme nostre al vero onore,
né 'l divino d' Apollo alto furore,
ch' inspirar suol chi poetando scrive,
ma le bellezze di tutt' altro schive
fuor che di gloria, e quel foco d' amore
donde nacque il desio ch' ancor dal core
tragge sospiri, et acque calde e vive,
dettaro i versi a l' angosciosa mente
pieni di puro affetto: e s' a quel segno
non posson gir dove 'l voler li chiama,
iscuserammi che tardo l' ingegno
fecero a seguitar l' ardita brama
quelle gelate, e questo troppo ardente.

2

Sacro arbuscel, che 'l caro amato nome
serbi di lei che nel mio canto onoro,
degno non men che sia 'l pregiato alloro
d' esser corona a le ben dotte chiome,
troppo agli omeri miei son gravi some
tue vere lodi, e troppo alto lavoro
da la mia lima, ond' io mi discoloro,
che vorrei pur lodarti, e non so come.
Ben prego il sol che se nebbia t' amanta
scopra in te i raggi, e sì ti privilegi
ch' ogn' altro invidi il tuo stato gentile:
e poi che darti più famosi pregi
non pò questo mio incolto e basso stile,
almen t' inchino come cosa santa.

3

Se la vostra gelata e fera voglia,
che non scaldò giamai fiamma d' amore,
serbando sempre un stil contra 'l mio core,
del solito rigor non si dispoglia,
tosto vedrà di questa frale spoglia,
non che smarrito il natural colore,
ma spento in tutto ogni vital vigore,
ché viver non si pote in tanta doglia.
E se 'l mio amor è di pietate indegno,
tanta bellezza a voi stessa togliete,
quanta men faccia il mio desir possente:
o da la vostra crudeltate un sdegno
nasca in me tale, che sommerga in Lete
tutti i pensier de l' amorosa mente.

4

Chiare fontane, ov' a Madonna piacque
col netto avorio, e man gentili e schiette,
ne le vostre gelate e lucid' acque
lavarsi il viso, e quelle perle elette,
se de la sua bellezza a lei non spiacque
donarvi qualitate, in voi ristrette
serbate quella imagine, che nacque
per esser Donna de le più perfette:
ch' io verrò a voi con immortale usanza,
e ne lo specchio de le lucid' onde
l' adorerò, poi che non posso viva.
E prego il Ciel che ne la vostra riva
pastor falce non ponga, o tagli fronde,
né l' acque turbi, u' fia l' alta sembianza.

5

Ben fur, Donna, cortesi le mie stelle,
che 'n fino a questo dì m' han riserbato,
perch' io vedessi ne l' umano stato
forma celeste, e grazie rare e belle.
Cedan l' antique etati, e le novelle,
segnate da un benigno e lieto fato;
che mai dono sì degno e sì pregiato
non ebbe il Mondo in queste parti o 'n quelle.
Se più per tempo, o se più tardi scesa
fosse dal ciel ne la pregion terrena
quest' alma, fora men famosa e chiara:
or di quel ben ch' è ne' vostr' occhi piena,
e de la lor virtù calda et accesa,
il Tempo sprezza, e Morte invida avare.

6

Tu cui l' ingrato Cielo unqua non toglie
d' esser ov' io desio, pensiero amico,
fatto dal cor già secretario antico
del mio dolor, de l' amorose voglie,
vede Madonna l' angosciose doglie
con le quali il mio cor cibo e nudrico?
Ode quel che di lei piangendo dico,
mentre gli onori suoi l' anima accoglie?
Se l' ode e vede, ond' avien che non desta
tanta pietà ne la gelata mente,
che doni tregua a' miei fieri martiri?
O almen, potendo, perché non più presta
rompe lo stame, acciò ch' ei più non tiri
la vita mia, che di viver si pente?

7

O secondo del ciel candido lume,
ch' errando ognor per li celesti campi
rompi a la Notte co' tuoi chiari lampi
i privilegi, e 'l suo antico costume:
per versar gli occhi un lagrimoso fiume
son stanchi, oimè, tal che convien ch' io 'nciampi
ne l' aspro calle ov' ognor par che stampi
il verno ghiacci, e fredde algenti brume.
Or apri co' bei raggi un novo giorno,
acciò con l' occhio lagrimoso e lasso
veggia il camin, che per gli orror non scerno.
Così 'l tuo Endimion faccia ritorno
a' dolci basci, e stia teco in eterno,
né mova il Ciel ne' tuoi piaceri 'l passo.

8

Né dove meno il sol caldo et ardente
mena il suo carro più temprato e leve,
né dov' ognora la gelata neve
i poggi veste, o bianca bruma algente,
posso la calda inamorata mente,
accesa d' un piacer caduco e breve,
intepidir; né diventa qual deve
freddo il desire, o 'l foco men cocente.
Quando s' adornan di bei fiori i colli,
la calda state, quand' è 'n Libra il Sole,
ardo ad un modo, e nel più freddo verno.
Sempre son gli occhi di lagrime molli,
sempre sospira il cor, e sol mi dole
ch' immortale 'l mio mal veggio, et eterno.

9

Bembo, che d' ir al ciel mostri il camino
per mille strade, e con spedito volo
ricerchi or questo, et or quell' altro polo,
come canoro augello e pellegrino,
io pur vorrei al tuo volo vicino
venir battendo l' ali, e talor solo
co' chiari studi a tutt' altro m' involo;
ma nol consente il mio fero destino.
E se mi stanco, e s' al mio tardo ingegno
cadon le penne, almen con l' occhio audace
cerco l' orme seguir ch' a dietro lassi;
e tanto il mio lavoro a me più piace,
quanto de le tue fila è fatto degno,
che vo cogliendo ovunque volgi i passi.

10

Quando fia 'l dì che nel dolce terreno
mio Paradiso, ove la Donna alberga
che da sé scaccia con l' usata verga
ciò che non è di gentilezza pieno,
apra a lieti pensieri il tristo seno,
e 'n lei com' in cristal mi specchi e terga,
e gli occhi lagrimosi al bel viso erga,
più che 'l sol chiaro, e più che 'l ciel sereno?
E dica, che fan qui tanti tormenti?,
de la mia sorte altero, e bando doni
a le lagrime calde, et ai sospiri?
O dì felice, i più tranquilli venti
ti faccian chiaro, e i suoi destrier non sproni
il Sol, sì che più tardi il Mondo giri.

11

Apriche piagge, ombrosi colli ameni,
ne' quali il mio bel Sol virtute infonde,
fioriti lidi, chiare e lucid' onde,
tutti d' amore, e di dolcezza pieni:
beati voi, ch' ognor fatti sereni
da quelle luci a null' altre seconde,
possedete colei che mi nasconde
il Cielo avaro de' maggior miei beni.
Quanto v' invidio così lieta sorte,
ché con voi parte i suoi dolci pensieri
sì bella donna, e l' alte oneste voglie.
Voi del tesor che 'n lei Natura accoglie
ricchi e felici ve ne gite alteri,
et io mendico pur cheggio la morte.

12

Amor, che meco per usanza antica
alberga, e senza 'l qual non movo un passo,
vedendomi di doglia afflitto e lasso,
s' arma talor contra la mia nemica;
et ella a me perciò non fatta amica
s' adira e sdegna; ond' ei fugge, et io lasso
l' impresa, e gli occhi lagrimando abbasso
rigando un colle, o qualche piaggia aprica.
Qual forza fia che la sua fredda mente
riscaldi mai, se non può tanto Amore,
che desti in lei d' amarmi un sol pensiero?
Però la Morte in mio soccorso chero,
che sgombrando dal cor speme e timore,
spenga meco il desio caldo et ardente.

13

Fiera memoria de' miei lunghi mali,
sacro arbuscel, che con acute foglie
orni et ombri il terreno, e le mie doglie
col tuo vago apparir rendi immortali,
così vedess' i bei lumi fatali
donde nacque il desio, che ricche spoglie
han seco del mio cor, u' 'l cielo accoglie
gioia più grata che piacer mortali.
Basta ben ch' un pensier dolce et amaro
meco dei danni miei ragioni sempre,
senza ch' altre memorie m' appresenti;
non accrescer il duol, che sì pungenti
sono i suoi sproni, e di sì crude tempre,
che di morir il dì più volte imparo.

14

Dove il fiero desio, lasso, mi mena
convien ch' io volga paventoso i passi,
e che 'l dritto camino a dietro lassi
che sottrar mi potria d' ogn' altra pena.
Et ei ora mi spinge, ora m' affrena,
or mi rivolge, e come Donno stassi
sul cor col freno e con la verga, e i lassi
sensi governa, ond' io son vivo a pena.
I' ben m' aveggio che con lieve corso
a la morte m' envio, né mi può aitare
pianto, preghi, o sospir caldi e cocenti:
sì pungente è lo spron, sì duro il morso,
che mal mio grado mi convien andare
dove raddoppia Amore i miei tormenti.

15

Occhi dolenti, che di stille amare
ovunque preme il piede erbetta o fiore
fate molle il terreno, il vostro errore
meco piangendo, e l' empio vaneggiare,
verrà ancor forse che le luci chiare
che mi crear nel cor desio d' onore,
con umor di pietate il nostro ardore
bagnando, fien men di lor vista avare;
e forse ancor dopo sì lunga fame
in quelle vaghe luci alme e beate
esca daremo a queste voglie oneste.
Ecco l' aria ove pria quelle vedeste,
che non fia mai ch' io non adori et ame,
sin ch' avrà stelle il ciel, fiori la state.

16

Ecco l' aria serena ove 'l mio Sole
giorno mostra più chiaro a noi mortali
con le due vive sue stelle fatali,
che mi stan sempre ne la mente sole.
Ecco ove dolce suon d' alte parole
l' aria percuote sì che tutti i mali
in Lete tuffa, e dove gli aurei strali
dora et affina Amor pur come suole.
Ecco quel Paradiso mio terreno,
u' fece un tempo la mia dolce speme
per doglia il petto, or per dolcezza molle.
Beata l' erba che 'l bel piede preme:
beata l' aria, i fior, la piaggia, e 'l colle,
d' amor, di gioia, e di dolcezza pieno.

17

Alma, ch' ognor peregrinando intorno
mercasti di virtù, senno, e valore
quant' era qui tra noi, e al tuo fattore
battendo l' ali alfin festi ritorno,
ben era indegno d' esser fatto adorno
dai tuoi begli occhi il Mondo, e tanto onore
era del Ciel, ove col tuo splendore
più vago fai l' angelico soggiorno:
pur talor volgi a questi bassi chiostri
quelle luci già chiare, or fatte eterne,
ch' a pien lodar non pò ben colto Lauro,
o nel volto di quel che tutto scerne
mira i gravosi danni e i dolor nostri,
e quanto pianto versa il bel Metauro.

18

Già desiai con men fera fortuna
del lungo exilio mio giunger al fine,
e pascer ne le luci alme e divine
la voglia di piacer sempre digiuna;
ma come quel cui benda oscura e bruna
gli occhi copre, né sa dove camine,
credendo di ben ir, ne le ruine
caddi, ch' Amor a' suoi seguaci aduna.
Così son corso, e più che di galoppo
a la mia morte; e 'l Sol che di lontano
m' abbagliava, vicin m' incende et arde:
piango, sospiro, e mi lamento invano,
che 'l mal mi segue, et io son lento e zoppo,
e le man di pietà rinchiuse e tarde.

19

Tor ben potrete, Donna, il rezzo e l' ôra
al mio caldo pensiero, e l' arse spoglie
lasciar incenerir, ma che mai spoglie
il cor di quel desio che l' inamora
far non potrete: e ben che ad ora ad ora
giunga rigor a le gelate voglie
vostro sdegno, però nulla mi toglie
de l' audace pensier che 'n me dimora:
né mi torrete mai che bella e viva
in piagge, in monti, in qualche tronco, o fiume,
Amor agli occhi miei non vi dissegni.
Creschino dunque i vostri feri sdegni,
che se farete ben ch' io me consume,
non fia che 'l bel desio meco non viva.

20

Forse ingiusta cagion del vostro sdegno
è che sì bella et onorata fronda
in arido terren posta si sfronda,
colta da sì 'nfelice e basso ingegno.
Se quest' è pur, un elevato e degno
poeta sceglia, che con più seconda
Musa a li vostri onori alto risponda,
e de le vere lodi aggiunga al segno.
Né però merto di provar quell' ire
che 'n me dispensa il vostro crudo orgoglio,
se la colpa è d' Amore, o di Fortuna:
Ma siami vostra vista or chiara or bruna,
or dolce, or fera, i' sarò quel che soglio,
e vivrà sempre meco il bel desire.

21

Tantalo son, che pien d' ardenti brame
con la sete d' amor sto in mezzo a l' onde,
e pendemi sul capo adorna fronde
di frutti ch' ad ognor crescon la fame;
ma se nel volto nato perch' io l' ame
pascer cerco il desio, tosto s' asconde,
e l' acque di pietà cupe e profonde
son per me secche, acciò lor sempre brame.
Debile ascendo un faticoso poggio
col sasso del dolor che meco porto,
e 'n cima a pena giunto a dietro torno;
così lieto, pensoso, vivo e morto,
tra speranze e desir vani soggiorno,
assetato e bramoso or scendo or poggio.

22

Ben era assai, fanciul crudo e spietato,
ch' agli acuti tuoi strali io fossi segno,
e 'l più infelice de' miseri amanti,
senza che 'l tuo orgoglioso e fero sdegno
mi conducesse in così acerbo stato,
ch' altro meco non è che doglie e pianti;
tal che tra le meschine alme et erranti
nel regno oscuro del fratel di Giove
non è sorte penosa, e tanto ria,
che s' aguagli a la mia,
non udita giamai, né scorta altrove.
Qual è che di me sia
doglioso più ne le tartaree pene?
E più lontan dal desiato bene?
A poco a poco, faticato e lasso,
Sisifo poggia un alto orrido monte
con la pietra al suo mal fatta compagna,
e quando a quello altier calca la fronte,
e crede di posar, ritorna il sasso
al primier loco, ond' ei si crucia e lagna,
e di lagrime amare il petto bagna;
ma poi che nulla val pianto o sospiri,
ritorna afflitto ove 'l gran peso vede
con l' affannato piede:
e come quei che fine al mal desiri,
il colle ascende, e crede
di trovar tregua a le fatiche in cima,
ma 'l sasso torna ov' ei lo tolse prima.
Vanno l' empie sorelle al mesto fiume
per gli orrori, e per l' ombre atre e notturne
a toglier l' acque, afflitte et angosciose,
e sì come in più parti aperte l' urne
fosser, acciò più ognuna si consume,
voti veggono i vasi; onde dogliose
riedon di novo a le rive odiose
ove con l' onde sue geme Cocito,
ma trovan lo sperar fallace e 'ncerto,
però che 'l vaso aperto
l' acque distilla sovra il fiero lito,
lor dimostrando certo
che tai fatiche non avranno mai
riposo alcun, ma fieno eterni i guai.
In mezzo chiari e lucidi ruscelli
con dolci pomi sovra il capo appesi,
di quei bramoso et assetato vive
Tantalo, e co' desii caldi et accesi
cerca di tor, digiuno, or questi or quelli,
e di gustar l' acque correnti e vive,
ma fuggono da lui nemiche e schive:
ritornan poscia, ond' ei dolente ognora
piange, sospira, e s' affatica invano;
e la bocca e la mano
movendo, in sempiterno error dimora,
poi ch' ir vede lontano,
e verso l' aria, e ne l' oscure valli,
i vaghi frutti, e i liquidi cristalli.
Tal io più di costor tristo e 'nfelice
col peso del dolor che meco porto
ascendo un sasso faticoso et alto,
e sì tosto ch' io spero essere scorto
dove viver potrei lieto e felice,
faccio nel fondo un periglioso salto:
né sgomentato per lo primo assalto
de la fortuna, ancor debile poggio
col grave incarco su le stanche spalle,
ma per l' usato calle
veloce scendo l' erto alpestro poggio:
così più volte falle
il mio pensier, né per salir mai sempre,
men crude trovo l' amorose tempre.
L' anima trista va la notte e 'l giorno
al doloroso fiume, a tor quell' onde
che 'l cor distilla con ben larga vena,
e dentro a lor, che son cupe e profonde,
col vaso in mano fa spesso ritorno,
ché sempre è voto agli occhi aggiunto a pena;
ond' ella torna, né giamai sì piena
riporta l' urna, che basti a la doglia.
Così col lungo mio martir eterno,
cerco la state e 'l verno
novo liquor, ch' a l' arso petto toglia
il caldo, e questo interno
desir appaghi, e l' amorosa sete;
né trovo chi la spenga, o chi lo acquete.
Tra divin cibi, et acque chiare e fresche
del fonte di beltà vivo a tutt' ore,
dove mi tiene l' empia voglia ardente:
ma se 'l digiuno e sitibundo core
sbramar fra l' onde, e 'n mezzo a sì dolc' esche
cerco, fuggon da me rapidamente;
e perché tornin poscia in un repente,
parton di novo, se le braccia estendo.
Così con grave duol seguo chi fugge,
et in questa si strugge
la vita, di cui poca cura prendo:
e sì le vene sugge
la fiamma del desio che 'ncende l' alma,
che già distrutta è la terrena salma.
Lasso me, questi almen se non sol uno
dolor aggrava, et io di scempio in scempio
son trasportato, come vol mia sorte;
et un feroce augel crudele et empio
con becco troppo acuto et importuno
mi rode dentro, e non mi dona morte.
Sovra 'l mio capo una gravosa e forte
selce s' attiene a sì debile stame,
ch' io temo d' ora in ora il colpo fero;
né so com' io non pero,
seguendo l' alte, e troppo audaci brame
per sì aspro sentero,
che non posso salir dov' io vorrei,
ove giungono a pena i pensier miei.
Come Ixion a la volubil rota,
cinta da serpi velenosi e crudi,
canzon, mi gira quella donna ingrata,
che fiera e dispietata,
co' pensieri d' amor scarchi et ignudi,
per far mia vita trista e sconsolata
m' affligge ognor; e son condotto a tale
ch' altra gioia non ho ch' esser mortale.

23

Almo sol, tu col crine aurato ardente
apri ad ognor sereno e lieto il giorno,
quando col lieve carro fai ritorno
da l' odorato e lucido oriente,
ma non rischiari la mia fosca mente,
di tenebre e d' orror tristo soggiorno,
ch' un altro Sol di più bei raggi adorno
lume le dona, e dì chiaro e lucente.
Scuoti a tua voglia da l' ombrosa terra
l' umida notte, da quest' occhi mai
non sgombrerai la nebbia che gli oscura,
se quella che mi dona e pace e guerra
come l' aggrada, co' lucenti rai
non alluma la vista atra et oscura.

24

Antenor mai, poi che i liti vermigli
lasciò di sangue de la patria antica,
non vide tra i famosi e degni figli
più di bassi desiri alma nemica,
né chi più piano e dritto calle pigli
per gir là su dov' ogn' uom s' affatica,
acciò di tal valor si meravigli
l' età futura, al suo bel nome amica.
Raro l' alte sorelle in Elicona
ornar sì chiara et onorata fronte,
né sì dotti pensier videro in carte.
Lodate, Ninfe, in ogni euganeo monte
lo Speron vostro, poi che 'n altra parte
parla di lui ogni gentil persona.

25

Spirito acceso di virtute ardente,
vestito di leggiadro e ricco manto,
che spinto da desire onesto e santo
gite di gloria ognor chiaro e lucente,
vuopo a voi fora che celeste mente
vostre lodi cantasse, o almen che tanto
s' alzasse lo mio stil ne l' aria, quanto
l' altero suon de' vostri onor si sente.
Donna divisa da terrene voglie,
che pensier casti, e fé candida e pura
chiudete dentro, ove 'l mio core alberga,
quando fia mai che gli occhi al bel viso erga
contento, e dica (o mia lieta ventura)
Madonna è qui, che i miei sospiri accoglie?

26

Deh perché, Morte mia, non date al vero
credenza, alla mia fé candida e bianca,
ch' unqua dall' opre non fu rotta o manca,
né macchiata giamai pur dal pensero?
Io v' amo, e sallo Iddio ch' altro non chero
che 'l sol degli occhi vostri, ond' a la stanca
vita soccorra, che tra via già manca
sotto al peso del duolo acerbo e fero.
Da voi nasce il mio ben, da voi il mio male,
né per altra giamai portar vorrei
d' amorosi pensier sì grave salma.
Non han quest' occhi lagrimosi e rei
altra luce, altro sol; non hav' altr' alma
che voi questo mio corpo umano e frale.

27

O del feminil sexo altero onore,
anzi del Mondo, alta Donna reale,
che 'n questi bassi chiostri senza equale
la mente alzate ove non mai si more,
s' unqua non fia chi 'l vostro nome onore
come conviensi, a che vo' spiegar l' ale
con ingegno terren, basso, e mortale,
per spender sempre invan gli studi e l' ore?
Non può vista mortal d' occhio cervero
mirar tant' alto, né terrena mano
ombreggiar l' opra di Pittor celeste.
Foran mie lodi a voi, Donna, moleste,
poi che pensar non pote ingegno umano
cosa che non sia come un sogno al vero.

28

Donna reale, angelico intelletto,
di pregiata virtute ardente e chiaro,
cui meno il Ciel ch' a tutte l' altre avaro
le grazie infuse nel pudico petto;
o sotto feminile umano aspetto
mente eterna e divina, o spirto raro,
più bel di quanti mai la terra ornaro
nel secol più felice e più perfetto:
Margherita non sol Senna e Garona
risuona d' ogn' intorno, e Idaspe, e Ibero,
ma dove l' aria infonde caldo e gelo:
le dotte penne del sacro Elicona
si stancan per alzarvi al segno vero
de' vostri onori, e per riporvi in Cielo.

29

Tempo ben fora omai da' duri scogli,
ove molt' anni questo fragil legno
è gito errando, ritirarmi in porto,
et a più lieto, e più felice corso
spiegar in alto mar la stanca vela,
con benigno favor de la mia stella.
È ben ragion, che se destino o stella
m' ha fin qui ritenuto in questi scogli,
e s' unqua aura seconda aprir la vela
non ha voluto del mio picciol legno,
che 'l mar s' acqueti, e sia tranquillo il corso,
fin che la proda sia condotta in porto.
Quando fia mai ch' al desiato porto
mi scorga la mia fida e chiara stella,
e veggia a dietro il periglioso corso,
e fremer l' onde irate, e i duri scogli,
e renda al ciel del conservato legno
debite grazie, e poi chiuda la vela?
Spiega, vento soave, omai la vela,
con un dolce spirar, sì che nel porto
entri securo il disarmato legno:
e tu lume del Ciel, chiara mia stella,
da le Sirti lontano, e da li scogli
tiemmi, che sono in questo breve corso.
Quanti perigli, oimè, nacquer nel corso,
poi che del senso in man fidai la vela;
ch' ora lontan sarei da' fieri scogli,
e con l' ancore ferme in queto porto,
se la ragion mi fosse scorta e stella,
over nocchier del travagliato legno.
Conserva almen l' abbandonato legno
da le voraci Sille in questo corso,
o tu negli error miei fidata stella,
e fatta Tifi, la volubil vela
al voler togli tal, che giunto in porto,
tema ancor da lontano i duri scogli.
Tu da li scogli il non spalmato legno
con lieto corso pòi condur nel porto,
se la vela governi, alma mia stella.

30

A Messer Luigi Priulli

Priulli, che col sacro alto intelletto
per le strade del ciel securo voli,
e così al Temp' e al suo furor t' involi,
che di sdegno si strugge, e di dispetto:
Raro, o non mai, più saggio e dotto petto
mandò pensieri pellegrini e soli
a ricercar i due contrarii poli,
per ritrovar il ben vero e perfetto.
Ambe le lire, e l' uno e l' altro inchiostro,
per te renduti al suo primiero onore,
fanno ch' ancor s' allegra Atene e Arpino:
a te riserba il suo pregio maggiore
l' Arno famoso, e questo secol nostro
chiama per te felice il suo destino.

31

Tu, che le greche e le latine carte
rivolgendo, agli studi intento ognora,
onorato Priulli, hai scelto fora
di quanto avean di bel la meglior parte,
et al nobil ingegno aggiunta l' arte,
che 'n te più che 'n ogn' altro il mondo onora,
come la terra ad or Favonio e Flora,
hai così l' opre tue di fiori sparte,
tal che di poesia più vago prato
non vede il secol nostro, o le sorelle
che reggon di Parnaso il sacro impero:
del mio incolto giardino e queste e quelle
avene svelli; e col giudicio intero
tronca quel che non è bello e lodato.

32

Verde arbuscel, che d' odor vinci quanti
mandan da lungi gli Arabi, i Sabei,
ben degno d' onorare alti trofei,
e le famose chiome e trionfanti,
quanto a le rose cedono gli acanti,
tanto d' ogn' altro tu più vago sei;
e perdonimi Apollo, e gli altri Dei
ch' amaron piante excelse e verdeggianti:
beato il colle ov' al sol mandi e spieghi
le belle braccia, e col tuo crine adombri
l' erbe più d' altre aventurose e grate;
beata terra ove t' inchini e pieghi,
beata l' aria che d' intorno ingombri:
o felici contrade, e fortunate!

33

Quando Sorte talor Donna mi mostra
bella e gentile ovunque movo il piede,
l' occhio carco d' error subito crede
esser tutto l' onor de l' età nostra.
Esser colei che con beltate giostra,
e non di pari, che d' assai l' excede;
ma tosto il fallo suo conosce e vede,
ché la vera il pensier pinge et inostra:
il paragon con veri exempi insegna
che com' ella non è Donna perfetta,
e l' irato pensier l' occhio riprende:
ma la ragion, che sua difesa prende,
per volerlo iscusar di dir s' ingegna
che la sua vera luce gli è interdetta.

34

Lungo le rive d' un corrente fiume,
simili a quelle ov' io perdei me stesso,
cerco s' intorno, di lontano o presso,
fosse il fatale e mio benigno lume;
e 'l cor, che d' ir errando avea in costume
lungo quell' acque, anch' ei s' inganna spesso,
e ben che l' alma li dimostri expresso
l' error, nol crede, e contra il ver presume:
ma tosto poi che ricercando l' orme
ch' imprimer vide a quel beato piede,
mentr' era il Cielo al mio desir cortese,
non riconosce in lui l' usate forme,
odia il fiume, le rive, e quel paese,
ciò che il piè tocca, e quanto l' occhio vede.

35

Io son sì avezzo a riprovar quell' ire
che la mia donna in me spesso dispensa,
che se talor d' alta pietata accensa
degna di donar tregua al mio martire,
non ha l' afflitto cor tanto d' ardire
che le dia fede, e mentre teme e pensa,
col sospetto e timore il ben compensa,
tal ch' io non provo mai vero gioire.
Sì veloce è 'l piacer, sì rade l' ore
che 'l portan seco, che ne' miei martiri
ha fatto l' alma una prescritta usanza:
e temo ch' altro frutto il mio dolore
non produrrà che lagrime e sospiri,
perch' altro non promette la speranza.

36

Chiaro mio Sol, che i miei notturni orrori,
e le tenebre mie col vivo raggio
degli occhi allumi, ov' io imparai il viaggio
di gir securo agli amorosi errori,
scopri la fronte, e mostra di bei fiori
al nostro verno un dilettoso maggio;
tu vedi ben ch' or mi sollevo or caggio
tra speranze, desii, dubbi e timori:
movi l' aurato carro, e lieto torna
a far il tuo oriente in questi campi,
ove senza di te mai non s' aggiorna;
sì vedrem poi a' vivi accesi lampi
farsi degli occhi tuoi la Terra adorna,
e 'l cor gioir, benché più forte avampi.

37

Se de l' amaro mio l' alta radice,
che frutto sol di tosco e fel produce,
quello sdegno rodesse, che m' adduce
un amico pensier che 'l ver mi dice,
forse che 'l cor a stato più felice
verrebbe ancora, e la sua prima luce
avrebbon gli occhi, onde di fuor traluce
desio di morte, e vita empia infelice:
ma non mi dà un pensiero unqua consiglio
ch' io sciolga il duro laccio e le catene,
che tutti gli altri non gli sian rubelli;
scaccian lo sdegno, e sol ritengon quelli
che son d' amor, e la fallace speme:
così il ben lascio, e al mal pronto m' appiglio.

38

Non per lo corso di quest' anni avari,
che portan seco la noiosa vita,
né per valle abitar tanto romita,
che non la veggia il sol, né la rischiari;
non per incanti o sughi d' erbe amari
si sanerà giamai quella ferita
che mi fece nel cor luce infinita
degli occhi più che 'l ciel sereni e chiari:
fugga il Tempo a sua voglia, e seco porti
l' etate, venga il crin canuto e bianco,
sempre un desio mi sarà sproni e freno;
e poscia che del dolce aer sereno
privi quest' occhi fien languidi e morti,
non sarò ancora in ciel d' amarvi stanco.

39

Mentre mirava il Ciel grato e cortese
con occhi più pietosi i miei desiri,
vissi dov' ebber tregua i miei sospiri,
e dove fur l' alte faville accese;
ora non so qual mio fallo contese
al benigno suo corso, acciò non miri
più con quei lumi, anzi lontan mi tiri
da lei, che di virtute il cor m' accese:
ivi nacque il mio ben, ch' or spent' è in tutto,
e di trovarlo altrove il pensier erra,
ch' una sol donna mi può far felice;
in lei piantat' ha Amor l' alma radice
dei miei piacer, ch' ogn' altra arida terra
non produrrebbe così nobil frutto.

40

Poi che gli amari e rapidi torrenti
del pianto, e l' aura calda de' sospiri,
le parole interrotte, i color spenti,
e gli altri testimon dei miei martiri,
non han potuto a' gravi aspri tormenti
impetrar tregua unquanco, onde respiri
il cor, perché, fallace speme, tenti
d' impennar l' ali ai miei fieri desiri?
False meco lusinghe oprasti sempre,
né mai serbasti la promessa fede,
avezza ad ingannar per lunga usanza.
Partiti omai; che se 'l dolor non tempre,
altri non averà tanta possanza,
che tenga l' alma in sì noiosa siede.

41

Cesano mio, quanto più dolce fora
a l' ombra de' sacrati e verdi allori,
ov' acquistar si ponno eterni onori,
co' chiari ingegni far dolce dimora,
che qui, dove trofei s' ergono ognora
a l' empia Morte, ove i men fieri orrori
son membra sparte, e tinti e molli i fiori
veder di sangue umano d' ora in ora:
quanto soave più di gigli e rose
spogliar di poesia l' antiche carte,
tessendo a l' altrui crin degna corona,
e del famoso monte d' Elicona
errando lieti per le valli ombrose,
sceglier del vero ben la meglior parte.

42

Debb' io sempre tacer? deve lo sdegno,
onde nascon ognor mille sospiri,
seccar la vena de l' usato ingegno?
Udrai (s' altri non puote) i miei martiri,
tu aura almeno a le mie pene amica,
che dolcemente mormorando spiri,
e tu fiorita e verde piaggia aprica,
fatta dal Ciel già per prescritta usanza
de' miei dolori secretaria antica.
Secco è lo stelo ond' ergea la speranza
le verdi foglie, e 'l piacer spento e morto,
né altro omai che sospirar m' avanza.
La donna che ne l' alma impressa porto,
a cui già mi donai, ne la tempesta
de' miei fieri tormenti asconde il porto,
e dove a nove voglie allor molesta
chiudeva il petto, or lieta in quello, e vaga,
novi desii di nova speme inesta.
O di ch' ingrato premio oggi s' appaga
onesto amor, lunghe fatiche e danni,
nati dal duol de l' amorosa piaga!
Ma ben che il cor in più onorati scanni
(s' onor siede ne l' or) locato avete,
morirà il nome vostro insieme, e gli anni;
e vi porrà dentro un oscuro lete
l' invido Tempo, che sen porta l' ore,
e le giornate travagliate e liete.
Non devevate il bel mirar di fuore,
ch' a molti il lume de la mente abbaglia,
ma la virtute, e l' interno valore;
che se talora avien che 'n pregio saglia
per argento, per oro, o per bellezza
alcun, sua fama in frale vetro intaglia;
e chi tien cura del suo onor, non prezza
quel che può tor Fortuna, Tempo, o Morte;
anzi qual cosa vil l' odia e disprezza.
Già cominciava in adamante forte
vostre lodi scolpir quella che a vile
il Tempo tiene, e la volubil sorte;
et io mandato avea non solo a Tile,
ma a l' altre tre del mondo extreme parti
per più messaggi il bel nome gentile:
e gli onor vostri d' ogn' intorno sparti
cresceano, alzando le fiorite chiome,
ch' ornar cercai con tanti studi et arti.
Ora gli omeri miei l' ingrate some
aggravan sì, che forz' è por giù il peso,
e lasciar non ben colto il vostro nome;
il qual (o pur!) veggia a tutt' ore acceso
di pregiata virtù com' esser suole,
né sia da biasmo o scura fama offeso;
e le bellezze al mondo rade e sole
siedan con onestà, con tanta pace,
ch' altri si doglia, ov' ora altri si duole.
Caderà in polve quell' ardente face
ond' io tutt' ardo, e fia possente assai
lo sdegno a sciorre il nodo aspro e tenace;
E quei pensier ch' ad altro che a trar guai
non m' han spronato ancor, andranno sparsi
ove dal cor non fieno uditi mai;
i miei desiri inceneriti et arsi
per troppo alto volar cadran senz' ale,
e converran loro mal grado starsi;
il mio dolor, che già credea immortale,
sarà del tutto svelto, e degno fia,
poi che tal guiderdon trova il mio male;
né mi vedrete più come solia,
liete piaggie, versar lagrime amare
per far pietosa la nemica mia;
l' urne dogliose, onde solea versare
pianto angoscioso il cor, fatte di vetro
vedransi rotte in mille parti andare;
e 'l cor più volte richiamato a dietro
redirà omai, o mia lieta ventura,
se pur dal Ciel sì bella grazia impetro.
Meste sorelle, che con tanta cura
fate l' exequie al fratel fulminato,
ond' ancor Po talora l' acque oscura,
rimandate lo spirto al primo stato,
che errando va con voi, per quelle rive
l' arbor cercando a' suoi piaceri ingrato.
Così volando ognora l' aure estive
vi spirino d' intorno, e 'l chiaro Cielo
i fiori tenga, e vostre foglie vive;
e l' aria pura per pietoso zelo
versi sovra di voi umor soave
in vece di pruine over di gelo.
Ben tempo è omai di ricovrar la chiave
de la mia vita, ch' ella aveva in mano,
e darla a chi più del mio mal s' aggrave;
che se molt' anni ho seminato invano
pianto, sospir, lunghe fatiche, e colto
oscuro fior, e frutto acerbo e strano,
è ben ragion ch' in altra parte volto
indrizzi i miei pensieri a miglior meta,
u' doppo 'l vaneggiar fallace e stolto
de le fatiche mie riposo mieta.

43

O sovra ogn' altra altera, e d' onor degna
pianta, che con l' ornato e verde crine,
senza temer del verno ghiacci o brine,
del Lauro vinci la pregiata insegna,
a l' ombra tua, dove virtù s' ingegna
tenir suo albergo, al caldo, a le pruine
seggio pensoso, e de le tue divine
qualitati cantare Amor m' insegna.
Da' sacri rami, ove scolpito veggio
sol celesti pensier d' eterno onore,
nasce un desio ch' al Ciel ratto mi sprona:
e mentre che di te l' alma ragiona
sento così soave il mio dolore,
ch' altro soccorso in tanto mal non cheggio.

44

Tra 'l mormorar de' liquidi cristalli,
ove rompeno l' onde i rivi snelli,
e tra 'l garrir de' vaghi e lieti augelli
chiamo il pensiero agli amorosi balli.
Talora in poggi, et ora in piaggie e valli
vo poetando, e di verdi arbuscelli
sedendo a l' ombra, i non degni capelli
di lauro cingo di fior bianchi e gialli;
e veggio ir nel dipinto e dolce piano
scherzando ignudi i pargoletti Amori,
ove gioir potrebbe ogni mortale:
ma questo nulla mi rileva o vale,
che 'mperfetti i piacer sono, e minori,
poi ch' io vivo da voi, Signor, lontano.

45

Quand' io mi volgo indietro a mirar l' ore,
ch' ognor fuggendo se ne portan gli anni,
e 'l poco frutto de' miei lunghi affanni,
ch' io colsi e colgo in servitù d' Amore,
e Madonna crudel sì che 'l mio core
sdegna, ridendo de' miei gravi danni,
i' cerco di trovar possenti vanni
sol per volar di questo carcer fuore:
ma quel desio dal cui voler non posso
torcer un piede, e la prescritta usanza
giungon più ardenti sproni al debil fianco,
tal che a forza convien col peso adosso
sì grave ch' io camini, e la speranza
mi guida ognor così debile e stanco.

46

Caro arbuscel, che col mio pianto aspergo,
e di cui le radici alme e sacrate
bagno sovente, per trovar pietate
al duol che 'n me tien voluntario albergo;
arbor, del qual cotante carte vergo
per farti conto a la futura etate,
porgi ombra a l' empie mie voglie infiammate,
per cui soccorso a te m' inalzo et ergo:
spiega i bei rami tuoi sovra 'l mio core,
che stanco omai di dimandar mercede
aspetta il suo prefixo, ultimo giorno;
non voler ch' una rara e pura fede
sia senza merto, e che di giorno in giorno
con l' audace desio cresca il dolore.

47

Menar in parte il mio desir vorrei
dov' ei non ritrovasse unqua il camino
di gir agli occhi che per mio destino
tanti giorni m' han dati amari e rei;
ma Amor mi sforza, et io che non saprei,
come in fallace strada pellegrino,
senza sua scorta andar lungi o vicino,
movo dietro a' suoi piedi i passi miei;
e ben che seco più cortese tempo
portasse un giorno queste ardenti voglie,
non fieno l' ali sue veloci o preste;
per che poco pò star che non si spoglie
l' anima, che 'l dolor circonda e veste,
e 'l ben che verrà poi non fia per tempo.

48

Se dal tenace nodo, onde molt' anni
è 'l debil collo mio legato e stretto,
scioglier mi posso, o sveller fuor del petto
l' empia radice de' miei gravi affanni,
non fia giamai ch' agli amorosi inganni
più creda il cor, m' al sommo ben perfetto
alzando queste luci e l' intelletto
vestirò l' alma di più lieti panni.
Prego l' alto Motor ch' omai quest' ombre
levi dagli occhi, e rompa in tutto il velo
che mi chiude il camin de la salute;
e così spenga le mie voglie o mute,
ch' io pensi solo di salir in Cielo,
et ogni altro desio del petto sgombre.

49

Voglie, che mentre Amor non m' ebbe a sdegno,
viveste nel mio petto amate e care,
nate da grazie e da virtù sì rare,
com' abbia il Ciel nel suo loco più degno;
poi che per prova mi vedete indegno
d' un guardo sol de le mie luci chiare,
volate in parte onde possiate andare
con l' ali aperte al desiato segno:
vedete ben che 'l vostro altero oggetto
giunger non posso, poi che tanto sale
ch' a dietro lascia l' uno e l' altro polo,
et è indegno di lui quello intelletto
che parte tenga di terreno o frale,
perché non può seguire il suo bel volo.

50

Spirto gentil, che questi bassi chiostri
allumi et orni, e tra' più degni onori,
coronato di verdi e sacri allori,
vai d' altro altero che di perle e d' ostri,
i' veggio mille penne e mille inchiostri
ornar le carte de' tuoi sparsi fiori,
che 'l mondo coglie, e con lodati errori
viver la fama dopo i tempi nostri:
suona Gilberto in ogni strano clima,
e dove il piede tuo vestigio stampa
crea d' alti desii nova vaghezza.
Taccian gli anni de l' oro, e l' età prima,
che più di quella assai questa s' apprezza,
poi che luce tra noi sì chiara lampa.

51

Come al fiorir del giovenetto aprile
ride la terra, e su le spalle erbose
mostran le spoglie i colli rugiadose,
già consumato il ghiaccio pigro e vile;
così dapoi che 'n questo stato umile
ti mandò Iddio, acanti, gigli e rose
sparge quella virtù che 'n te s' ascose,
quando scese dal Ciel l' alma gentile;
tal che nel mondo primavera eterna
fanno le lodi tue per tutto sparte
senza temer del freddo verno oltraggio;
e fin che girerà rota superna
vivrai ne le felici e dotte carte,
ch' avran de' fiori tuoi perpetuo maggio.

52

Pon giù, leggiadra Donna, i panni allegri,
le perle, l' ostro, le ghirlande, e i fiori,
né più corona le tue tempie onori,
ma vesti il cor di pensier tristi et egri;
i fregi tuoi sien tutti oscuri e negri,
le stanze i più riposti e ciechi orrori;
togli a le chiome tue gli usati onori,
né mortal gioia omai più ti rallegri.
Mort' è colui che nel tuo grembo assiso
fe' gli angeli dal Ciel scender a volo
al suon de' dolci suoi divini accenti:
spargi mesta di fiori il marmo, e fiso
mirando il Ciel, de' tuoi giusti lamenti
vadin le voci a l' uno e a l' altro polo.

53

Non di lieto soggiorno, né d' amata
e cara compagnia gentil piacere,
né risguardar in paventose schiere
timidi augei fuggir l' aquila irata;
non l' aria più serena e temperata
che non porta stagion, né udir d' altiere
onde dolce mormorio, a le mie fiere
e calde voglie dan fresc' ôra e grata;
sol quanto penso al bel lume soave
i' vivo, poscia come orribil ombra
son a me infesto, altrui noioso e grave;
ma mentre quel pensiero ogni altro sgombra
cosa non ho che dentro o fuor mi aggrave,
di sì strano diletto Amor m' ingombra.

54

Ben mi credea ch' Amor tranquilla oliva
mandasse al cor, che lungo tempo errante
a la strada meglior volse le piante
dietro al desir, ch' ogni suo ben fuggiva;
e che l' urne dogliose onde deriva
il pianto fosser rotte, et altretante
vie di languir, tal che felice amante
fosse pria che i miei dì gissero a riva:
ma più che mai dal ben lunge mi veggio,
verde la doglia, il piacer secco e morto,
e con l' alta beltà crescer l' orgoglio;
et or che già devrei ridurmi in porto,
più m' avicino al periglioso scoglio,
e lasciando il meglior, vo dov' è 'l peggio.

55

Oscuri, ombrosi, e solitari orrori
vo cercand' io co' piè lassi et infermi,
e i più selvaggi luoghi, incolti et ermi,
per farli secretari a' miei dolori;
e talor con genebri e con allori,
con fiere, e con augelli intenti e fermi,
col lamentar cerco difese o schermi
a' miei sì lunghi e perigliosi errori.
Piena sì di pietate ho l' aria intorno,
che meco piagne, e sol de' miei martiri
sospira il Ciel, ma chi vorrei nol sente:
potess' io almeno a canto un lieto giorno
sederle, e co' focosi miei sospiri
scaldarle il petto, e la gelata mente!

56

Mia ventura al partir presta e fugace,
al tornar lenta, omai ritarda troppo;
fuggono gli anni più che di galoppo,
spinti dal Tempo a forza, empio e fallace:
veggio lontan la desiata pace,
vicin la guerra, che debile e zoppo
mi segue ognor, onde crudele intoppo
m' anunzia il Ciel, cui tanto il mio mal piace.
Turbat' è 'l mare, e son contrari i venti,
fragile il legno, e così lunge il porto,
che la vita lasciar temo fra l' onde;
e prego Amor, che con l' aure seconde
queti l' empia tempesta de' tormenti,
sì che la pena, o 'l viver mio sia corto.

[Poesia]

Sogliono i lieti e ben felici amanti
de le lor gioie e del passato bene
viver contenti, et or in dolce spene
l' aria ferir con dilettosi canti;
ma lasso me! che s' io mi guardo avanti
o da tergo, non veggio altro che pene,
né la speme, che 'n vita mi mantiene,
altro promette che pur doglie e pianti.
Cerco d' umiliar un cor feroce
d' orsa e di tigre dispietata e ria
col sangue che 'l dolor per gli occhi stilla,
e render non poss' io ver me tranquilla
questa d' Amor nemica, o meno atroce,
che non si pasca de la pena mia.

58

Qual novo modo ritrovar poss' io
di lamentarmi? o quai miseri accenti
che dimostrino il fero stato mio?
Deh qual pietà troverò tra le genti
di valor piene, che non sia minore
de la cagion[e] de' miei gravi tormenti?
Lascia omai, lingua, il ragionar d' amore,
che 'l duro caso a me forma nel petto
affetti e voci piene di dolore:
ma non sarà possente l' intelletto
di spinger suon così dolente fuora,
ch' aguagli il duol che tiene il cor ristretto.
Piagni, misero Mondo, che l' Aurora,
anzi quel Sol che ti mostrava il giorno,
sdegna di far ne' tuoi campi dimora:
a più felice, et a più bel soggiorno
sì è alzato a volo, e di celesti onori
ha le sue tempie, e 'l degno crine adorno;
indi contempla i tenebrosi orrori,
le tue false lusinghe, et indi vede
la lunga schiera de' tuoi gravi errori;
mentre premea col glorioso piede
i tuoi terreni alberghi, un chiaro lume,
non che favilla di splendor ti diede;
or spent' è 'n tutto ogni real costume,
ch' ei portò seco ciò che di gentile,
ciò che di bel ti diè benigno Nume.
Voi ch' ascoltate il mio doglioso stile,
Aure ch' intorno gite, e vaghi augelli,
portate il mesto suon da l' Indo a Tile;
tenere erbette, e voi schietti arbuscelli,
spogliatevi di fronde, e date segno
non esser a pietà vera rubelli;
quel caro, ricco, e prezioso pegno
ch' al Mondo prestò 'l Cielo, or ha ritolto,
perché di lui lo conosceva indegno:
bagnati Senna, e tu Garona, il volto
di lagrime, che fuor mandi la doglia,
né sia da fronde il vostro crine accolto.
E tu, Ligeri chiaro, or ti dispoglia
di panni allegri, e togli a le tue sponde
de' bei smeraldi la pregiata spoglia.
Turba le tue lucenti e rapid' onde,
che la parte megliore è gita al Cielo,
e solo il terren peso in te s' asconde;
le meste Ninfe con oscuro velo
faccian nel fondo tuo tale armonia,
che i cor riempian di pietoso zelo.
Quanto ad ora hai di bene è che tu sia
sepolcro degno di cener sì chiaro,
com' abbia il Mondo, od aggia avuto pria:
di grazia il Cielo non t' è stato avaro,
poscia che l' ossa sì pregiate chiudi
che nel suo tempo l' età nostra ornaro:
verghin le penne con lodati studi
carte onorate, e Florimonte viva
tra chiari inchiostri, e tra l' opre d' incudi.
Ma tu, spirto gentil, che giunto a riva
ti godi il sommo bene, e 'n alto assiso
odi quanto di te si parli o scriva,
pregni di quel piacer che 'l Paradiso
può dar a l' alme, talor volgi a noi
quegli occhi santi, e quel beato viso:
che vedrai dagli esperii ai liti eoi
ogn' alma mesta desiar sovente
qualche novella udir de' gesti tuoi;
goditi il Ciel, chiaro spirto lucente,
e se de' nostri error ti calse o cale,
prega per noi l' alta e divina mente
che di salir là su ne presti l' ale.

59

Credea negli occhi ove 'l mio ben si serra,
ove mia vita e 'l mio diletto posi,
trovar tranquilli e dolci i miei riposi,
e pace o tregua a così lunga guerra;
ma ingrato Amor, che le speranze atterra,
me li mostra sì fieri e disdegnosi,
che sono i miei pensier fatti bramosi
di por questo mortal peso sotterra:
o bel morir sotto benigna sorte
quando pietate li girava intorno
e sgonbrava dal cor l' angoscie amare!
Una lagrima sol, che 'l volto adorno
facesse molle, avria poter di fare
dolce il pianto, i sospir, dolce la morte.

60

O Donna del mio cor sola radice,
per cui cotante carte bagno e vergo,
o di vera virtute intero albergo,
sola nel nostro ciel bella fenice;
o pregio di valor, che pòi felice
render ogni alma, a te m' inalzo et ergo
con la mente e col cor, volgendo il tergo
a tutto quel ch' uom d' altri scrive e dice:
a te dono i pensieri, a te gli inchiostri,
che se non son qual il tuo merto è degno,
son di mia intiera fé securo pegno;
né fia ch' al mondo il mio voler non mostri,
che perché al bel desio manchi l' ingegno,
seranno almen ch' io v' ami aperto segno.

61

Poi che la Donna mia tanto tranquilla
m' appare in sonno, fosse almeno eterno,
sì ch' io dormissi ognor la state e 'l verno,
senza destarmi al suon d' acuta squilla;
che quel volto, ond' onor sempre sfavilla,
e gli occhi pieni di valor interno,
non piglieriano i miei martiri a scherno,
né mi trarrian dal cor sol una stilla:
o dolce sonno, o dilettoso inganno,
pur che 'l fallace poi non mi togliesse
quanto dato m' avea per mia ventura!
Ma quel crudel per addoppiarmi affanno,
e far le piaghe mie profonde e spesse,
tutto 'l ben che mi dà subito fura.

62

Questa mia pura e candida colomba,
che con l' ali di gloria in alto vola
per questo cielo, e pellegrina e sola
ode sonar per lei più d' una tromba,
mi trae talor da l' amorosa tomba,
ove morto giaceva, e mi consola
or con un guardo, or con una parola,
che dolce nel mio cor sempre rimbomba.
O parolette accorte, o lieto sguardo
possente di cangiar stato e ventura,
e a l' empia Morte tor l' arme di mano,
o volto ove mirando agghiaccio et ardo,
prendete del mio mal cotanta cura,
ch' io non sospiri eternamente invano.

63

Questa fera gentil, ch' io temo et amo,
corre così leggiera, e sì fugace,
che benché col desio pronto et audace
speri pigliarla, invano spero e bramo;
e se talora di lontan la chiamo,
si ferma; indi nemica a la mia pace
di poggio in poggio va presta e fallace,
come vago augellin di ramo in ramo:
quando la scorgo al trappassar d' un colle,
ora l' occhio la perde, or la rivede,
ora a dietro rimansi, ora m' avanza;
e quanto più mi s' allontana e tolle
agli occhi, allor mi cresce la speranza
di giungerla col tardo e 'nfermo piede.

64

Quel arbuscel, che di pungenti foglie
d' una rara beltà fregiato intorno,
e d' onorati fior altero, adorno,
empie l' afflitto cor d' acerbe doglie,
a' pensier miei la sua grata ombra toglie,
ov' io sempre sperai lieto soggiorno;
tal che pensoso a lagrimar ritorno,
poi ch' altro frutto il mio servir non coglie:
ma siami pur contraria la mia stella,
ch' altra fronde non fia che copra e adombri
le chiome mie ch' un verde e bel Genebro.
Questa felice e lieta pianta è quella
che m' ha i bassi desir dal petto sgombri,
ond' io ne' versi miei l' orno e celebro.

65

Gentile almo terren, che 'l manco lato
del Re degli altri fiumi orni et onori,
dove con onestà leggiadri amori
trattan con l' ali il Ciel tranquillo e grato,
rimanti a dietro: che cortese fato
ti doni eterna pace, e veri onori,
e sia di vaghi e d' odorati fiori
piena ogni piaggia, ogni tua riva e prato;
fresca rugiada senza bruma o gelo
da l' aria pura e lieta ognor discenda,
e faccia in te perpetua Primavera:
io ti pur lascio, e come vole il Cielo,
lunge dal ben de la mia luce vera,
forz' è che mal mio grado il camin prenda.

66

Dunque se sempre il cor m' arde et agghiaccia
crudel Amor, se velenosi vermi
rodonlo ognor, senza poter dolermi,
volete pur ch' io mora amando, e taccia?
S' io celo il duol, che feramente abbraccia
l' anima trista, e i miei pensieri infermi,
voi nol vedete, ond' io non trovo schermi
contra lui, che mi fere e non minaccia.
Qual maggior pena, e più certo morire,
che la fiamma portar nascosta in seno,
né potersi doler del suo martire?
Io sento dentro al cor l' empio veleno,
e voi spietata, acciò nol possa dire,
ponete a la mia lingua un duro freno.

67

Deh mi potessi alzar co' miei desiri
per l' aria a volo spedito e leggero,
o gir potessi almen dietro al pensiero
ove vanno sovente i miei sospiri,
e veder gli occhi con pietosi giri
volgersi intorno tra 'l bel bianco e 'l nero,
d' onestate e d' onore albergo vero,
che son sola cagion de' miei martiri:
che tanta pace almeno avrebbe il core,
quanto scorgesse i bei lumi soavi,
che mi struggono, lasso, a poco a poco:
or si distilla in doloroso umore,
né per pianger ognor, men fere o gravi
fa le mie pene, o meno ardente il foco.

68

Che mi giova fuggir veloce e lieve
dal dolce foco de' vostr' occhi il core,
se vicin e lontan lo strugge amore,
come i raggi del sol gelata neve?
Fugga pur dove il giorno è freddo e breve,
dove lungo et ardente esce a noi fore,
che fuggir non pò mai da quel dolore
che m' accompagna ognor spietato e greve:
sempre il desio che da' bei lumi nacque
m' accende il fianco, et a la mente mostra
gli atti soavi, e l' angelico riso;
tal che per trappassar montagne et acque,
non lascio adietro mai l' imagin vostra,
che d' ogni ben mi tien sempre diviso.

69

Ben devresti più ricco andarne al mare,
o Re degli altri fiumi, e col mio pianto,
mentr' io su l' acque tue piangendo canto,
farle di dolci fresche, ardenti e amare;
ben deveria le più serene e chiare
parti del Cielo, e 'l suo più puro manto
l' aura de' miei sospir caldi, ch' a canto
spargo a le rive tue verdi, turbare.
Non è alcun fior ne la sinistra sponda
del tuo bel corno, ov' è l' alta mia spene,
che per pietate il mio morir non brami;
né pesce alcun ne la tua turbid' onda,
né vago augello in questi verdi rami,
cui non increscan le mie gravi pene.

70

Lasso, se desiando corro a morte,
e se tornan fallaci i pensier miei
e le speranze in su 'l più bel fiorire,
omai ritrarmi, over fuggir devrei
da la mia Donna che spietata e forte
d' Amor non teme i fieri sdegni e l' ire;
e se possibil è col ben morire
salir a vita più tranquilla e lieta,
e se l' ultimo dì di queste pene
è 'l primo a le serene
ore dove 'l martir nostro s' acqueta,
qual maligno pianeta
mi tiene in vita in sì gravoso affanno,
e mi fa d' anno in anno
più desiar chi mi fugge e s' asconde,
e chiamar chi non m' ode e non risponde?
Ben potrò lagrimando aggiunger piume
a l' alma, che da questo carcer sciolta
voli nel Ciel, donde prima discese,
ma che questa crudel che non m' ascolta
cangi l' empio ostinato suo costume
non fia giamai, né che mi sia cortese.
Le voglie aveva a la mia morte intese
quel giorno Amor, che mi mostrò da prima
costei, che 'n vista era pietosa e umile,
acciò ch' avendo a vile
me stesso, lei de' miei pensieri in cima
ponessi, che con lima
ardente rode il cor, né posso aitarmi,
perché ragion, che l' armi
donar mi deveria per mia salute,
par che li preghi miei sprezzi e rifiute.
Fugge la speme, e 'l desir monta e sale,
che dietro a sé mi tira infermo e lasso
deove incender mi veggio a parte a parte,
né volger posso in loco alcuno il passo
per ritrarmi dal duol ch' ognor m' assale,
che tosto non la scorga in quella parte;
né mai 'l fiero pensier da me si parte,
che fatto al mio desio compagno eterno,
me la dipinge in nove e varie forme;
e se la carne dorme,
per far del viver mio crudel governo,
sin da l' oscuro inferno
mena del Sonno i più fidi messaggi,
che per torti viaggi
vanno a l' accesa innamorata mente,
il riposo sgombrando immantinente.
Come farfalla a la spietata luce
vago del mio morir seguo ad ognora,
e dentro i lumi bei mi struggo et ardo;
e se qualche piacer seco talora
un suo sereno e dolce sguardo adduce,
è contra 'l mio martire infermo e tardo,
ch' ei fatto per usanza in me gagliardo
in mezzo del mio cor donno si vive,
e con la forza sua fiero contrasta;
e se talor non basta
questa di lui contra le luci vive,
le voglie, che son prive
d' ogni speranza, in suo soccorso chiede,
le quai con presto piede
mi sgombrano del core ogni dolcezza,
e 'n van bramar mi fanno alta bellezza.
Troppo è crudele, Amor, la mia ventura,
se dagli occhi più bei che miri 'l Sole
mi vien vita sì acerba e sconsolata,
e da le dolci angeliche parole
è l' alma mia d' ogni suo ben spogliata.
O sorte troppo fiera e dispietata,
se lo sguardo ch' altrui dà gioia e pace
mi dona affanno, e fa sì lunga guerra,
né mi pone sotterra,
perché meco il desio che mi disface
e l' amorosa face
non sieno spenti; ahi cruda empia beltate,
che col vel di pietate
vestita, e con sembiante pien d' amore
chiudi sì alpestro e sì selvaggio core!
Canzon, se nulla il lamentar mi giova,
a che annoiar i proximi e i lontani
col gridar, col pregar, col sospirare,
se quella che beare
mi poria sol con atti dolci e umani,
per far da me lontani
tutti i piacer de la vita amorosa,
soperba e disdegnosa
mirando la mia sorte acerba e ria,
lieta si gode de la pena mia?

71

Veloce pardo mai timida fiera
non seguì sì leggiero e sì spedito,
come, Soranzo, tu pronto et ardito
seguit' hai la vertù perfetta e vera;
or ne la dotta e pellegrina schiera
di quelli che d' allor sacro e gradito
cingon le tempie, il bel colle salito,
cerchi di far che 'l nome tuo non pera:
e se la Parca a la tua fama amica
t' allunga tanto lo stame fatale
che ceda l' età verde a la matura,
tolto l' onor ad ogni penna antica,
in più salde opre assai che di scultura,
Marcoantonio, vivrai chiaro e 'mmortale.

72

Meglio saria ch' omai drizzasse il core
e i miei pensieri a più fidata spene,
ch' attendendo un sol dì chi mai non viene,
spender invano lagrimando l' ore:
il Tempo vola, e col suo gran furore
ne tira dove a forza ir ne conviene,
e s' io più tardo, la vecchiezza viene,
nemica naturalmente d' amore.
Mentre l' etate al mio desir consente,
meglio è volger il cor dov' altri il chiama,
e lasciar chi lo fugge e lo disprezza:
e se donna non è di tanta fama,
sì come ha men virtù, minor bellezza,
fia di men fera et orgogliosa mente.

73

Già vien l' età che virtù veste e onore,
e fa pensier cangiar spesso e desiri,
e gli amorosi miei lunghi martiri
vi traluceno ognor per gli occhi fuore;
né ancor per tutto ciò vi sforza Amore
aver tanta pietà de' miei sospiri
ch' almeno un giorno sol lieto respiri
questo mio lasso et angoscioso core:
non so perché più tardi, o perch' aspetti
un piacer da la speme sì lontano
che non v' aggiunge il mio pensiero a pena:
l' ora è omai tarda, e chi seco ne mena,
di fornir il camin par che s' affretti,
tal che fia l' aspettar fallace e vano.

74

Qual forza o qual destin, lasso, mi mena
agli occhi dov' ognor cresce il mio male?
Da cui fuggir o contrastar non vale,
con così duro morso Amor m' affrena.
Lasso, perch' ascolt' io d' una Sirena
il dolce canto, che cruda m' assale
tosto che dorme questo spirto frale,
e 'l sangue sugge fuor per ogni vena?
I' voluntario corro a la mia morte,
e sì come animal vago di lume,
volo negli occhi ove m' incendo et ardo;
né mi posso ritrar, che per costume
mi vi conduce la mia fera sorte,
et io son a fuggir infermo e tardo.

75

O mio verace Sol, che col tuo d' oro
e terso crine sì sereno giorno
m' apri talor, che fai oltraggio e scorno
a quel ch' amò già 'l sacro e verde alloro;
o prezioso, e mio caro tesoro,
del qual, se penso o mi risguardo intorno,
non have il mondo più ricco et adorno
dagli ultim' Indi al caldo lito moro,
volgi quegli occhi che son proprio un sole
a le mie notti, e de le tue ricchezze
siami così cortese e liberale,
che l' alma cieca, che si crucia e duole,
e 'l cor mendico de le tue bellezze
abbian soccorso al lor gravoso male.

76

Quanto più manca la fallace spene
ch' al cor mi nacque dal soave sguardo,
tanto il desir, come veloce pardo,
segue correndo il mio fugace bene;
tal ch' io mi lagno, e sento ir tra le vene
crudo veleno, e ben m' accorgo tardo
che quest' è 'l fero et amoroso dardo
onde morir a forza mi conviene;
e maledico il dì ch' io vidi prima
quegli occhi che mi fan sì lunga guerra,
e d' ogni mio pensier siedono in cima;
e maledico Amor, che non mi sferra,
sì che non roda con l' acuta lima
ch' inanzi tempo mi porrà sotterra.

77

Quando scese dal Ciel vago e gentile
sotto ascendente di benigna stella
per vestirsi qua giù spoglia novella
lo spirto a Dio più caro e più simile,
cominciò questa età, che prima vile
era e di poco pregio, a farsi bella,
e 'l Mondo lieto in questa parte e 'n quella
a mostrar un eterno e dolce aprile:
Amor, di cui e la face e lo strale
spenta e rott' era omai, riprese forza,
e leggero volò negli occhi suoi,
onde tant' alme accende, impiaga, e sforza,
quant' ella mira, e 'l contrastar non vale,
ché non fu vinto, e non sarà mai poi.

78

Questa Donna gentil, che sola e lieta
di tante meraviglie ha 'l mondo adorno,
e nel più oscuro e più turbato giorno
sgombra le nebbie, e le tempeste acqueta,
diemmi in sorte il benigno mio pianeta
acciò che 'l cor, ch' era chiuso d' intorno
da pensier bassi, a più dolce soggiorno
ergessi, et a più excelsa e degna meta:
sia benedetto il dì che gli occhi apersi
in quella chiara luce, e benedetto
quant' amaro per lei giamai soffersi;
benedette le lagrime, che 'l petto
fan spesso molle, e gli amorosi versi,
che di sempre onorarla hanno diletto.

79

Tutta questa fiorita e verde etate
spes' ho in amar, et acquistarvi onore,
per veder un sol dì desto nel core
vostro de' miei martir qualche pietate;
tutte l' estive notti, e le gelate,
nel freddo clima, e dov' ha 'l sol maggiore
virtù ne' raggi, (come piacque a Amore)
chiamando il nome vostro ho consumate;
e de le mie fatiche è solo il frutto
il pianger sempre, e 'l veder chiaramente
che poco per amar merto s' acquista;
né però posso da la dolce vista,
sì che porti un sol giorno il volto asciutto,
svolver la tempestosa oscura mente.

80

Quando l' Aurora i rugiadosi fiori
fa col suo pianto, e mena seco il giorno,
e quando torna in occidente il Sole,
e degli orridi monti è maggior l' ombra,
invita Amor con dolorosi versi
a lagnarsi la lingua, a pianger l' alma.
Lasso, va ognor pellegrinando l' alma,
ne la stagion che fan più bella i fiori,
allor che degli augei s' odono i versi,
e quando è breve e più gelato il giorno,
de l' amato arbuscel cercando l' ombra,
sol per fuggir d' amor l' ardente sole.
Ancor un dì non ha portato il Sole
tranquillo o lieto a questa miser' alma,
né potuto ho trovar soave l' ombra
de' verdi rami; le viole e i fiori
d' Amor son per me secchi, e notte e giorno
sfogo l' acerbo duol con novi versi.
Ma non curò giamai rime né versi
la Donna agli occhi miei lucido sole,
tal che veder non spero in alcun giorno
piegato il cor, e quell' indurat' alma,
benché rinaschin mille volte i fiori,
e perdin gli arbuscei le foglie e l' ombra.
Misero, quante volte a la dolc' ombra
d' un bel Genebro con dolenti versi
ho piene di pietà l' erbette e i fiori;
quante fiate ho pien d' invidia il Sole
lodando quella bella angelic' alma,
ond' a noi già mostrò men chiaro il giorno!
E colei, ch' a sua voglia e notte e giorno
dona a quest' occhi e lieta e trista l' ombra,
non destò mai di me desio ne l' alma,
sì che potessi con più lieti versi
cantando salutar talora il Sole,
e coglier del mio amore o frutti o fiori.
Aprile senza fior, senz' alba il giorno
fia prima, e 'l Mondo senza sole et ombra,
ch' oda i miei versi quella rigid' alma.

81

Veggio, Signor, de' già smarriti onori
la bella Donna ancor ricca et altera
sotto tua scorta, e ritornar qual era
la chioma degna de' sacrati allori;
e le Ninfe d' Ibero, i lieti fiori
lasciando a dietro, la perduta schiera
pianger de' figli; e Tago, Beti et Era
ritenir per timor gli usati errori.
L' Adige, il Tevre, il Po, l' Adda, e 'l Tesino
di smeraldi coprir le vaghe sponde
per coronar la tua vittrice chioma:
e perché, Guido, poggi al ciel vicino,
sonar il Vaticano, e d' oro e fronde
irsene più che mai soperba Roma.

82

Qual corona, Signor, soperba Roma
ti donerà, se i trionfanti allori,
le quercie, i mirti, le gramigne e gli ori
ornat' han già la tua vittrice chioma?
D' aver Germania e Spagna vinta e doma,
maggior trofei, e più pregiati onori
aspetta il crine tuo; che fronde e fiori
son poco pregio a così degna soma:
ma veggio il Cielo al tuo valor cortese
coronarti di stelle, e farti tale
che 'l Mondo inchini ove vestigio stampi;
e con famose et onorate scale
vivo salirti ne' celesti campi,
e lasciar di virtù faville accese.

83

Or che vostra virtù, Donna reale,
ha per l' irato mar scorto la barca,
de' vostri sacri onor gran tempo carca,
vicina al degno lito almo e fatale,
veggio Napoli vostra il trionfale
suo crine ornarsi, e di gran pena scarca
render grazie a colui ch' è sol Monarca,
lieta, con puro incenso orientale:
chiudete omai la vela, e 'l fido porto
prendete, le crudeli empie procelle
del mar sprezzando, et ogni fero vento;
né più temete alcun oltraggio o torto
de la Fortuna: che benigne stelle
faran vostro desio lieto e contento.

84

Vesta di bei smeraldi ambe le sponde
il figliol di Benaco, e 'l suo bel letto
orni d' arena d' oro, et a diletto
scherzin le Ninfe sue per le chiar' onde;
l' antiqua Manto di pregiata fronde
si cinga il crine, e con cortese affetto
alzando gli occhi al Cielo, e l' intelletto,
renda grazie al Signor ch' ivi s' asconde:
ch' unqua sì caro don, sì ricco pegno
non diede a noi in qual si voglia etade,
né mai sì chiaro sol vide la terra.
Giulia fia vostra Donna, in cui si serra
quel che d' eterno onor pò far l' om degno.
O felici, beate, alme contrade!

85

Devreste pur saper, bella guerrera,
ch' io v' amo quanto amar si puote e deve,
e ch' io mi strugo com' al sol la neve,
o com' al foco suol tenera cera:
e voi pur sempre disdegnosa e fera,
per far la vita mia noiosa e breve,
da me fuggite sì veloce e lieve,
come da veltro fa timida fera;
ond' io, che solo ho da' vostr' occhi pace,
e da le saggie angeliche parole,
vivo sì ch' ad ognuno invidia porto;
e se 'l vostro rigor fia come suole,
forza sarà che l' amorosa face
spenga, ponendo fine al viver corto.

86

Sì dolce è 'l foco mio, la fiamma bella,
sì gentile il pensiero, alto il desire,
che ben che mille volte il dì morire
mi sforzi la mia fera iniqua stella,
l' alta cagion ch' a lamentar m' apella
fa dolce il fel de l' empio mio martire,
dolce il pianger ognor, dolce il languire,
e 'l gir gridando in questa parte e 'n quella.
Dolce fiamma d' amor, foco soave,
che così dolcemente ardi et avampi
lo spirto d' altro ben sdegnoso e schivo,
benedetto sia 'l dì che i chiari lampi
m' entrar per gli occhi al cor noioso e grave,
che prima non fui mai lieto né vivo.

87

Solo e pensoso i miei passati affanni,
e li futuri ancor vo misurando,
e veggio ben che sempre lagrimando
spoglierò l' alma de' terrestri panni;
veggio che 'n tanti e sì gravosi affanni
viver non posso; e sempre sospirando,
mercé gridando, lagrimando, amando,
fuggiran l' ore in un momento e gli anni;
ma siami come vole acerba e fera
l' alta mia Donna, Amore, e 'l mio destino,
ch' a le mie notti non cheggio altro sole:
sempre fian le bellezze al mondo sole
ne l' alma impresse, e quella luce altera
onde di gir al Ciel scorgo il camino.

88

Un fallace sperar ch' a fin non viene,
e mille volte il dì rinasce e more,
parole adorne di mentito amore,
finte lusinghe di menzogna piene,
soave canto di false sirene
m' han scorto in questo periglioso errore,
ove a forza convien che moia il core,
a sì debile filo omai s' attiene.
O fieri inganni, o dispietate voglie,
donar a chi si fida affanni e morte,
e prender del suo strazio alto diletto:
è questo il frutto, Amor, che si raccoglie
ne' campi tuoi, è questo il ben perfetto
che prometti a l' entrar de le tue porte?

89

Traboccat' è la speme, e irato sale
l' audace mio desir, né posso aitarmi,
non avendo sì dure e possent' armi
che faccian schermo al colpo aspro e mortale;
potess' almen questo corso fatale
finir omai, o d' altra speme armarmi,
e quei bei lumi più pietosi farmi,
ov' è riposto il fin d' ogni mio male:
ma Fortuna rubella a le mie voglie
con Amor congiurata a farmi oltraggio
ogni pace mi fura, et ogni bene;
e perché sien più gravi le mie pene,
fiera, a quest' occhi lagrimosi toglie
l' amata vista del lor chiaro raggio.

90

Così breve è 'l piacere, e sì fugace,
così lungo il dolore, e sì mortale,
che l' usato conforto omai non vale,
Donna, al mio cor che si consuma e tace;
ma molto non andrem ch' avremo pace,
scarchi da questo peso umano e frale,
e fia spento il desio ch' ognor m' assale,
e con la vita l' amorosa face.
Forse ch' accorta poi de' vostri danni,
tardi direte: o mio fedele amico,
chi da me ti scompagna, e mi ti toglie?
Ma non fia a tempo, che l' acerbe doglie
Mort' avrà spente, e gli amorosi inganni:
così Amor detta, et io piangendo il dico.

91

Tanto l' acerba et angosciosa doglia
questo misero cor circonda e serra,
che de la lunga et amorosa guerra
avrà Morte di me l' ultima spoglia:
così fia spenta quell' antica voglia
che 'n sì giovine età, lasso, m' atterra,
e sepolto sarà meco sotterra
il pensier che di voi sempre m' invoglia:
o dolce fine, o benedetto giorno,
ultimo a questi amari e dolorosi,
e primo a più felice e lieta vita!
Far nel carcer terreno ancor soggiorno
fora peggio, che l' alma indi partita
altrove forse avrà veri riposi.

92

Dolce pensier, che con piume amorose,
come veloce augello e pellegrino,
senza volger altrove il tuo camino,
voli dove il mio bene il Ciel ripose:
tu ne le guance di color di rose
da vergini man colte in su 'l mattino
siedi ad ognor, e lodi il tuo destino,
le stelle del tuo mal tanto pietose;
tu quel celeste viso, e 'l dolce sguardo,
l' angeliche parole, il riso e 'l canto
vedi et ascolti, e non tel vieta il Cielo:
io sempre piango, io sempre agghiaccio et ardo
lontan da l' aria del bel volto santo,
né si cangia il desio per cangiar pelo.

93

Prendi, sacra Calliope, i panni allegri,
le perle, l' ostro, le ghirlande, e i fiori,
e spoglia il cor di pensier tristi et egri:
più che mai bella la tua chioma onori
quel sempre verde e glorioso alloro,
pregio alto di poeti e imperadori;
piglia il sonoro e ricco plettro d' oro,
e piena di celesti e bei concetti
dona diletto a l' amoroso coro.
E tu, che guerra ai travagliati petti
fai col tuo strale, Amor, presta 'l cor pace
dettandoli divini alti intelletti;
tempra l' ardente et amorosa face,
tanto ch' io mandi altiere lodi intorno
del dì che sì soperbo andar mi face.
Oggi è 'l felice et onorato giorno
nel qual vidi beltà che senza pari
di fam' ha 'l Mondo, e d' alta gloria adorno;
nel qual gli occhi mirai sereni e chiari
che 'l camin mi mostrar di gir al Cielo,
a spregiar Morte, e gli anni invidi avari:
ond' io squarciai l' oscuro e fosco velo
che 'l vero lume m' appannava in guisa
che senza alcuno onor cangiava il pelo.
Mi fu in tal dì la libertà precisa,
e posto in servitù dolce e soave;
fu da' bassi pensier l' alma divisa;
in tal giorno donai lieto la chiave
de la mia vita a lei, che d' ora in ora
sgombra del cor ciò ch' è noioso e grave.
O dì beato, il Ciel te faccia ognora
via più degli altri risplendente e puro
quando de l' Occean ti scorge fora;
ogn' altra nebbia, et ogni fumo oscuro
seggan negli antri, e 'l tuo seren non copra
Giunon gelosa, o Giove irato e duro;
Apollo più che mai contento scopra
i chiari raggi, e per farti sereno
ponga ogni studio, ogni suo ingegno et opra;
Zefiro solo di dolcezza pieno
voli per l' aria, et a l' erbette tolti,
faccia di vaghi fior bello il terreno;
Borea co' venti impetuosi e stolti
restino lor mal grado in qualche speco,
o ne la pregion d' Eolo insieme accolti;
porti l' Aurora rugiadosa seco
i più vaghi color, quando ti adduce,
tal che ti lodi ogni latino e greco,
e dica: in cotal giorno un' alma luce,
un celeste splendore al Mondo apparse,
che sovra ogn' altro qui tra noi riluce.
O benedetto dì che 'l petto m' arse
quel dolce sguardo, e la soave vista,
ch' a la luce del Ciel puote aguagliarse;
o dì nel quale onor chiaro racquista
l' ingegno, onde 'l dolor suo disacerbe
l' alma già per adietro oscura e trista:
io prego il Tempo che con meno acerbe
voglie raffreni il suo veloce corso,
e più lungo degli altri a noi ti serbe;
e l' Ore lievi, poi ch' avranno il morso
posto a' destrier del Sol, ch' oziose e lente
ti dian contra la notte alcun soccorso,
sì che sian tardi in te le luci spente.

94

Qual fero fato a lagrimar m' apella
dapoi l' ore sì dolci e sì serene?
Dov' è fuggita la tradita spene,
che pur dianzi era meco altera e bella?
Or veggio ben che repente procella
m' ha dilungato dal maggior mio bene,
e la beltà che 'n vita mi mantiene
è sorda a' preghi, e a' miei desir rubella:
credeva al fin di così lungo corso
giunger contento, et in securo porto
legar la nave omai debile e frale,
ma con venti contrari ognor m' assale
quella che brama di vedermi morto,
tal ch' io son tra Cariddi e Silla corso.

95

Torniamo a rivedere il nostro Sole,
occhi miei lassi, e la tua gloria, Amore,
la Donna d' onestà piena e d' onore,
che fa de' miei pensier com' ella vuole;
torniamo a udir l' angeliche parole,
orecchie, e piedi al vostro usato errore;
torniamo insieme a rivedere il core
che del nostro tardar forse si duole:
tosto vedrem quelle luci serene,
ch' a la strada d' onor mi furon scorte,
tutte di grazia e di dolcezza piene;
tosto vedrem la nostra dolce morte,
ch' ancidendone ognor vivi ne tiene,
con più felice e riposata sorte.

96

Beate rive, ove con ricchi panni
la Regina del Po inalza il crine,
de le dolci amorose mie roine
fide conserve, e de' miei lunghi affanni,
io riedo a voi, né 'l longo corso d' anni
ha potuto le voglie adamantine
intenerir, o coprir di pruine
quell' ardente desio pronto a' miei danni;
se senza me le luci altere e chiare
da le quali imparai che cosa è onore
godeste un tempo, e me ne foste avare,
or mi sarà tanto cortese Amore
ch' io le contempli, e che da loro impare
la via d' uscir di così lungo errore.

97

Fondulo, se d' amor l' alta radice
è dolce, ond' avien poi che frutto amaro
produce? io 'l so, ch' a le mie spese imparo
come di van piacer doglia si elice:
qual velenosa terra empia nutrice
la dolcezza li toglie, o qual avaro
Cielo, quai stelle fur che la tempraro
d' assenzio e fel per farmi sì infelice?
Come da madre pia sì crudo figlio
nasce, et oscuro fior da vago stelo,
e da lieta cagion sì fieri danni?
Dilmi ti prego, e 'n sì gravosi affanni
che mi struggono il cor dammi consiglio,
togliendo agli occhi miei l' oscuro velo.

98

Il Tevre piange il già perduto onore
con la sua Donna, e ne l' erboso letto
le meste Ninfe fanno molle il petto
de l' umor che dal cor stilla il dolore;
la Notte tolte al suo fratello l' ore
più non ritorna nel tartareo tetto,
e Morte più che mai prende diletto
di mandar l' alme del suo carcer fuore:
chi di questa si lagna, e chi di sorte
pronta a' suoi danni; et è 'l concento tale,
qual nel regno di Dite udir si suole;
et io mi doglio di due luci sole,
Girolamo, che fan meco immortale
la pena mia, e le mie gioie corte.

99

Spirto, che carco di virtù et onore,
quand' eri al Mondo più gradito e caro,
t' alzasti a volo, e dov' è 'l Ciel più chiaro
asciso, miri il vaneggiar de l' ore:
quanto fe' mai di bel Natura e Amore
teco portasti, e di tue grazie avaro,
nulla di pellegrin, leggiadro e raro
lasciasti a noi, ma sol pianto e dolore;
poi quello avrai di tue virtuti adorno,
mira talor qua giù come si eterni
per te ne l' alme un martir empio e grave,
e mostrando la via da farne eterni,
se cosa non è qui che più ti aggrave,
riedi a portarne il sol perduto e 'l giorno.

100

Quando talor novo pensiero sgombra
l' amoroso pensier che mi disface
per donar al mio cor riposo e pace,
o almeno al suo caldo et aura et ombra,
de l' aureo crine che 'l bel volto adombra,
Amor, ch' ivi entro si riposa e giace,
tesse un possente laccio e sì tenace,
che di novo timor tutto m' ingombra;
così testo et ordito di quell' oro,
l' annoda al collo, e di pietate privo
mi punge il fianco, e mi percuote e sferza;
e se mercé chiedendo io grido e ploro,
non vol udirmi, e come fuggitivo
fa ch' io provo gli sproni, e la sua ferza.

101

Deh sorgi, Apollo, e di quest' ombre spoglia
la Terra omai, e di notturni orrori,
e le luci là su di te minori
altra parte del mondo a sé raccoglia;
affretta l' Ore, ché con l' aurea spoglia
ti menino i corsieri, e i novi albori
copri col lume, e co' raggi megliori
trae di tenebre il mondo, il cor di doglia:
ch' a l' apparir del matutino raggio
moverò verso lei, che 'l cor desia,
i piè, che far non sanno altro viaggio.
Deh sorgi, o Sol, ch' andremo in compagnia,
tu per render più bello il novo maggio,
et io per riveder la Donna mia.

102

Qual sì candido augel, sì chiara tromba,
spirto illustre, fia mai, ch' arrivi al segno
de le tue lodi, e de' tuoi sacri onori;
o qual pensiero a guisa di colomba
s' alzarà al Ciel, non che mortale ingegno,
tal che contempli i tuoi pregi minori?
I più lodati allori
resterian vinti, e i più purgati inchiostri:
ma non possendo al mio desir por freno,
sì che non t' apri il seno,
e 'l fondo del mio cor non ti dimostri,
iscusami se 'l basso incolto stile
fa forse ingiuria al tuo nome gentile.
L' eterna Donna con più dotte squille,
e più chiari messaggi ha sparso intorno
la gloria tua, che 'l secol nostro onora,
e mille ardenti e lucide faville
accese del tuo onor un novo giorno
aprono al mondo con più bella aurora;
ne la tua fronte ognora
virtù si vede, e le sacre compagne,
vaghe di così ricco altero albergo,
e qual t' adorna il tergo,
e quale il petto, onde l' invidia piagne
s' alcun famoso et onorat' è al mondo,
che vede farsi al tuo valor secondo.
Fortuna lieta nel tuo grembo assisa
in te si specchia, e del suo regno antico
ti dà le ricche chiavi e l' aurea verga;
e va girando la sua rota in guisa
ch' al tuo stato gentil si mostri amico
il Cielo, et ogni sdegno in Lete immerga,
e cortese disperga
ogn' influxo ch' a l' alto tuo valore
portasse invidia, o a' tuoi felici effetti:
sol divini concetti,
e pregiati pensier mostri di fuore,
che son perfette e ben secure scale
per salir dove l' uom si fa immortale.
La bella Italia, a cui sì apert' ha 'l fianco
il barbaro furor, che rugiadose
vede di sangue ancor le sue contrade,
e a suo soccorso ogni altro animo stanco,
spera per te di spoglie gloriose
ornar i tempi, e 'nsanguinar le spade
latine, e per le strade
veder d' Ibero a terra sparsi i figli,
quai morti, e quai co' membri non integri,
altri pensosi et egri
andar cercando ognor novi consigli,
non a danno di voi, ma per far schermo
al viver lor, che fia debile e 'nfermo.
L' Arno gentil, che tua virtute stima,
a te gioioso e riverente viene
per coronar la tua pregiata chioma;
e spera ancor più d' una spoglia opima
erger in alto, et arricchir l' arene
de l' or del Tago; onde si cruccia Roma
che sì onorata soma
sovra gli omeri suoi possenti giace,
da ingiusto sdegno, et odio iniquo offesa:
ma forse ancora accesa
di più onesto desio, con chiara face
vedrà quel ver ch' adombra un altro velo,
e manderà tue lodi insino al Cielo.
Non sol ne' nostri campi Ercole suona,
e le Ninfe del Po fora de l' onde
tesson corona a la tua fronte altiera,
ma il Nilo, il Gange, la Tana, e Garona
di leggiadretti fior t' apron le sponde,
bramosi che 'l tuo nome unqua non pera,
alma pronta e leggera
al ben oprar, ch' al Ciel sì altera poggi
con le penne d' onor candide e bianche,
che non saran mai stanche
perché dietro si lascin monti e poggi:
ti sia 'l destin così cortese e grato
ch' ognuno invidi il tuo felice stato.
Canzon, se la via sacra
in altra etate alti trionfi ornaro,
di lor ch' alzarsi a' più perfetti segni,
forse non fu sì degni
ch' aguaglin quei ch' al mio famoso e chiaro
Ercole il Ciel promette, acciò che 'nvano
vada tanto superbo il Vaticano.

103

Aure, ch' intorno mormorando andate,
e fra le verdi erbette e rugiadose
la dolce Primavera accompagnate,
ameni e verdi colli, piaggie ombrose,
rive, ch' adorne di fior bianchi e gialli
sete più d' altre vaghe e dilettose,
fiorite, sacre, e solitarie valli,
lascivi pesci, che scherzando gite
per questi puri e liquidi cristalli,
deh, le dolenti alte querele udite
taciti sì che 'n voi pietà si veggia
de le gravose mie doglie infinite.
S' alcun pastor con la sua amata greggia
è qui vicin, sotto qualch' ombra intento
prego ad udire i miei lamenti seggia,
e testimon del fero empio tormento,
di me gl' incresca, che sempre piangendo
invan d' amor mi doglio e mi lamento,
né per altro morire indugio prendo,
se non per far a tutto 'l mondo fede
che mal fin fa chi vive amando, ardendo.
Colui ha per lo Ciel rotato il piede
già dieci volte, per cui sempre piange
Peneo, ch' in fronde la sua figlia vede,
poi che prima arsi; né mai fuor del Gange
il chiaro giorno uscio, che ne la fronte
non veggia il duol ch' ognor mi crucia et ange;
o 'n piaggia aprica, o 'n chiusa selva o monte,
ovunque il travagliato piede volsi,
ho fatto di quest' occhi un vivo fonte;
né giamai alcun fiore o frutto colsi
del seme sparso de' miei lunghi guai,
come là su dove si puote vòlsi;
peregrinando un lustro integro andai
con lungo exilio, e sol di rimembranza
mi vivea degli amati e chiari rai;
né mai visse desio senza speranza
fuori che 'n me, così spietata sorte
mi dipinse nel cor l' alta sembianza.
La mia nemica, anzi pur dolce morte,
prendendo del mio strazio alto diletto
sempr' a' giusti desir chiuse le porte;
né per mostrarle un amoroso affetto,
né per sempre pregare e lagrimare,
destai pietà ne l' orgoglioso petto:
sallo il paese ove Cesar bagnare
fe' del gallico sangue mille spade,
che m' ha sovente udito sospirare;
sel vide Ibero, con l' ispane strade,
che correndo calcai co' piedi infermi,
e l' Occeano, e l' angliche contrade;
l' udiro i luoghi solitari et ermi
del Reno dal sinistro e destro corno,
ove sforzato fui spesso a dolermi;
e 'l nivoso Apennin, che d' ogn' intorno
ho cercato più volte, il Tevre e l' Arno,
e 'l Po, dove piangendo ognor ritorno,
che m' han veduto impallidito e scarno
chiamar la morte mille volte e mille
Amor pregando e la mia Donna indarno,
e sparger tante lagrimose stille
dal dì ch' io caddi a l' amoroso intoppo,
quante per Demofon versò mai Fille;
e ben ch' ella leggera e di galoppo
fuggisse i preghi miei qual veltro o damma,
i' l' ho seguita col piè lento e zoppo;
né per lo suo rigor una sol dramma
scemò del foco mio, anzi il fe' tale,
che con più forza ognor lasso m' enfiamma;
poi, come volse il mio destin fatale,
ritornai qui, dove già pria mi piacque
l' alta cagion del mio sì acerbo male,
e lungo le correnti e turbid' acque
che chiudon l' ossa del figliol d' Apollo
unqua la lingua mia da poi non tacque.
Così col duro e grave giogo al collo,
senz' aver ore mai serene o liete,
son già vicin di Morte al fero crollo;
né posso quei pensier tuffare in Lete,
rubelli al mio tranquillo e lieto stato,
né le voglie sì audaci et inquiete;
o l' amoroso ardor dentro celato
spenger col pianto, né saldar la piaga
che mi fece nel cor lo strale aurato:
forza di pietre, d' erbe, o d' arte maga,
tutto l' alto saper, vagliono nulla,
tanto del proprio error l' alma s' appaga;
e certo sin dal latte e da la culla
fui condennato a sempiterni danni
per due begli occhi ov' Amor si trastulla;
né spero uscir giamai di tanti affanni,
o gli omeri sottrarre al grave peso,
per volger di pianeta o corso d' anni;
che chi mi tien fra verdi rami preso
raddoppia i lacci, e così 'ntrica il nodo,
che perché io senta 'l cor dal duolo offeso,
più ch' io cerco di sciormi, e più m' annodo.

104

Portata avea Triton tranquilla oliva
a l' onde salse ove 'l mar d' Adria freme,
e con le Ninfe a lui compagne insieme
sedea ne la fiorita e verde riva;
e diceano cantando: Anima priva
di terreni pensieri, unica speme
di questi lidi, ch' ognun ama e teme,
degno solo per cui si canti e scriva,
tirin le Parche tue lo stame tanto,
che la bianca vecchiezza a noi ti serbe,
de' più pregiati onor la fronte adorno.
Così di vaghi fior spogliate l' erbe
sparsero l' aria, e raddoppiaro il canto,
e Valerio sonar l' acque d' intorno.

105

Come fido animal ch' al suo signore
venuto è in odio, ora si fugge, or riede,
e se ben fero grido, o verga il fiede,
non vorria uscir del dolce albergo fuore,
poi che per fame si languisce e more,
sforzato, volge in altra parte il piede,
e dove cibo trova, ivi si siede,
cangiando col novello il vecchio amore:
cos' io temendo di Madonna l' ire
tristo fuggo e ritorno, et importuno
cheggio a la sua pietate umile aita;
et ella è sorda, ond' io per non perire
vo in altra parte poverel digiuno
procacciando soccorso a la mia vita.

106

Superbo Po, che 'l sacro cener serbi
del mal rettor de l' apollineo raggio,
deh potess' io cangiar teco viaggio
per gir là 've 'l mio duol si disacerbi!
Dove tra ricchi muri alti e superbi
siede la Donna tua, dov' io 'l cor aggio,
prega l' aura che pura senza oltraggio
le verdi foglie al mio arbuscel conserbi;
e se l' aviene, o che soave peso!,
che mai porti sul corno i sacri rami,
basciali in vece mia, e umil gli adora;
così non sia da occolte insidie offeso
il regno tuo, e da le reti et ami
securi i pesci tuoi scherzino ognora.

107

E quella fiamma che soave e chiara
già m' arse il cor, e quei desiri ardenti
ch' Amor accese in me son tutti spenti,
secca la vena del mio pianto amara;
ora a la libertà gradita e cara
volgo le vele mie con meglior venti
fora de l' ampio mar de' miei tormenti,
mal grado di fortuna invida avara:
rotto è l' ardente nodo, e sì tenace,
il duro giogo, e le catene salde,
tal ch' io pur resto un dì libero e sciolto;
né mai fia più ch' altra amorosa face
quest' or gelato cor struga o riscalde,
o ch' ancor sia da novi lacci involto.

108

Ben posso omai con le man giunte al Cielo,
Signor, erger la voce e l' intelletto,
e render grazie a te, che 'l nodo stretto
hai sciolto, e tolto da quest' occhi il velo;
spent' è già in tutto l' amoroso zelo
ch' agli ardenti desir mi fe' soggetto,
e di vani pensier purgato e netto,
non provo a voglia altrui più caldo o gelo:
conservami ti prego in questo stato,
sì che securo de l' eterno danno,
vada a la fin del camin aspro e rio,
che 'l trentesimo terzo anno è già entrato
de la mia etate, et io, lasso, m' envio
verso la morte, e 'l comun nostro affanno.

109

Valerio, che con voglie ardite e pronte
i passi raddoppiando al tuo pensiero,
per lo più corto e spedito sentiero
salisti l' alto e glorioso monte,
e del sacrato allor cinto la fronte,
ora col Mantovano, or con Omero
l' ore dispensi, e con giudicio intiero
fatt' hai le lodi tue scrivendo conte,
mostrami com' io possa a Morte avara
tormi di mano, et in lodate carte
viver al par de le future genti,
e da l' orme del volgo a meglior parte
volger il piè, dove l' eterna e chiara
vita non turbin neri e mortal venti.

110

Se per Memnone tuo ti rode il core,
Aurora, la pietà che già ti rose
allor che festi l' erbe rugiadose
di pianto che dal cor stillò il dolore,
traggi più tosto de l' usato fuore
il giorno, che gran tempo è che s' ascose,
e coronata di purpuree rose
sgombra la nebbia del notturno orrore;
né tardar più, che se n' andremo insieme,
tu per far d' alta luce i poggi adorni,
et io per riveder l' almo mio Sole:
così ponga in oblio, quel che ti preme,
Cefalo la sua Procri, e teco torni
a partir i pensieri e le parole.

111

Se, Lodovico, dagli ascosi inganni
del tempo avaro l' uom sol si difende
co' chiari inchiostri, e a morte si contende
sol con quest' armi, et a' suoi gravi danni,
perch' a l' ingegno tuo spiegando i vanni
non voli ardito là dove si accende
ognun di viva gloria, ove si prende
vita immortal sott' a terrestri panni?
Hai pur le Muse amiche, e già le chiome
t' ha cinto Apollo del suo verde alloro,
et a pregio maggiore anco ti chiama:
scrivi dunque, ché marmi e statue d' oro
consuman gli anni, e sol rimane il nome
vivo, contra lor voglia ancor, per fama.

112

Alma, ch' ogni desir basso e mortale
disgombrando del saggio e dotto petto,
mandi il tuo pellegrino alto intelletto
là dove ingegno uman di rado sale,
Capello, il frutto non caduco o frale
mieti de' tuoi be' studi, e al ben perfetto,
ignudo di pensier vile e negletto,
caminando ti fai chiar e immortale:
io de le lunghe mie gravi fatiche
altro non colsi mai che doglie acerbe,
corto piacer, speme fallace e vana:
poi ch' hai le Muse più d' ogn' altro amiche,
co' detti tuoi le mie piaghe risana,
sì che 'l grave dolor si disacerbe.

113

Già 'l decim' anno a' miei sospir vien meno,
et io più lieve corro al giorno extremo,
a cui solo pensando agghiaccio e tremo,
di merti voto, e d' error gravi pieno;
ars' ho non sol, ma incenerito il seno
senz' alcun frutto, e di peggio ancor temo,
che non è quel desire in parte scemo
al qual non posso por legge né freno:
ma tu, Signor, al cui voler soggiace
quanto s' opra qua giù, pietoso sgombra
di sì vani pensier questa rea salma,
che senza il tuo valore avrà la palma
di me 'l nemico mio, che sì rapace
l' alme d' eterna et atra notte ingombra.

114

Dal primier dì ch' io vidi i lumi vostri
divenni vostro, e sarò sin ch' io viva,
né per mostrarvi disdegnosa e schiva
cangiar potrete un sol de' pensier nostri;
testimonio ne fan gli sparsi inchiostri,
che vi terran per molti tempi viva,
e se Morte d' amor l' alma non priva,
v' amarò ancora ne' superni chiostri:
e voi pur sempre pronta a farmi guerra
mi date di mia fede empia mercede,
vaga senz' alcun pro de' miei tormenti;
ma almen diranno le future genti:
amante più fedele il Ciel non vede,
né Donna più crudel preme la terra.

115

Sacro intelletto, altero e chiaro onore
d' Adria, e di tutti i bei latini campi,
che del tuo gran valor co' vaghi lampi
via più d' ogn' altro il secol nostro onore,
degno solo a cui sempre aprino l' ore
beati giorni, a cui la Fama stampi
eterne lodi, acciò 'l tuo nome scampi
dal solito del Tempo empio furore:
raro Vinegia andò superba e lieta
d' aver tra' suoi con l' arme e col consiglio
alma sì pronta a torle oltraggi e danni:
loda, patria felice, il tuo pianeta,
che Cornelio ti diè sì degno figlio,
alzando a' primi onori il tuo Giovanni.

116

Deh perché non poss' io, Madonna, alzarmi
al par de' vostri onor con quest' ingegno,
e dando di mia fé non leggier pegno,
tale qual io son vostro a voi mostrarmi?
Ma s' ergon troppo, et io tanto levarmi
non posso senza piume, e gir al segno;
colpa di voi, ch' oggetto troppo degno
dal mio ardente desio fate ritrarmi:
s' io non potrò con questo incolto stile
tenervi viva, e procacciarvi onore,
sì ch' al vero non sia sì come un sogno,
un testimonio almen sarà non vile
de la mia fede, e del mio puro core,
e di più non sapere io mi vergogno.

117

Al Cavalier degli Obìci

O di doppio valor spirito chiaro,
che l' erto colle a così lungo passo
salisti di virtute, et or non lasso
tocchi la meta ov' ancor pochi andaro;
spirto ch' al Ciel co' sacri onori al paro
t' alzi, gli umani error lasciando a basso,
e d' altro fai che di scolpito sasso
al secondo morir schermo e riparo:
aprino liete il glorioso monte
le compagne d' Apollo, e al tuo bel crine
faccian di verde allor doppia corona,
e 'ntaglino, Gasparro, audaci e pronte
in così salde tempre adamantine,
che viva eternamente in Elicona.

118

A Messer Antonio Brocardo

Se ne l' eterna luce, ove salito
sei nudo e scarco di terrene voglie,
Brocardo, il rimembrar non ti si toglie
di lor cui fosti qui caro e gradito,
mentre nel più riposto e più romito
loco del Ciel, che i più pregiati accoglie,
libero di pensier mortali e doglie
ti godi d' un piacer vero infinito,
mira a canto le rive ove il mar freme
d' Adria, e vedrai con veste oscura e negra
dotta schiera che te chiamando piange;
e com' in legno aperto allor che frange
più 'l vento l' onde, senz' alcuna speme
star col cor e la mente inferma et egra.

119

Al medesimo

Nel vago april de la tua verde etate,
sciolto et ignudo del corporeo manto,
Brocardo, noi lasciando in doglia e 'n pianto
salisti al Ciel tra l' anime beate;
e con quelle più pure, a Dio più grate,
il primo, forse, al miglior spirto a canto,
mieti negli occhi e nel bel volto santo
frutto gentil de l' alta tua bontate:
a te cantando i sacri angeli eletti
rendeno onor, e le tue dotte chiome
coronan d' altro che di fiori e fronde:
qui duolsi il cieco Mondo, e piangon l' onde
d' Adria, e quanti tra noi son più perfetti
chiamano sospirando il tuo bel nome.

120

A Madonna Marieta Mirtilla

Perché la neve, e 'l puro avorio e netto
bagni di pianto, e con dogliosi accenti
percuoti d' ogn' intorno l' aria e i venti,
chiamando lui che fu qua giù perfetto?
Lasciando il Mondo povero e negletto
salit' è in Ciel tra le beate genti,
ove nel sommo ben co' lumi intenti
pasce il divino suo chiaro intelletto.
Non far, Mirtilla, a l' aureo crine oltraggio:
vive lieto il Brocardo appresso a Dio,
dove l' ore dispensa in meglior usi,
e gli occhi, che sin qui son stati chiusi,
aperti ha sì, che com' un sol col raggio
n' enfiamma di celeste alto disio.

121

A Messer Luigi Priulli

Priulli, invano l' empia morte acerba
piagni del tuo Brocardo, e 'l fero fato,
che di sì ricco pegno ha noi privato,
accusi, e 'l Ciel, che i men famosi serba:
se la Parca sì cruda e sì superba
lo stame de la vita ha lui troncato,
e colto a mezzo april del mondan prato
gli onori suoi ancor in fiore o 'n erba,
tu, che pòi con lo stil candido e puro
torlo di mano a chi null' uom perdona,
spiega l' alte sue lodi in dotte carte:
scrive 'l chiaro Valerio, e 'l caso duro
piangon le Muse, e de' lamenti suona
la valle di Parnaso in ogni parte.

122

A Messer Antonio Brocardo

Tu, che con l' aure a' tuoi desir seconde
solcat' hai questo mar carco d' onore,
tra que' spirti del Ciel (forse il megliore)
che degni fur de la pregiata fronde,
di queste perigliose orribil' onde
de la vita mortal scorgimi fuore,
tal ch' io riveggia dopo lungo errore
del queto porto le secure sponde:
non consentir ch' altrui forza mi chiuda
il camin da venir dove tu sei
a dispregiar di Morte i feri oltraggi:
e se non hai d' amor l' anima ignuda,
là mi scorgi, Brocardo, ov' è colei
che sa di gir là su tutti i viaggi.

123

A Messer Gio. Giacopo da Roma

Roma, se d' alma Iddio così perfetta
volut' ha ornar il suo celeste impero,
et inalzarla ov' era col pensero
salita ancor tra' bei legami stretta;
se come la più cara e più diletta
la tiene a canto, e de l' eterno e vero
suo ben la pasce, a che duolo empio e fero
ti strugge il cor di quel che lei diletta?
Duolti che non t' alzasti insieme a volo
fuor di quest' ampio mare e tempestoso
che turban ad ognor contrari venti:
perché ne le fatiche e ne' tormenti
fosti qui morto seco, ora in Ciel solo
vive il Brocardo in gioia et in riposo.

124

Se 'l duro suon di que' sospiri ardenti,
ch' amoroso dolor trasse dal petto,
mentre dietro al desio prendea diletto
di gir versando lagrime e lamenti,
non ha potuto i begli occhi lucenti,
che fur de' miei pensieri unico obietto,
far d' onesta pietà dolce ricetto,
ond' avessero tregua i miei tormenti,
almen dimostrarà qual frutto mieta
chi ne' campi d' Amore ha sparso 'l seme
col fero essempio de' miei lunghi mali;
e forse a vita più tranquilla e lieta
volgendo l' alme altrui, e a miglior speme,
vivrò ne le memorie de' mortali.

125

A l'Aurora

Ecco che 'n Oriente
incomincia a mostrarsi
co' capei d' oro sparsi
la madre di Memnon chiara e lucente,
e già nel cielo spente
l' accese faci, il mattutino raggio
co' begli occhi n' adduce,
e con la vaga sua purpurea luce
facendo a l' ombre oltraggio
al sovrano pianeta apre il viaggio.
Vieni, candida Aurora,
e di pura rugiada
questa e quella contrada
rinfresca, e fa' tra noi dolce dimora;
o Dea cui 'l mondo onora,
che porti teco ne la fronte il giorno,
e 'l ciel bianco e vermiglio
fai col sereno tuo tranquillo ciglio,
vedi che d' ogn' intorno
onorano i mortali il tuo ritorno.
A te amaranti e rose,
et amomo odorato
con spirar dolce e grato
portano l' aure lievi et amorose;
le sorelle dogliose
ti salutan con lor soave canto
tra' più frondosi rami,
e par ch' ognuna ti desiri e chiami,
acciò che 'l lume santo
tolga a la terra il tenebroso manto.
La figlia di Latona
al tuo vago apparire
incomincia a fuggire,
e i suoi destrieri a lieve corso sprona,
seguendo la corona
de la bella Ariadna, che partita
è con la notte oscura
per la strada del Ciel tranquilla e pura,
e piange scolorita
con le stelle sua grave dipartita.
Già posto il ricco freno
a' corsieri d' Apollo,
e l' aureo giogo al collo,
ti seguon l' Ore per l' aere sereno,
col sen di fiori pieno:
e qual adorna le tue chiome bionde
di gigli e di viole,
qual ti va inanzi, e qual invita il Sole,
che tardo ancor s' asconde,
a sorger teco omai fora de l' onde.
O moglie di Titone,
tu con la bella fronte
mostri al nostr' orizzonte
quanta vaghezza il Cielo in te ripone;
dal sovrano balcone
del lucido Oriente uscendo fuori,
di tenebre disgombri
la terra, e di splendor tutta l' ingombri,
e con soavi errori
dipingi il mondo de' più bei colori.
Il Sonno pigro e grave,
compagno de la Morte,
ne le paterne porte
fugge leggier, ché di tua vista pave;
la sua spalmata nave
spingendo for del porto il bon nocchiero,
con l' ampie vele aperte
solca del mar l' onde fallaci e 'ncerte,
e con occhio cervero
vede il securo, e suo miglior sentiero.
Levasi il peregrino
da l' ozioso letto,
e dal desire astretto
movendo con tua scorta al suo camino
i piè, nel mattutino
fresco raddoppia i passi, e 'l crine cinto
di verdi fronde, canta
sì come Ippomenés vinse Atalanta,
come del labirinto
uscì Teseo, il fero mostro extinto.
Non volga il caro amante,
che già per Procri ardea,
o bella e vaga Dea,
in altra parte le fugaci piante,
ma con umil sembiante,
sendo già 'l cor da tua beltà conquiso,
tutti i passati affanni
posti in oblio, ristori i gravi danni,
e nel tuo grembo assiso
bea piacer da' begli occhi e dal bel viso.
Tosto, la tua mercede,
vedrò gli occhi sereni,
di grazia e d' amor pieni,
di lei che fe' del cor sì dolci prede,
dove Donna ancor siede,
e tiene il fren de' miei pensieri in mano,
che vaga a meraviglia
a l' alta tua beltà sola simiglia,
il cui soave e piano
sguard' ogn' amaro fa da sé lontano.

126

Agreste Iddio, a cui più tempi alzaro
i pastori d' Arcadia, ov' ancor vive
il tuo nome onorato, e ne le olive
scritto, e negli olmi, a' quai sotto cantaro:
questa sampogna, al cui soave e chiaro
suono talora a le dolc' ombre estive
cantar solea ne l' antenoree rive
Titiro fra' pastor famoso e raro,
vinse Alcippo cantando, e a te la dona,
appendendola lieto a questo faggio,
d' odorati e bei fior cinto la fronte,
e grida: O Pan, o Pan, sempre fien pronte
le mie voci in lodarti, e al novo maggio
le corna t' ornerà verde corona.

127

Pastor, poi s' avicina il chiaro raggio
del figliol di Latona, e già l' Aurora
co' bei crin d' oro il Ciel pinge e colora,
surgete a salutare il novo maggio:
cantiam le lodi sue sotto quel faggio,
dov' io vinsi a cantar Titiro ancora,
e tu di vaghi fior, Licida, onora
le corna a Pan, a cui promesso l' aggio.
Ecco Palemo mio, la fronte adorno
di fresca calta e di vermiglie rose,
seco, Marato bel, seco cantiamo,
imitando gli augei che 'n ogni ramo
col dolce suon de le note amorose
salutano il fiorito e lieto giorno.

128

Alza, Aretusa, fuor le chiome bionde
de' tuoi cristalli liquidi e lucenti,
or che co' suoi desii caldi et ardenti
il tuo protervo Alfeo nel mar s' asconde:
ti chiama Alcippo, a cui solo risponde
Eco con mesti e dolorosi accenti,
e soli errar lasciando i cari armenti,
versa dagli occhi amare e tepid' onde;
rispondi, o Ninfa, e la serena fronte
mostra, sì come a l' alma Dea mostrasti
allor ch' ella perdeo l' amata figlia;
così non siano i fior troncati o guasti,
che fan la riva tua bianca e vermiglia,
così sia sempre puro il tuo bel fonte.

129

Se da l' orgoglio del gelato verno,
che i teneri arbuscelli uccide e sfronda,
difendi questa verde e bella fronda,
sì che sieno i suoi rami e 'l tronco eterno,
o primo lume del motor superno,
padre di quanto Ciel vede e circonda,
i fior che pingon la sinistra sponda
di questo fiume tuoi fieno in eterno;
di latte Alcippo e di cornuto armento
il più ricco pastor di questi monti,
che Titiro l' altrier vinse cantando,
co' desiri del don maggiori e pronti
sempre grato ti fia, lieto e contento
sotto al suo Mirto il tuo nome lodando.

130

Non spiegò treccia d' or più vaga al Sole,
né spiegherà Ninfa leggiadra e bella,
né piede più gentile erba novella
presse giamai di piaggie ombrose e sole;
unqua più bianca man rose e viole
non colse in su 'l mattin, né 'l cielo ha stella
più chiara de' begli occhi, né favella
s' ode più dolce, o più saggie parole,
che quelle di Mirtilla, il cui bel nome
onorano i pastor ne l' ampie rive
ch' Adria corregge, e 'l suo gran mare inonda:
così cantava Alcippo, a l' ombre estive
tra l' erbe assiso, d' onorata fronda
fatto corona a le sue dotte chiome.

131

Se da lupo rabioso, o da rapace
fiera securo il vostro gregge sia,
e se da sorte perigliosa e ria,
che sovente l' ancide o lo disface,
abbia ad ognor tranquilla e lieta pace,
difendete, pastor, la pianta mia,
sì che 'l suo crin, ch' al ciel sì verde invia,
colpo non tema d' altrui ferro audace;
potrete poi nel caldo ardente Cielo
seder a l' ombra sua soave e fresca,
e cantando alternar i vostri amori.
Pastori udite, e così il Mirto cresca,
che senza mai temer di caldo o gelo,
mostri in ogni stagione e fronde e fiori.

132

Per li tre abbati Cornelii

Cada dal puro Cielo
vaga pioggia di fiori
sovra 'l candido velo
de la dotta Talia,
mentre cantando fa dolce armonia.
I suoi soavi errori
fermino l' aure, e intente
odano i sacri onori
dei tre Corneli, e i nomi,
che dal tempo non fien vinti, né domi.
Qual raggio più lucente
in umano intelletto,
o di valor più ardente
l' alto motor ma' infuse
di quel che 'n questi tre largo rinchiuse?
E s' al vero e perfetto
ben per virtù si sale,
ciascun di questi eletto
avendo lei per scorta
vi giungerà per via spedita e corta.
Né più onorate scale
per poggiar a quel segno
u' l' uom si fa immortale
potean trovar che queste,
né per salir al Cielo ali più preste.
In qual più saldo legno
il tempestoso mare
di questo mondo indegno
potean solcar, e gire
al fido porto del vero gioire?
Tra l' anime più chiare
li pon lodata fama
col vago mormorare,
e tal di lor dà speme,
che 'l frutto avanzarà di molto il seme.
Ecco ch' a sé li chiama
il gran Tevre onorato
pieno d' onesta brama,
per adornar il crine
lor di rose vermiglie e matutine:
e s' a l' antico stato
tornar debbe giamai
Roma, cortese fato
a costoro ha promesso
il pregio non altrui unqua concesso.
Parmi d' udirla omai
coronata di fronde,
e 'n tutto fuor di guai,
lodar, come solea
gli Augusti già, due Marchi et uno Andrea.
Ben si deve de l' onde
d' Adria la bella Donna
con le superbe sponde
del suo mar dir felice,
poi ch' a sì degne piante fu radice.
Sola salda colonna
del gran nome latino,
il cui valor s' indonna
sovra quante mai foro
degne di regni, e di corone d' oro,
io t' adoro e t' inchino,
città felice et alma,
madre d' ogni divino
spirto ch' a noi si mostra
per far più ricco il mondo e l' età nostra.
D' ogni noiosa salma
ti sgravi il Ciel cortese,
e di più d' una palma
andar contenta e lieta
ti faccia il tuo benigno alto pianeta,
sì che 'l gentil paese
tuo di nemico telo
non tema alcune offese,
anzi creschin con gli anni
a l' ali del tuo impero e piume e vanni.

133

Mentre tra l' ombre al mormorar de l' ôra
dorme Licida bel sotto ad un faggio,
Licida, che 'l pastor più dotto e saggio
di quanti son tra noi ama et onora,
difendetelo, o Dee, che liete ognora
vivete ne' bei colli, da l' oltraggio
di lupo, o d' animal fero e selvaggio,
che spesso i nostri armenti apre e divora;
più vago pastorel non vede il Sole
tra quanto scalda o quanto gira intorno,
eterno onor de l' antenoree rive:
udite il suon de l' alte mie parole,
Oreadi, udite, e l' aureo crine adorno
Alcippo vi farà di verdi olive.

134

Famoso Iddio degli orti, a cui più carte
vergar gli antiqui inchiostri, e cui fur spesso
ora da l' uno, ora da l' altro sesso
offerti voti in questa e 'n quella parte,
quest' olmo che dal sol l' erbe diparte,
ov' è 'l maggior tuo membro scult' e 'mpresso,
ne' tuoi dolci piacer ti fia concesso,
con l' ombre sue di fior pinte e cosparte:
se 'l povero orto mio fecondo rendi,
sì che mai sempre senza pruni e urtiche
sia di latuche e di bei frutti adorno,
Priapo, il picciol don contento prendi;
così le Ninfe a' tuoi desiri amiche
teco facciano ognor lieto soggiorno.

135

Ora che gli animali il sonno affrena,
e van sol per lo cielo ombre et orrori,
forz' è che lagrimando io spinga fuori
de l' angoscioso cor l' acerba pena;
tu pura e sì tranquilla aria serena,
e tu compagna de' miei lunghi errori,
Notte, chiudete i gravi alti dolori,
tal che lo sappia il vostro fosco a pena:
così sia a l' una il suo silenzio eterno,
né le ricopra Apollo alcuna stella,
ma ceda il giorno al suo felice stato;
a l' altra il Ciel tanto cortese e grato,
che del più puro suo la faccia bella,
né senta pioggia o tempestoso verno.

136

Batto, pastor de le superbe rive
de l' alto fiume ove cadeo Fetonte,
vi sacra, o Dee di quest' ombroso monte,
il vicin bosco di frondute olive,
in mezzo al qual con acque fresche e vive
odesi mormorare un puro fonte,
simile a quello in cui la propria fronte
mirò colui che tra' fiori ancor vive;
pint' ha di bei smeraldi ambe le sponde,
e sì da rami è chiuso, e da le foglie,
che non teme d' Apollo il caldo raggio:
povero è 'l don, ma son ricche le voglie.
Questo vi dà, perché da grave oltraggio
difesa avete la sua bella fronde.

137

Ninfe, che 'n questi chiari alti cristalli
vaghe scherzando al camin vostro andate,
et amiche d' Amore e di pietate
guidate ognor dolci amorosi balli,
se scenda dal suo fonte e da le valli
il vostro fiume puro, e se l' irate
falci giamai le rive sue onorate
non spoglino di fior vermigli o gialli,
aprite al pianto mio l' umido seno,
e queste amare lagrime chiudete
nel più secreto vostro erboso fondo,
che veder non le possa il cieco mondo,
poi le sprezza colei, de le cui liete
vaghezze è 'l Cielo, e di sue grazie adorno.

138

A Messer Francesco Guicciardini

Arno, ben pòi il tuo natio soggiorno
lasciar ne l' Appennino, e co' cristalli
scendendo per l' alpestre orride valli
far il Tirreno mar ricco et adorno;
ben pòi di fronde l' uno e l' altro corno
cinger contento, e di fior bianchi e gialli,
e guidar cari et amorosi balli
con le tue Ninfe al verde fondo intorno;
che tra quanti intelletti umano velo
chiude ne l' alme al mondo chiare e conte,
un tuo figlio è maggiore, e più perfetto.
Intaglia il nome suo nel tuo bel monte,
sì che per molti secoli sia letto
Guicciardin, poi ch' ei fia salito in Cielo.

139

A Diana

Pon freno, Musa, a quel sì lungo pianto
ch' Amor t' apre dal core,
e vestiti di ricco e lieto manto:
rendiamo a quella onore,
che col vago splendore
facendo il Cielo adorno,
mostra quand' è più oscuro un chiaro giorno.
O bella Luna, tu col bianco raggio,
or cornuta or rotonda,
sovente fai a l' atra notte oltraggio,
per non esser segonda
a colui che già fronda
la sua Donna vedeo,
onde piangendo ancor duolsi Peneo.
Tu di mille lucenti e chiari lumi
il crine coronato,
questo nostro emispero, e l' altro allumi,
e d' umor dolce e grato
l' erbette in ciascun lato
umida nutri, e rendi
fecondo ovunque i tuoi bei raggi estendi.
Indi contempli de' felici amanti
i cari furti, e senti
lodar le Donne lor con dolci canti,
e le doglie e i lamenti
odi de' più dolenti,
che parlan con gli augelli,
con le fiere, co' fior, cogli arbuscelli.
Vedi il tuo Endimion sovra 'l suo colle,
che 'l Ciel mirando fiso
chiama 'l tuo nome col bel volto molle:
e sopra 'l sasso assiso,
canta come conquiso
fu da la tua beltate
senza trovar un tempo in te pietate;
come custode poi del bianco armento,
vincendo tanta asprezza,
ti punse 'l cor d' amoroso tormento:
onde di sua bellezza
ti prese tal vaghezza,
che spesso per diletto
li basciavi dormendo il volto e 'l petto.
A te Cinzio fiorito e gli altri monti,
a te le selve ombrose
serba Erimanto, e i lor più puri fonti;
te fuggon le sdegnose
fiere ne le famose
selve di Creta, il dardo
tuo forte teme l' orso e 'l lieve pardo.
Non ti fece venir pallida o bianca
la fronte del Gigante
ch' a la fucina di Vulcan si stanca:
anzi con fier sembiante,
al gran Fabro davante,
i duri velli a forza
traesti for de la lanosa scorza.
De le vergini caste gli alti gridi
odi, sacra Lucina,
che lungo i verdi e dilettosi lidi,
infino a la marina
de la città reina
del Po, preganti ognora
per lei, ch' ognuna riverente adora;
per lei, che 'l chiaro Rodano e Garona,
il Ligeri e la Senna
onorano, di cui scrive e ragiona
ogni lingua, ogni penna,
onde la fama impenna
l' ali, e alzando il volo
porta il suo nome a l' uno e a l' altro polo.
Acciò ch' al parto fortunato lieta
porgi l' amica mano,
che 'l gravoso dolor scaccia et acqueta,
non consentir che 'nvano
ti preghi l' Occeano
con le Ninfe nutrici,
ch' al nascer di costei fur sì felici.
Spargete il ricco tempio, o caste Donne,
di croco, e di viole,
il crin sciogliendo su le bianche gonne,
e con dolci parole
la sorella del Sole
richiamate tre volte,
sì che dal Cielo con pietà v' ascolte.
Accendete cantando il puro foco
sovra i sacrati altari,
e spiri arabo odore in ogni loco:
dai vostri dolci e chiari
accenti ognuno impari
lodar la bella Diva,
et empia del suo nome Eco ogni riva.

140

Queste purpuree rose ch' a l' Aurora
a l' apparir del dì cadder di seno,
Aure, fien vostre; e questo vaso pieno
di gigli e caltà sarà vostro ancora,
se da l' ardente sol, che d' ora in ora
scalda più co' suoi rai l' almo terreno,
guarderete oggi lei, che 'l ciel sereno
fa co' begli occhi, e le campagne infiora:
uditemi, aure dolci e pellegrine,
ché ne' verdi orti suoi non ha Pomona
più vaghi fiori, e più vermiglie rose:
vedete ch' anco sono rugiadose
del pianto de l' Aurora, al vostro crine
ne potrete poi far lieta corona.

141

Questi candidi augei, che latte e neve
vincon di puritate e di colore,
o vaga madre del possente Amore,
i' sacro e dono al tuo bel carro e lieve;
e questo odor sabeo, ch' a te si deve,
ardoti lieto, poi che 'l mio dolore
è spento in tutto, e 'n libertate il core
non sente il giogo più, noioso e greve:
o bella Dea, il Ciel più chiaro e puro
t' accoglia in grembo, e 'l tuo gentile amante
teco dimori a l' aria ardente, al gelo,
tal che 'l nemico tuo signor di Delo
pianga di sdegno, e faccia il mondo oscuro:
darti altro non poss' io per grazie tante.

142

Quai pallide viole et amorose,
piagge, sì come pria superbe e liete,
qual di pin ombra, di faggio o d' abete,
vi farà, selve, fresche e dilettose?
Poi che colei che le purpuree rose
avanza di color perduto avete,
null' altro di leggiadro in voi tenete
se non del piede suo qualch' orme ascose.
Guardate almeno que' vestigi santi,
sì che de le gentil sue piante serbe
il vostro almo terren forma in eterno;
ch' ancor verranno mille lieti amanti
ad inchinarvi, né 'l gelato verno
unqua vi spoglierà di frondi o d' erbe.

143

Al sonno

Quest' antro oscuro, ove sovente suole
dormir la Notte, e dar loco a l' Aurora,
ti serbo, o Dio del sonno, e seco ancora
un' ombra che giamai non vide il Sole,
in mezzo a cui un fiumicel si duole
con soave mormorio: a sì dolc' ôra
con la tua Pasitea potrai talora
dormir tra gli amaranti e le viole,
se tinto d' un soave e dolce oblio
mandi a quest' occhi rei de la mia morte
un sonno che li chiuda a lieta pace:
odimi, o Sonno, se mai chiara face
non entri, né mai Sol ne le tue porte;
se 'l Ciel ti faccia il suo primiero Iddio.

144

Un irco bianco che la fronte adorna
avea di bei corimbi e di fiorita
vite, cotanto a lui cara e gradita,
allor che 'l Sol col novo raggio torna,
tenendo Alcippo per le lunghe corna
con la man manca, e con la destra ardita
il nudo ferro, il suo Marato invita
dov' un altar di verdi fronde adorna
Licida bello, e grida: A te sia sacro
il vecchio duce del gregge caprino,
perch' abbian seco l' uve eterna pace.
Indi di puro e di maturo vino
bagnando il capo suo, col ferro audace
ferillo, e disse: A te, Bacco, il consacro.

145

A Cupidine

Questo spezzato giogo, e questo laccio
che con sì stretto nodo mi tenea,
or ch' ho da l' alma mia svelta la Idea
di lei, che mi fe' un tempo foco e ghiaccio,
appendo in alto al tuo gran tempio, e faccio,
o bel figliol de la più bella Dea,
quel che promesso t' ho mentre ch' io ardea,
s' usciva fuor di sì gravoso impaccio;
tua mercé or lieto in libertà mi godo,
con sì tranquilla e riposata pace
che pareggia il passato empio dolore:
sempr' io t' adorerò, sempr' in onore
avrò gli aurei tuoi strali e la tua face,
le tue catene, e 'l tuo tenace nodo.

146

A Messer Antonio Brocardo

L'orme seguendo del tuo sacro ingegno,
che pellegrino in questa parte e 'n quella
ha mercato d' onor salma sì bella
che ricco or poggia ove ciascun è indegno,
scorgo del vero stil l' antiquo segno,
ch' alza la fama altrui sovr' ogni stella,
non noto ancor a quest' età novella,
a cui salir quanto posso m' ingegno;
e per quel calle ove mi fosti scorta
affretto i passi al desir tardi e lenti,
lasciando l' altra via fallace e torta:
quant' io, Brocardo, e le future genti
ti debbo, e Poesia, ch' or si conforta
d' accender gli onor suoi ch' erano spenti!

147

A l'Eternità

Donna immortal, che sola ognor contendi
agli anni avari et a lor empie voglie,
e porti teco le vittrici spoglie
del fiero Tempo ovunque il camin prendi,
l' oscure rime del tuo lume accendi,
che mi dettar già l' amorose doglie,
e perché lunga età non le dispoglie
di vita, lor col tuo poter difendi:
a te son sacre, tua virtù mi vaglia
tanto che 'n bocca de le genti vive
durin col mio arbuscello eternamente,
e faccian l' alme altrui noiose e schive
sottrarsi al senso, che la luce abbaglia
de l' intelletto, e liberar la mente.

LIBRO SECONDO

[Dedica]

Alla Illustrissima Signora Donna Isabella Vigliamarina Prencipessa di Salerno

Forse meglio stato sarebbe, illustrissima e virtuosissima Signora, avendo risguardo all'altezza de' vostri meriti et alla bassezza del mio picciolo podere, vivermi dentro di questo mio desiderio d'onorarvi, e di pagare in parte i molti beneficii che da voi mi vengono, tenendo appresso di me queste mie cosette, o dandole a persona che più di voi d'esser onorata avesse di mestieri: conciò sia cosa che non più di lume e d'ornamento al vivo splendore della vostra gloria siano per recare, ch'un picciolo lumicino al chiaro raggio del sole, allor che nel mezzo giorno più lucente a noi si mostra. Ma conoscendo la vostra nobile et umana natura, ho preso ardire di darlevi, sperando che così come il gran Tirreno le povere et umili onde di Sebeto, che tranquille nel seno li correvo, non men lietamente accoglie che le ricche et altere del Tevere e del Vulturno, così voi nel gentile animo vostro sì graziosamente questo mio povero dono accoglierete, com'ogn'altro quanto si voglia maggiore che dar vi potesse più pellegrino et elevato ingegno, e li darete quel loco nella memoria che tenete delle cose grate, non ch'egli (che di poco merito è), ma quale merita il largo e liberale animo del donatore; a cui se le forze s'aguagliassero (tutto che impossibile sia di aggiunger a l'alto segno de' meriti vostri), sperarei, non lasciando a dietro alcun ufficio di gratitudine, pagar gran parte di quanto a voi et al Prencipe vostro marito e mio Signore son debitore. Prendete adunque, valorosa Signora, con allegro animo questo secondo libro de' miei amori, casti et in ogni sua parte onesti come a l'integra e candida onestà della divina mente vostra si conviene; il quale se talora, stanca di legger cose più onorate et alla grandezza de l'intelletto vostro più conformi, nelle mani vi recherete, aventuroso di certo si potrà nomare; et io, contento d'aver usato ogni grazioso ufficio verso questo mio figliolo che amorevole padre deve, avendolo non solo portato a questa luce, ma datoli il modo come sotto i raggi della vostra gloria possa eternamente vivere, pregherò Iddio che i vostri santi et onesti desiderii a felice fine conduca.

1

Ecco ch' Amor ritorna irato e fero
col foco de' desir caldi e cocenti,
nati dal raggio de' begli occhi ardenti
ch' ebber del viver mio sì lungo impero:
o disleale e dispietato arcero,
non son gli sdegni tuoi del tutto spenti,
che cerchi per mio mal novi argomenti,
or che di libertà men giva altero?
Il giogo rotto, e i duri lacci sciolti,
che sono al tempio tuo sacri e votivi,
poco impetrar dal tuo crudele orgoglio:
il capello e l' oliva hai già ritolti
che pur dianzi mi desti; e come soglio
amo, ardo, e verso lagrimosi rivi.

2

Da mille nodi e mille lacci stretto,
e pieno di desio caldo et ardente,
i lacci rotti, e le faville spente,
canto d' amor pien d' ira e di dispetto;
e portando il dolor chiuso nel petto,
rido de' danni miei; ma con la mente
misurando il mio mal, dove non sente
altri, di lagrimar prendo diletto;
sprezzo con vista disdegnosa e scura
l' amata Donna, e que' begli occhi santi,
che son de' miei pensier dolce soggiorno;
ma in mezzo l' alma, ov' è la sua figura,
l' enchino e adoro mille volte al giorno:
sì misera è la vita degli amanti.

3

Ecco ch' io vi pur lascio, o piagge apriche,
compagne del mio duolo acerbo e fero,
e vo, sì come sciolto pregioniero,
dopo tante amorose mie fatiche;
ecco, luci al mio ben tanto nemiche
quanto v' amai, ch' a men penoso impero
porto le chiavi di mia vita, e spero
di trovar voglie a' miei pensieri amiche:
lasciovi, e quel desio che da voi nacque,
ond' ebbi lunga e perigliosa guerra,
starà sepolto in queste torbid' onde:
rimanti a dietro, avara ingrata terra;
poi ch' a le stelle, a la mia pianta piacque,
cercherò l' ombra di novella fronde.

4

Io vi pur lascio, o mio dolce sostegno,
porto de' miei piacer fidato e caro,
scorto da quel destino invido avaro
ch' ogni diletto mio si prende a sdegno;
e volgo mal mio grado il debil legno
in un mar di martir, di pianto amaro,
ove il cielo non mai tranquillo o chiaro
mostra di lieta pace un picciol segno:
e se mercé de' scogli perigliosi
non rompo in questo mar la carca nave
de la miseria mia lunga infinita,
errando andrò, a me noioso e grave,
col foco in sen, cogli occhi lagrimosi,
fin ch' io ritorno a voi, cara mia vita.

5

Vago arbuscel, ne le cui liete frondi
e beltate s' appoggia e leggiadria,
ch' onestà, gentilezza e cortesia
sì come frutti tuoi fra' rami ascondi,
ben che i fati ti sian poco secondi,
col gran valor de la virtù natia
conserva i pregi tuoi, che forse fia
ch' i giusti tuoi desir grato secondi:
se tant' anni a la pioggia, a la tempesta,
ai venti impetuosi hai fatto schermo,
e conservate verdi le tue foglie,
segui l' usato stil, ch' amica e presta
Fortuna cangerà l' antiche voglie,
e 'l ciel ne' tuoi piacer fia saldo e fermo.

6

Poi che l' occhio non può, come il pensiero,
spiegar le penne, e rivedervi ognora,
o de' miei chiari dì candida aurora,
senza cui alcun ben non bramo o spero,
questo, come compagno e messaggiero
di quel gentil desio che m' inamora,
vien lieto a be' vostr' occhi d' ora in ora,
più ch' augello veloce, e più leggero:
accoglietelo voi con quello affetto
che si conviene, e dite: Ah, perché tolto
m' è 'l riveder colui ch' a me t' invia?
Perché come 'l pensier non veggio 'l volto?
Ma poi che di destin solo è diffetto,
tu meco alberga almen ne l' alma mia.

7

Chiara mia stella, al cui raggio lucente,
come a luce maggior, rendeno onore
tutti i be' lumi de la nostra etate;
sereno occhio del ciel, che con l' ardente
virtute spogli d' ogni vano errore
l' alme, e le rendi chiare et onorate;
Donna a la cui beltate
mi volgo ognor, sì come Clizia al sole,
senza il vostro splendore io non potrei
cogli occhi infermi e rei
scroger se non la notte e l' ombre sole,
come faccio or da voi, lasso, lontano,
che nulla veggio e mi lamento invano.
Può ben da l' Occean cinto di rai
Febo portar al bel nostro emispero,
sgombrando l' aere fosco, il chiaro giorno,
ma da la mente, e da quest' occhi mai
non torrà il velo, o 'l torbido pensero,
che quelli appanna, e fa col cor soggiorno,
fin che lieto non torno
a ricovrar la mia smarrita luce,
che partendo lasciai nel vostro viso:
terren mio paradiso,
dal cui interno valor di fuor traluce
il vero e 'l ben, onde l' uom s' alza e sale
a le gioie del ciel senz' altre scale.
Qual maligno destin dal mio sostegno
m' ha sì diviso, e da quel vero bene,
che solo i giorni miei segna e prescrive,
perché provi d' Amor l' ira e lo sdegno
e cangi in fosche l' ore mie serene,
perch' io bagni di pianto queste rive?
Oimè, che non si vive
lungi dal caro ben, lungi da l' alma,
se non vita felice et angosciosa;
e parmi ogni altra cosa
fuor che 'l vedervi grave odiosa salma,
perché non può, dove non sete voi,
cosa bella o gentile esser fra noi.
Pallide qui son l' erbe, erma la terra,
la selva ignuda, incolto orrido il colle;
amari i fiumi e torbide le fonti;
l' aere oscura nebbia intorno serra;
irato il Verno con la barba molle
veste di fredde nevi e piagge e monti;
né perché il Sol sormonti
co' rai più accesi di celeste foco
scalda il terren, o fa temprato il cielo
e di caldo e di gelo;
selva m' assembra ogni abitato loco;
e sol con voci querule e dolenti
s' odon l' aere ferir alti lamenti.
Ma dove sete voi ride ad ognora
la terra lieta, et ha le spalle erbose,
senza temer del freddo tempo e duro:
bianca e vermiglia a voi surge l' Aurora,
di gigli ornata il crin, cinta di rose,
per menarvi più bello il dì futuro;
a voi candido e puro
latte correno i fiumi; a voi soave
mele sudan le piante; il vostro lume
fugge con lievi piume
ogni cosa che sia noiosa e grave;
né s' ode mesto suon, ma cogli Amori
cantar le Grazie i vostri sacri onori.
Quando fia mai quel dì ch' a voi vicino
veggia cadel da la serena fronte
vostra diletti e gioie eterne e vere,
di cui (lodando il mio lieto destino)
pasca queste mie voglie ingorde e pronte
sgombrando de' sospir le lunghe schiere?
O celeste piacere,
o dì per me sempre felice e chiaro,
a cui divoto fior spargo e consacro,
sempre onorato e sacro
per me sarai, sempre più d' altro caro:
ch' allor vita vivrò felice e lieta,
or sol d' un bel pensier l' alma s' acqueta.
Vivo sol del pensier che di voi spesso
meco ragiona, e con diversi inganni
appago il mio desir di sogni e d' ombre;
e se mi vieta il ciel l' esservi presso,
non mi toglie però ch' io non m' inganni,
e che in faggio e in abete i' non v' adombre,
non v' incarni, et ingombre
ogni loco vicin del vostro volto:
o dolce inganno, pur che fosse eterno!
Pur che l' estate e 'l verno
meco vivesse, e fosse in lete involto
ogni altro reo pensier che mi desvia
da la mia cara e dolce compagnia.
Non ha il sereno ciel tanta vaghezza,
quand' è più adorno di lucenti stelle,
quanta il mio pensero in voi mi mostra:
onestà, leggiadria e gentilezza
vi stanno al fianco, e tante cose belle,
che potrian onorar quest' età nostra;
beltà v' imperla e inostra
le guancie, et orna le tranquille ciglia:
e mentre di mirar prendo diletto
ne l' angelico petto,
ch' ognun potrebbe empir di maraviglia,
i' sento Amor che da' begli occhi dice:
sol chi amerà costei sarà felice.
Talor vi veggio il terso e crespo crine
spiegar al vento, e d' Amor casti un nembo,
ch' ivi reti tracciava, uscir armato;
e l' aure lievi fresche e pellegrine,
vaghe d' accor la bionda treccia in grembo,
venir con un spirar soave e grato;
et ogni fior, privato
di foglie, il vostro viso e l' auree chiome
ferir di dolce e d' odorata pioggia:
ma se 'l pensier poi poggia
chiamato in altra parte, io resto come
suole talor un che dormendo sogna,
e desto del suo error prende vergogna.
Canzon, se in nera gonna
ti vede alcun, e senza panni allegri,
li potrai dir: Io son nata di doglia,
però porto la spoglia
che si conviene a pensier tristi et egri;
e s' io avessi rispetto a la mia sorte,
andrei vestita di color di morte.

8

A l'Isola d'Ischia

Superbo scoglio, altero e bel ricetto
di tanti chiari Eroi, d' Imperadori,
onde raggi di gloria escono fuori
ch' ogn' altro lume fan scuro e negletto,
se per vera virtute al ben perfetto
salir si pote, et agli eterni onori,
queste più d' altre degne alme e migliori
v' andran, che chiudi nel petroso petto:
il lume è in te de l' armi, in te s' asconde
casta beltà, valore, e cortesia,
quanta mai vide il tempo o diede il cielo:
ti sian secondi i fati, il vento e l' onde
rendinti ognor, e l' aria tua natia
abbia sempre temprato il caldo e 'l gelo.

9

Al Signor Cesar di Ruggiero

Rugier, che fai in solitaria parte
involandoti al mondo et a le genti,
in compagnia di que' desiri ardenti
ch' hanno de l' alma tua la miglior parte?
Spargi tu forse le vivaci carte
di puri inchiostri insieme e di cocenti
lagrime amare, o pur con dolci accenti
canti del tuo bel Sol le glorie sparte?
Sprona il ben colto stil, sì che da vile
ozio lo desti, e da sì lungo sonno,
e canta del tuo amore i varii effetti:
che non dèi la tua Donna alta e gentile
por in oblio, da che i tuoi scritti ponno
farla immortal fra i più be' spirti eletti.

10

Cloride bella a l' apparir del giorno,
intenta di Palemo al dolce canto,
fermò il suo passo con Favonio a canto,
ch' avea di vaghi fiori il lembo adorno.
Quello fra sassi assiso a piè d' un orno
diceva ad alta voce: O tu che 'l vanto
porti di leggiadria, per cui cotanto
piansi e cantai a questi monti intorno,
o più che 'l latte assai candida e pura,
o più dolce che 'l mele e più soave,
vezzosa pastorella, alma mia luce,
questo dì che l' Aurora or seco adduce
ti sia cortese sì che non ti aggrave
cosa al soggiorno suo noiosa o dura.

11

Al Marchese del Vasto

Già spiega l' ali, invitto alto Signore,
per un aere di gloria aperto e chiaro
il vostro nome, e vola a paro a paro
di quei ch' ebber ne l' armi il primo onore;
già punge a l' Asia il cor freddo timore
de' suoi, ch' a' nostri danni empi s' armaro,
poi che per nostro schermo e per riparo
si move contra lor vostro valore.
O felice Sebeto, ancor la chioma
t' ornerai di trionfi, oltraggio et onta
facendo al Tebro glorioso e degno:
perché non ebbe mai l' antica Roma
del tuo Davalo Alfonso alma più pronta
a l' opre illustri, e di mano e d' ingegno.

12

Al Cristianesimo Re di Francia

Principe sacro, il cui gran nome suona
per voce d' onorati alti messaggi
di fama ovunque il sol riscalda e gira,
a cui portan con torti e bei viaggi
l' acque lucenti Ligeri e Garona,
cui secund' aura di Fortuna spira,
se (come suole) a vera gloria aspira
l' invitto animo vostro, oggi è quel giorno
che vi farà di miglior vita degno:
che l' acquistar un regno
è poco pregio a lato a quel, che scorno
facendo al tempo, far vi può in eterno
viver nel grembo del Motor superno.
Già 'l superbo Tiranno d' Oriente,
spiegate le nemiche insegne al vento,
con un membo di schiere armate appare;
già solcano l' Egeo senza pavento
tanti suoi legni, ch' oltraggio sovente
fanno a Nettuno, e non si scorge il mare:
e voi tardate? né ancor fate armare
per seguitarvi a sì lodata impresa
l' ardite genti a le corone usate?
né vi move pietate
del nostro Iddio, de la Cristiana Chiesa,
ch' a sì gran uopo vi chiede soccorso
per por a' suoi nemici un duro morso?
Chi dè far schermo a tante morti, al foco
che porta ne le man l' empio Tiranno,
a l' onte de' Cristiani, a le ruine,
se non quei ch' a tant' alto e ricco scanno
chiamat' ha il Re del ciel, cui più d' un loco,
più d' un Regno obedisce et orna il crine?
Perché salde colonne adamantine
siate, e sostegno di sua santa legge,
dato v' ha il fren de' suo' bei regni in mano:
or se chiedervi invano
sente mercé le sue dilette gregge,
sarete a quel di tanto bene ingrato,
che sovra gli altri a quest' onor v' ha alzato?
In qual sì gloriosa impresa e degna,
che 'l tempo porti, mostrar più potrete
l' animo audace, e 'l vostro alto valore?
Se di Re cristianissimo tenete
il nome sacro, ch' a la chiara insegna
de' predecessor vostri ha fatto onore,
esser primo devreste il gran furore
de' nemici a frenar del vostro Iddio,
e far che col suo sangue dian la pena
de la turbata arena
nostra, sì ch' un vermiglio orrido rio
facesse testimonio aperto e vero
de la virtute del Cristiano Impero.
Vedete il gran Pastor che 'l Tebro onora
apparecchiato con armate squadre
geloso di sua greggia a far riparo,
e sì come pietoso e saggio padre
per difesa de' figli, d' ora in ora
trovar novi remedii al caso amaro?
Cesare non vedete invitto e chiaro,
con tanti Cavalier, ch' ai boschi, a l' onde
dà maraviglia lo splendor de l' armi?
Né, perché si disarmi
il superbo Ottoman d' orgoglio, asconde
il proprio petto, anzi vol farne scudo
contra 'l popolo d' Asia irato e crudo.
Già con le vele coronate, il porto
lasciano i suo' nocchier, spiegate in alto
le trionfanti insegne e 'l sacro augello,
e vanno lieti al periglioso assalto,
sperando per camin securo e corto
alzarsi al par di Scipio e di Marcello;
né meno è di lui pronto il suo fratello,
ma con gente infinita, che deposto
han l' animo d' onor leggero e scarco,
sì come veltro al varco
la fiera aspetta oriental, disposto
di far, che di nemiche ossa coperti,
divengan bianchi campi ampi et aperti.
L' alto mar d' Adria già sospira e geme
sotto i Veneti legni, che mandati
son per difesa de la fede nostra:
e voi tardate? et a' desiri usati
sottratte l' alma? e togliete la speme
che promessa n' avea la virtù vostra?
Se sì basso desire in voi si mostra,
del suo Re Cristianissimo che poi
potrà mai dir il popolo di Cristo,
che già pensoso e tristo
per tanto dimorar si duol di voi?
Ei vi chiama, vi prega, e non udite,
sordo a le voglie sue sante e gradite.
Se (sì come si spera) avien che vinto
al nostro ardito ferro dia le spalle
il popol de l' Aurora e 'n fuga vada,
preciderete al vostro onore il calle,
essendo un tanto Imperadore extinto
senza la vostra gloriosa spada;
ma se (che o pur non sia!) avien che cada
lo santo de la Croce ampio vexillo,
che di perdita tal ruina aspetta
maggior di voi? vendetta
né far crediate, ch' ognun un Camillo
sarà di lor, del nostro danno alteri,
e cangiar vi faran volto e penseri.
Ma come fia ch' un Re sì pio, sì giusto,
sì ardente di virtù, lasci di gire
a così degna impresa e sì lodata?
Come frenar potrà l' usato ardire,
l' antiquo suo valor, l' animo augusto,
la voglia di ben far sempre infiammata,
sì che la chioma sua a' trionfi nata
di corona maggior cinger non voglia?
Quest' è occasion d' una infinita
gloria, che con la vita
comprar si può, con questa frale spoglia,
poscia che 'l pregio e la mercede è tale
che miglior vita dona et immortale.
So che tema di danno o di periglio
non vi ritien, ché già mostrato aperto
avete il valor vostro in mille prove;
e per disio d' onor spesso coperto
d' arme a' nemici vostri il fero ciglio
avete rotto, et in Italia e altrove:
or né l' onor né 'l debito vi move?
Se particolar commodo vi tiene,
qual commodo preporsi a l' util deve
de la fé nostra, in breve
debile, stanca, e senza alcuna spene
per perder tutti i suoi più cari pregi
senza l' aiuto de' cristiani Regi?
Desir di regni in voi minor assai
esser, che quel d' onor, quest' anni adietro
chiaro mostrato avete al mondo tutto;
or non vogliate che fatto di vetro
in terra caggia il nome vostro omai
vicino al ciel, e resti spento in tutto:
che mai né fior potrà produr, né frutto
vostra real virtù, che 'l danno aguagli,
o dagli occhi vi toglia un biasmo tanto:
cagion d' eterno pianto
a chi ha vaghezza che 'l suo onor s' intagli
in adamante così saldo e duro
che 'l serbi vivo al secolo futuro.
E pur se far a voi torto sì grande
volete, abbiate a' vostri figli almeno,
a' soggetti fedeli alcun rispetto,
che son servi di Cristo, a cui nel seno
l' alta virtù di Dio sempre si spande:
lor fa tanto tardar onta e dispetto:
questi col forte et animoso petto
v' hanno acquistato di Cristiano il nome;
deh, lor non fate così grave oltraggio,
che assai torto viaggio
gl' insegnerete, e vergognose some
porrete sovra le possenti spalle
de' cari figli e de le vostre genti.
Se quelli che dal dritto calle ha torti
la maligna facundia di colui
ch' al Re del ciel ha tant' anime tolte
van lieti e vaghi de la morte altrui,
sol per la fé, co' petti audaci e forti
contra le schiere d' Asia incaute e stolte,
voi e i soggetti vostri, che più volte
hanno difesa la cristiana parte,
vi starete negli agi e ne le piume?
Aprite il vero lume,
date materia ad onorate carte,
aprite gli occhi, e se nulla gli ingombra,
squarciate via quel vel che 'l vero adombra.
Volgete, ardito Re, volgete quelle
così pregiate insegne, e gloriose,
ove l' onor e 'l debito vi chiama;
spogliate l' empia mente, e più pietose
voglie la vestan, ché 'l Re de le stelle
dal ciel vi mira, e 'l vostro aiuto brama:
così n' andrà la pellegrina fama
vostra, volando per quest' aere puro
senza mai alternar d' orza o di poggia,
ove grandine o pioggia
non potrà far vostro sereno oscuro;
così di voi degna memoria al mondo
vi terrà in vita a null' altro secondo.
Non sol giusto et onesto, ma divino,
e degno d' intelletto alto e gentile,
sì come è 'l vostro, questo pensier fia:
la vittoria è con noi, ché 'l caro ovile
guarda il pastor del ciel, né reo destino
potrà più contra noi, come solia,
or che contrasta il figliol di Maria:
o tornerem di ricche spoglie adorni
del Signor d' Oriente, o bella morte
n' aprirà l' ampie porte
di vera gloria, et a più lieti giorni,
con l' ali de la nostra alta virtute,
andrem volando a l' eterna salute.
Fra ricchi seggi, e fra corone d' oro,
là dove Senna i grassi campi bagna,
e l' onorate mura di Parigi,
canzon, del gran Luigi
vedrai il successor; di lui ti lagna
e grida: Cristo e la sua santa fede
ad alta voce il vostro aiuto chiede.

13

Al Marchese del Vasto

L' ardente Sol del vostro alto valore
spars' ha, Signor, cotanti raggi intorno,
che tanti l' altro, allor che porta il giorno,
non manda a noi da' suoi begli occhi fuore:
però scontenta al grave empio dolore
apre l' Aurora il seno, e 'l crine adorno
spoglia di fiori, ché 'l futuro scorno
vede de' figli, e 'l suo danno maggiore.
A lo spiegar de le vostr' ampie e chiare
insegne ferma il Gange ambe le piante,
Rodope trema, e ne sospira Egeo:
che lor par di veder Istro et Alfeo
tinti del sangue d' Asia irsene al mare,
e voi vittorioso e trionfante.

14

Al medesimo

Poscia che sol col nome vostro avete
difese d' Istro le famose sponde,
Signor, e d' altro che di laurea fronde
il trionfante crin cinto tenete,
l' armi vittoriose giù ponete,
mentre con Citerea Marte s' asconde,
e lungo le lucenti e liquid' onde
d' Ippocrene, securo a voi vivete:
l' alto Parnaso del vostro ritorno
più de l' usato lieto a noi si mostra,
e di viole v' orna ambi i suoi colli;
e già cogli occhi d' allegrezza molli
cantan le Muse la vittoria vostra,
e v' invitano a dolce e bel soggiorno.

15

A l'Imperadore

Non era assai, invitto vincitore,
Cesar esser del mondo, e porre in lete
le gran memorie antiche, ch' ancor liete
vivean degli anni lor sul più bel fiore,
che per non aver paro col valore
del vostro ardito cor, vinto anco avete
la volubil Fortuna, e 'n man tenete
la rota sempre ferma al vostro onore?
Or vincete la morte, e eterna vita
mal grado suo al vostro nome date,
vivo ancor, fatto divo et immortale.
Che più dunque vi resta, ove possiate
de la vostra virtute spiegar l' ale,
se l' oggetto è finito, ella infinita?

16

A la Signora Ginevra Malatesta

Poi che la parte men perfetta e bella,
ch' al tramontar d' un dì perde il suo fiore,
mi toglie il cielo, e fanne altrui signore,
ch' ebbe più amica e graziosa stella,
non mi togliete voi l' alma, ch' ancella
fece la vista mia del suo splendore,
quella parte più nobile e migliore
di cui la lingua mia sempre favella.
Amai questa beltà caduca e frale
come imagin de l' altra eterna e vera,
che pura scese dal più puro cielo:
questa sia mia, e d' altri l' ombra e 'l velo,
ch' al mio amor, a mia fé salda et intera
poca mercé foria pregio mortale.

17

A la medesima

Quanta a mill' altre stelle alme e lucenti
luce diede e splendor, per far più adorno,
per far più vago e lieto il suo soggiorno,
colui che tempra il cielo e gli elementi,
tanta luce e splendor, tanti ornamenti
diede a voi sola, il fortunato giorno
che sgombrando le nebbie d' ogni intorno
portaste il lume a queste basse genti:
però, fatale e mia terrena stella,
s' io volgo spesso gli occhi ove voi sete,
vago mirando voi farmi beato,
voi stessa del mio fallo incolperete:
che perch' io giri il mondo in ogni lato,
non so trovar di voi cosa più bella.

18

A Diana

Questa faretra cogli aurati strali,
e questo arco d' avorio bianco e schietto,
col qual solea cacciando a suo diletto
percuoter Galatea cervi e cinghiali,
poi che per sacre leggi maritali
calcar convienle il non usato letto,
con lui che 'l ciel per possessor ha eletto
de le bellezze sue sante immortali,
ti sacra, o Cinzia, e cogli umidi rai
de' begli occhi ti prega, che se mesta
da te si parte, e da tue liete squadre,
soccorri al parto suo felice e presta,
s' un aspettato dì la farà mai
de' cari figli aventurosa madre.

19

A Dio

A te pur torno, di vergogna il volto
tinto, e di fredda tema, alto Monarca;
con l' alma de l' antiche colpe carca,
e col cor da' pensier mondani involto:
deh, non voler ch' al senso folle e stolto
rimanga in preda, e non mi sia sì parca
la tua pietà, col cui valor si varca
a stato d' ogni error libero e sciolto.
Fu la voglia a peccar leggiera e pronta;
a pentir l' alma; or tua mercé sia tale,
che l' opra arrivi ove 'l pentir non pote:
lo spirto è pronto, ma la carne è frale,
e Febo già con l' enfiammate rote
a mezzo 'l giorno mio ratto sormonta.

20

A Nostra Signora

Vergine gloriosa, al vago ardente
raggio de la cui grazia spiegan l' ali
le folte nebbie degli error mortali
da questa nostra oscura e cieca mente,
a te vengo devoto e reverente,
deposto il fascio de' miei gravi mali,
vago da questi alberghi umani e frali
col tuo favor alzarmi a l' oriente,
a quel vero Oriente, ond' esce fuore
un giorno eterno, un dì tranquillo e chiaro,
ov' è sempre stagion verde e fiorita:
prestami l' ali tu, ch' ergermi a paro
non posso del voler senza tua aita,
madre d' alta pietà piena e d' amore.

21

Sian de la greggia tua, vago pastore,
l' erbette e i fior de la mia verde riva,
l' ombre sian tue del gelso e de l' oliva,
che fanno al mio bel colle eterno onore;
ma non turbar il fresco e dolce umore
di questa fonte mia lucente e viva
sacra a le Muse, onde il liquor deriva
che l' alme inebria di divin furore:
qui solo beve Apollo e le sorelle,
i santi Amor, le caste Ninfe e liete,
e qualche cigno candido e gentile;
tu (se non sei pastor e rozzo e vile)
canta rime d' amor leggiadre e belle,
indi con l' onde mie spengi la sete.

22

Al duca d'Amalfi

Ecco ch' al nome vostro alto e pregiato,
Signor, del suo bel tempio apre le porte
la nemica del tempo e de la morte,
rinchiuso a chi non è chiaro e lodato;
ecco ch' al ciel con molte glorie a lato
gite, senza temer contraria sorte,
e sprezzando le gioie umane e corte,
v' alzate a eterno e più felice stato:
già l' immortalità doppia corona
tesse di sacro allor per farvi onore,
e v' alza il mondo lieto archi et altari;
Alfonso Piccolomini già suona
ogni pendice, e i più famosi e chiari
portano invidia al vostro gran valore.

23

A Madonna Onorata Tancredi

Donna gentil, che con sì bel desio,
con sì casti pensier rivolta al vero,
sgombrate l' ombre ond' è chiuso il sentero
che securi ne mena inanzi a Dio,
raro ha veduto il mondo cieco e rio
spirto di raro ben ricco et altero
tanto inalzar il suo nibl pensero
ch' ogn' altro paia a par pigro e restio.
Certo che 'l nome a' vostri merti eguale
presago il ciel vi diè, chiara Onorata,
che tutta virtù sete entro e di fuori;
ben piò la patria sol per voi beata
tenirsi in pregio, che fra tanti onori
vostri vivrà felice et immortale.

24

Al Signor Mario Bandini

Mario gentil, la cui famosa fonte
cingon mille corone e mille onori,
degno che i chiari e più pregiati allori
faccian le vostre lodi al mondo conte,
già le sorelle nel suo sacro monte,
ove bagna Permesso l' erbe e i fiori,
v' hanno inalzato a que' pregi maggiori
con cui si fa a la morte oltraggi et onte:
sol de la patria vostra, e vero padre,
ch' a la sua libertate adamantino
scudo sete, or col senno et or con l' armi,
felice voi, cui notti oscure et adre
non copriran giamai, chiaro Bandino,
eterno in carte et in metalli e 'n marmi.

25

A la Signora Ginevra Malatesta

Mentre del bel desio l' ali spiegate
per la strada del ciel tranquilla e pura,
e cogli alti pensier lieta e secura
ai tre gradi di ben vero v' alzate,
e da le schiere ardenti alme e beate
degli angeli, contenta oltre misura,
rimirando negli occhi a la Natura,
Ginevra, eterna et immortal vi fate,
io, che seguir non posso il vostro volo,
co' pensier gravi del terreno velo
resto piangendo qui pensoso e solo,
e pieno d' amoroso e nobil zelo
di voi scrivendo, a tutt' altro m' involo,
vago con l' ali vostre alzarmi al cielo.

26

A la medesima

Deh potess' io, de' be' vostri pensieri
seguendo per lo ciel l' orme onorate,
giunger lassù fra l' anime beate,
ove sono i diletti eterni e veri!
Ben scorgo i dritti vostri e bei senteri,
per cui solinga a tanto ben v' alzate,
con la scorta d' onore e d' onestate,
ma non sono a seguirvi i piè leggeri:
però m' arresto, e con la vista audace
quanto posso m' inalzo, e col desio,
e de le vostre glorie i' mi consolo.
Mirate dunque, o mia tranquilla pace,
talor, mentre che sete avanti a Dio,
qui, dov' io chiamo voi pensoso e solo.

27

A la medesima

Almo mio sol, che col bel crine aurato
spargete il ciel di luce eterna e viva,
e fate Cinzia chiara, e l' altre stelle;
splendor del mondo, da cui sol deriva
quanto fa parer bel l' umano stato,
quanto men bel le cose adorne e belle;
queste certo son quelle
bellezze cui mirar mai non si sazia
occhio o pensiero uman, ma più s' invoglia,
tal che di voglia in voglia
trasportato dal bel che in voi si spazia,
a l' ombra de le vostre altere ciglia
contempla Amor, che vosco si consiglia.
Non quello che dal vulgo è 'n pregio avuto,
nato di van desio, di vana spene,
onde vengon le lagrime e i tormenti,
ma 'l nobile, ch' al certo e sommo bene
drizza i nostri pensier, mal conosciuto
forse dal mondo e da le sciocche genti,
che co' be' lumi spenti
da la ragion, un desir folle e strano,
che scorge l' alme in sempiterno errore,
hanno chiamato Amore.
O cieche menti, o stolto ingegno umano,
il vero amor nel viso è di costei,
né può produr effetti amari e rei.
Ma d' un gentil desio l' anime infiamma,
ch' aprendo gli occhi in sì nobile obietto
vaghe divengon de la sua beltate,
e sprezzando ogni gioia ogni diletto,
che venga da men bella e chiara fiamma,
volgonsi a le sue luci alme e beate;
e del fango purgate,
che porta seco il lor terreno manto,
col foco ch' esce dal suo ardente lume,
come da puro fiume
surgon lucide e chiare: e di quel santo
desir accese, quel ch' ora gli è tolto,
veggion le maraviglie del bel volto.
E remirato ch' hanno ogni vaghezza
a parte a parte del celeste viso,
che grazia et onestà regge e governa,
restan con l' occhio, e col pensiero affiso
ne la maravigliosa alta bellezza,
con gioia tal che non è chi 'l discerna;
indi volti a l' interna
e più rara beltate ergon la mente,
e destando nel cor più be' pensieri,
apron quegli occhi veri
del divin intelletto ne l' ardente
e chiara anima sua, dove si mira
quel ben col cui valore al ciel s' aspira.
Scorgono allor che quanto fuora appare
è solo ombra di bene ombra di bello,
più che vento al fuggir veloce e lieve,
e che son lumi spenti e questo e quello
di cui s' appaga il van nostro sperare,
caduco come al sol falda di neve.
O da che poco e breve
diletto hanno principio eterni mali!
Lasciamo il vero et abbracciamo l' ombra,
cotanto error n' engombra:
mirate dentro, o miseri mortali,
ov' è più bello il bello e più gentile,
al cui par quant' uom mira è cosa vile.
Mirate dentro, ove sì ricca siede,
lucente e chiara de' suoi propri raggi,
quest' alma che lassù dritti n' adduce:
armati di pensier canuti e saggi
movendo dietro al suo bel passo il piede,
ne condurà dov' ogni bel riluce;
e ne l' eterna luce
mirando fiso si farem beati,
e 'l vero e 'l ben e gli altri don del cielo
vedrem senza alcun velo;
e di tanta bellezza inamorati,
pieni di glorioso alto desio,
s' aggiungeremo agli Angeli et a Dio.
O nobil Donna, o mio lucente sole,
scala da gir al ciel salda e secura,
sol de la vita mia dolce sostegno,
per altro non vi diè l' alma Natura
rare virtù, bellezze eterne e sole,
se non per arrichir il mondo indegno,
e mostrarne un dissegno
de la bellezza angelica e divina:
sia benedetto il dì felice e chiaro
che nel petto m' entraro
i vostri raggi, e fer dolce rapina
de' miei pensier, del cor noioso e schivo,
ché prima non fui mai lieto né vivo.
Or sol pensando a voi vivo felice,
altero sì ch' io m' aguaglio a coloro
che sono in ciel ne la più degna parte,
perch' or ne' lumi belli, or ne' crin d' oro,
dov' ebbe il mio desir prima radice,
scorgo quanta dolcezza Amor comparte:
così sapess' io in carte
spiegar i miei diletti e gli onor vostri,
ch' invaghirei i più cortesi amanti;
e pallide e tremanti
farei mill' alme, co' purgati inchiostri
scrivendo quel ch' io veggio d' ora in ora,
mentre il mio bel pensier con voi dimora.
Canzon lucente e chiara
de' raggi del mio Sol, lieta e gioiosa
a le genti ti mostra, e grida: O sciocchi
mortali, alzate gli occhi
a quest' altera Donna e gloriosa,
ch' altro di bel non vedrà 'l mondo cieco,
se non mira costei ch' io porto meco.

28

A Venere

Ecco di vaghi fior cinta la fronte,
Diva del terzo ciel madre d' Amore,
t' ergo un altar, e t' ardo arabo odore,
con le voglie del don maggiori e pronte;
e sovra questo verde erboso monte
in bella compagnia ti rendo onore,
poi che 'l mio Coridone, anzi 'l mio core,
tornat' hai di Sebeto al puro fonte:
ecco che fresche rose, o bella Dea,
lieta ti spargo, e con sincero affetto
tesso a l' imagin tua liete corone.
Così, calcando a Pausilippo il petto,
la vezzosa Amarilli alto dicea;
e Coridon chiamava, Coridone.

29

Superbo scoglio, che con l' ampia fronte
miri le tempestose onde marine,
che tant' anime chiare e pellegrine
chiudesti nel famoso tuo bel monte:
qui la vaga sorella di Fetonte
spiegando al ciel l' aurato e crespo crine
fece di mille cor dolci rapine
con le bellezze sue celesti e conte;
qui figura cangiar fece e pensero
a mille amanti: o voglia iniqua e ria!
Bosco, tu 'l sai, che lor chiudesti in seno.
Già lieto colle, or monte orrido e fero,
quanto t' invidio, che la Donna mia
indi lieto vagheggi, e 'l mar Tirreno.

30

A Zefiro

Perché spiri con voglie empie et acerbe
facendo guerra a l' onde alte e schiumose,
Zefiro, usato sol fra piaggie ombrose
mover talor col dolce fiato l' erbe?
Ira sì grave, e tal rabbia si serbe
contra 'l gelato verno; or dilettose
sono le rive, e le piante frondose
e di fiori e di frutti alte e superbe:
deh torna a l' Occidente, ove t' invita
col grembo pien di rose e di viole
agli usati piacer la bella Clori;
odi l' ignuda state, che smarrita
di te si duol con gravi alte parole,
e pregando ti porta e frutti e fiori.

31

Alzate il vostro crin verde e frondoso,
vaghi arbuscelli, in queste piagge apriche,
tanto che da le fiamme empie e nemiche
del sol guardiate il mio bel prato erboso;
ch' ivi potrò fra le vostr' ombre ascoso,
al mormorar de le dolci aure amiche,
parlar talor con le mie voglie antiche
cantando in stil leggiadro et amoroso;
ivi potrò da la mia bella Clori
or un bascio involar, or quel diletto
che dona Amor a' più felici amanti:
voi vedrete i piaceri, udrete i canti,
con l' ombre vostre insieme e cogli amori
voi sarete di gioia alto ricetto.

32

Or che con fosco velo
copre il nostro emispero
la notte, e fa con l' ombre a noi ritorno,
e le stelle nel cielo
per l' usato sentero
vanno col carro di Diana intorno,
forse pregando il giorno
che più lunga dimora
faccia nel mar col Sole,
dirò queste parole,
o Notte, a te, che per pietà talora
de' miei feri martiri
fermando il passo tuo meco sospiri.
Non vo' che veggia il die
le lagrime ch' io stillo,
che tante son quant' ha be' fiori aprile,
né che le voci mie
turbin stato tranquillo
d' amante alcun col lor doglioso stile;
tu, ch' a me sei simile,
scura, com' è 'l mio stato,
co' tuoi silenzii ascolta
quel che più d' una volta
dett' ho piagnendo con la morte a lato,
e nel tuo fosco serba
il tristo suon de la mia doglia acerba.
Non è fra il bel contesto
vostro, stelle, chi segni
più benigna la vita che m' avanza?
Tu, che col volto mesto
mi miri, che gli sdegni
d' Amor provasti in questa fera danza,
quando senza speranza
abbandonata e sola
ne l' erme incolte arene
il giovene d' Atene
chiamavi ingrato e crudo, or ti consola,
che 'l mio danno è maggiore,
e vincati pietà del mio dolore.
Ben mi sovien ch' a canto
l' alte e schiumose sponde
del mar piangevi in voce alta e dolente,
al cui pietoso pianto
gli augei fra verdi fronde
co' mesti accenti rispondean sovente:
e talor altamente
Eco da' cavi sassi
risonava Teseo,
tal che del caso reo,
ovunque afflitta rivolgevi i passi,
doleasi intorno il lido,
sol di fere selvaggie orrido nido.
Talor rivolta al mare
le vele negre aperte
rimiravi fuggir co' lumi intenti,
e veloci solcare
l' acque per strade incerte;
ond' angosciosa riprendevi i venti,
che del tuo mal contenti
portavan di lontano
il tuo caro tesoro:
al crine crespo e d' oro
facendo oltraggio, e l' una e l' altra mano
tenendo insieme stretta,
chiedei di tanto inganno al ciel vendetta.
Indi il sonno accusavi
con tai parole: Ahi lassa!
O fero sonno, o dispietata sorte,
cagion de le mie gravi
pene, perch' almen cassa
d' alma non m' hai con riposata morte?
Quai tue fallaci scorte
entrar negli occhi miei
per disusato calle,
acciò darmi le spalle
potesse quel crudela? Ah, lumi, rei
se d' ogni mio mal sete,
perché per sempre non vi rinchiudete?
Dormito avessi almeno
una perpetua notte
per non veder fuggir chi mi disface!
Sempre l' aere sereno
entri ne le tue grotte,
e del raggio d' Apollo ardente face,
o Sonno; la tua pace
turbino ognor gli augelli
l' Aurora salutando;
non dolce mormorando
bagnin l' albergo tuo vivi ruscelli;
ma 'l tuo silenzio sia
rotto da suon di pena acerba e ria.
Tu dopo breve doglia,
Ariadna felice,
avesti il tuo destin grato e cortese,
e con l' umana spoglia
là (dove a pochi lice)
t' alzasti al ciel fra mille luci accese,
ove senza contese
godi del bene eterno,
cinta di sette stelle,
chiare e leggiadre ancelle;
né temi calda state o freddo verno,
e sei ne l' aria bruna
la più vaga compagna de la Luna.
Misero, a chi parl' io?
Fuggendo il chiaro raggio,
l' altre teco lassù volgon la pianta.
Odi lungo quel rio
un augel sovra un faggio,
che chiama l' alba e dolcemente canta;
e mentre ch' ella amanta
il ciel di novo lume,
ei garrendo si lagna
con la cara compagna;
e s' orna quanto pò le vaghe piume
per parerle più bello
tosto ch' a noi si mostri il dì novello.
Notte, che debbo darti,
che così intenta e cheta
ascolti le mie voci alte e noiose?
Poi che d' altro onorarti
non posso, prendi lieta
queste negre viole e queste rose,
de l' umor rugiadose,
che dal desire astretto
il cor versa per gli occhi,
perché l' alma trabocchi;
e poi ch' io non ritrovo altro diletto
che sempre lamentarmi,
verrò al ritorno tuo teco a lagnarmi.
Mesta canzone, in queste selve chiusa
tra l' ombre atre e notturne,
apri del pianto tuo le doglios' urne.

33

A la Signora Ginevra Malatesta

Ben fe' lo sforzo suo l' alto Motore
per farvi qui fra noi sola perfetta,
candida, pura, e semplice angeletta,
nodrita in grembo de l' eterno Amore.
Lume del mondo, il cui vago splendore
i più be' spirti a sé tragge et alletta,
tra l' altre più pregiate in cielo eletta
per portar giù d' ogni bellezza il fiore:
qual ricca gemma in bel vaso lucente
traspar l' anima vostra, e mille raggi
di celeste virtù sparge d' intorno.
O tre volte beata e lieta gente,
cui senza far col Sol lunghi viaggi,
sì vaga Aurora in fronte adduce il giorno!

34

Già s' avicina con la vaga fronte
il Sol degli occhi miei, che oscura e grave
nebbia di reo destin conteso m' have,
e di chiaro splendor veste ogni monte;
già comincian le luci ardite e pronte
a cacciar l' ombre, e d' un caldo soave
armarsi il freddo cor, che trema e pave
a l' apparir de le bellezze conte;
già veggio i miei pensier ch' a lui d' intorno
ragionan seco del mio fero stato,
onde s' affretta per donarmi pace:
lumi digiuni, con la vista audace
prendete cibo, mentre lieto fato
vi pur consente un sì tranquillo giorno.

35

Se la nebbia di sdegni, che sovente
mi rende l' aria del bel viso oscura,
vento de' miei sospir punto non cura,
né i raggi del mio ardor chiaro e lucente,
perché non volgo l' angosciosa mente
a miglior calle et a miglior ventura,
mentre che 'l tempo, ch' ogni cosa fura,
a' desiri amorosi ancor consente?
Tosto cominceran di neve i poggi
cingersi intorno, et inchinarsi il giorno
di questo viver rio verso Marocco:
convien ch' ad altra speme indi s' appoggi
l' età più grave; e fia tenuto sciocco
canuto crin di giovin voglia adorno.

36

Col fragil legno del desire audace
tranquillo mar de la speranza mia
solcai gran tempo, per sì piana via,
ch' era 'l porto vicin de la mia pace;
ma immantenente vento empio e fallace
destò tempesta perigliosa e ria,
che risospinse ov' avea tolta pria
la voglia più che mai pronta e vivace:
indi sparve la speme, e sparver l' onde,
e 'n vece lor un ampio mar di doglia
mi cinse, a cui non è fondo né riva,
nel qual con lunga guerra, acciò s' affonde
il legno ardito, e la mortal mia spoglia,
pioggia da un nembo eterno si deriva.

37

A la Marchesana di Pescara

Mentre, chiara Vittoria, invide fate
del vostr' onor tutte le genti vive,
e d' opre adorna gloriose e dive
con le penne di gloria al ciel v' alzate,
io lungi da l' amata alta beltate
nido de' miei desir, con queste schive
luci d' ogni piacer, bagno le rive
d' Arbia, e le verdi sue piagge onorate:
felice voi, che con sì bei pensieri
for del dubbio camin lieta scorgete
de l' immortalità tutti i sentieri,
tal che senza temer l' ira di Lete,
tra i rari spirti, e più di fama alteri,
vivo exempio d' onor sempre sarete.

38

A l'Arcivescovo di Siena

Poi ch' a la patria, a cui, Francesco, avete,
cercando ov' è più freddo Istro e gelato,
tra l' armi col saper tanto giovato
ch' or queta vive, ritornato sete,
i' veggio Siena e le sue Ninfe liete
rendervi onor, e nel suo monte Amiato
erger un tempio al vostro onor sacrato,
dove dopo mill' anni ancor vivrete;
l' Arbia di lieti fior cinta le chiome
portarvi puro latte, e arene d' oro;
e sento tutti i suoi pastor vicini,
coronati di verde e sacro alloro,
cantar ne la sampogna il vostro nome,
e del suo suono uscir Bandin, Bandini.

39

Si tace a cui

Alma gentil, che dal più puro cielo,
di divina vaghezza adorna e bella,
di grembo uscisti de l' eterno Amore,
tu, la più chiara e più lucente stella,
scendesti a ricoprir d' umano velo
i raggi del tuo angelico splendore;
e teco quanto onore,
quanto di ben mai vide occhio mortale
portasti ne' be' lumi e ne la fronte,
per far l' alme più pronte
dietro al tuo volo ardito a spiegar l' ale,
e piene di celeste alto desio
per ritornarle liete inanzi a Dio.
Dal dì ch' uscì di man del mastro eterno,
se non quanto vivesti in questo stato,
non fu il mondo giamai vago e gentile;
che prima e poi fu sempre il ciel turbato
in questa oscura valle, in questo inferno,
l' età negletta, et ogni cosa vile:
tu un vago e lieto aprile
teco portasti dal celeste albergo,
una verde stagion sempre fiorita.
O che beata vita!
Dieder le nebbie al tuo bel raggio il tergo,
nel mondo si morio martire e noia,
e nacque in vece lor diletto e gioia.
Ma poi che altera ti prendesti a sdegno
la terra di te indegna, e al cielo alzata
tra gli angeli tornasti al sommo bene,
ritornò teco a la patria beata
quant' era qui di pellegrino e degno,
e me lasciasti, e tutto il mondo in pene.
O mia tranquilla spene,
porto de' miei piacer fidato e caro,
perché non venni teco al tuo partire?
Io rimasi a morire,
tu te n' andasti a viver lieta a paro
di lor che a piè del sommo padre stanno,
me qui lasciando in sì gravoso affanno.
Ben mi credea che 'l duol, che 'l primo giorno
non ebbe forza di mandar lo sciolto
spirto a seguir i tuoi vestigi santi,
potesse in breve tempo insieme accolto
tormi a questo odioso atro soggiorno,
ove mi pasco di noie e di pianti,
e lieto pormi avanti
al sol de' tuo' begli occhi; e ne seguia
a' miei dolci desir conforme effetto:
ma fu tanto il diletto
ch' io presi del morir, che l' empia e ria
doglia, dal novo e strano piacer vinta,
ritenne l' alma al duro giogo avinta.
Piangevan gli altri, allor che su le porte
del suo carcer terren per uscir fuora
stava lo spirto già con l' ali tese;
io pien di gioia in aspettando l' ora
pregava il mio destin fero e la morte
che mi togliesse a le mondane offese;
e verso il bel paese
che fai col lume tuo chiaro e sereno
cogli occhi del pensier mirando spesso,
già mi pareva presso
di seder al tuo fianco, e 'l casto seno
contento di mirar, e 'l tuo bel viso,
ove co' miei pensier sempre m' affiso.
Ma poi che 'l ciel non volse e la mia doglia,
che per maggior mio mal cesse al piacere,
ch' io venisse a vederti, almo mio sole,
tu, che con quelle luci ardenti e vere
scorgi il fondo del cor, prendi la voglia,
che di non più poter seco si duole;
che se preghi e parole
valessero a impetrar dal mio destino
di potermi inalzar dove tu sei,
il primo dì sarei
venuto, come scarco pellegrino
seguendo l' orme de' tuoi santi piedi,
ov' ora i miei martir contempli e vedi.
Prega tu Iddio, che più benigno ascolta
le tue giuste preghiere, e ti compiace,
ch' a le noie mi toglia et a le genti:
che senza te nulla m' aggrada o piace;
e s' impetrar nol pòi, riedi tal volta
cinta di nube o di be' raggi ardenti,
ove vivo ai tormenti,
morto sono al diletto; e mi consola,
mostrandomi que' lumi ov' io riposi
i miei dolci riposi:
tu sai il camino, e pòi secura e sola
venir a riveder colui, che vivo,
sol per non esser teco ha il mondo a schivo.
Canzon, là dove il Padre
de la terra, de' cieli, e de le cose
pasce di gioia i santi spirti eletti,
a lato a' più perfetti
vedrai che fe' le mie luci dogliose
col suo partir: dille ch' io reggo a forza,
e contra 'l mio voler questa rea scorza.

40

Per la Viceregina di Napoli

Mentre a diporto a vostra voglia andate
con la bianca del Sol vaga sorella,
fra mille luci adorne la più bella,
e lieto il ciel co' vostri raggi fate,
chinate il guardo acceso di pietate
al basso stato mio, chiara mia stella,
or che la morte a' miei desir rubella
lungi mi tien da vostra alma beltate:
voi col favor che dal gran Padre avete
vedete il mio martir, né tanta altezza
de l' usato valor gli occhi vi priva;
ma perch' io miri ov' è vostra bellezza,
non può tant' alto la virtù visiva
aggiunger sì ch' io veggia ove voi sete.

41

Per la medesima

Alma gentil, dal cui bel raggio ardente
or si fa il terzo ciel vago e sereno,
che del divino amor chiusa nel seno
più d' altra chiara vivi, e più lucente,
volgi quell' alta et onorata mente,
ch' ebbe de' miei desiri in mano il freno,
qui dove di martir, d' angoscia pieno,
piango l' umane tue bellezze spente,
che mi vedrai in queste piagge assiso,
mirando in quella parte ove dimori,
chiamar il nome tuo solo e pensoso.
O anime gentil di Paradiso,
quanto v' invidio: che i miei dolci amori
voi possedete, et io vivo doglioso.

42

Divo Aretin, il cui nome famoso
suona non solo Tebro Arno e Tesino,
e quanto cinge il mar, vede Appennino,
ma ogn' altro lido al nostro polo ascoso;
che col flagello irato e disdegnoso
del vostro dir, dal sinistro camino
del vizio ogni Signor lungi e vicino
volgete al destro calle e dilettoso:
seguite pur il cominciato stile
accusando color che 'l tergo danno
a l' opre degne di perpetuo onore,
che fra que' spirti ov' è mai sempre aprile,
ove non more il dì, né fuggon l' ore,
vivrete ancor più che 'l millesim' anno.

43

Poi che quel nodo, che due lustri integri
mi strinse a giogo dispietato e duro,
è sciolto, Amor, io vo lieto e securo
spogliando il cor di panni oscuri e negri;
più non ponno i begli occhi infermi et egri
pensier destar ne l' alma, o l' aere puro
con la nebbia d' orgoglio farmi oscuro,
sì ch' io non veggia dì chiari et allegri:
giungi pur a tua voglia esca al mio foco,
torci di dolce speme un novo laccio,
che non fia chi mi leghi o chi mi scalde:
l' un scioglierà ragion, ch' ancor più salde
catene rompe, l' altro a poco a poco
spegnerà di disdegno un freddo ghiaccio.

44

Qui dove meste il lor caro Fetonte
piansero già l' alte sorelle vive,
ch' or senza invidiar lauri et olive
potrian ornar ogni pregiata fronte,
piansi molt' anni, e con le voglie pronte
bellezze seguitai celesti e dive,
e 'n quanti tronchi han queste verdi rive
feci le lodi lor scrivendo conte:
le Ninfe il san di questa rapid' onda,
che ne le sponde del sinistro corno
del Po si dolser de' miei gravi danni;
or for del mar degli amorosi affanni,
sospinto da benigna aura seconda,
e rido e canto a queste piagge intorno.

45

Al Po

Ecco che pur, fiume caldo et amaro
che da la fonte del mio cor derivi,
e con cento correnti e torti rivi
rendi il mar d' Adria men lucente e chiaro,
più non andran co' miei sospiri a paro
piangendo l' onde tue, ché secchi e privi
d' umor son gli occhi onde tu 'l varco aprivi
poi ch' Amor e Madonna mi legaro:
l' ardente voglia, onde con larga vena
sorgevi in mezzo l' amoroso core,
ha svelto alto valor di giusto sdegno,
né più come solea mi spinge o frena
co' spron pungenti o duro morso Amore;
a sì gradita speme omai m' attegno.

46

Al Molza

Voi che tutti i sentier d' alzarvi a paro
de l' immortalità, Molza, sapete,
e sollevar da cieco eterno lete
potete altrui col dir pregiato e raro,
poi che le Muse a tanto onor v' alzaro,
mostrandovi le vie chiuse e secrete
per le quai camminar l' antiche e liete
alme di grido più famoso e chiaro,
se morte acerba dal suo bel mortale
sciolt' ha lo spirto che discese in terra
per lasciarne al partir poveri e mesti,
cantate il nome suo, perché non resti
vinto del tempo da la lunga guerra,
ch' al vostro stile è 'l suo bel pregio eguale.

47

Ninfe, ch' al suon de la sampogna mia
sovente alzando fuor le chiome bionde
di queste sì correnti e lucid' onde,
udiste il duol ch' amor dal cor mi apria:
se sempre l' aura sì tranquilla sia
che non vi turbi l' acque, e se le sponde
del vostro fiume, ognor verdi e feconde,
non sentan pioggia tempestosa e ria,
uscite fuor de' liquidi cristalli,
e la mia libertà meco cantate
in queste vaghe rive e dilettose,
che d' un altar di fior candidi e gialli
serete in questo dì sempre onorate,
e d' un canestro di purpuree rose.

48

A Messer Giulio Camillo

Se statue d' oro agli eloquenti e rari
spirti giamai l' antica etate eresse,
perché 'l futuro secolo sapesse
le lodi e i nomi lor pregiati e chiari,
erga la nostra a voi tempi et altari,
e più colonne che mai Roma avesse,
dove le vostre glorie sieno impresse,
che van diritte al ciel senz' altre pari:
quelli di gir a l' eloquenza il calle
ne dimostrar, ma sì selvaggio et erto
che molti per timor volser le spalle;
ma voi, Iulio Camil, piano et aperto
l' avete fatto sì, ch' alcun non falle,
né lo trova di prun sparso o coperto.

49

A la Marchesana di Pescara

Illustre Donna, il cui valore inchina
la Terra e onora il Ciel, poi che la voglia
troppo ardita di voi mi sforza a dire,
chi gia giamai che questa lingua scioglia
in sì gravi parole, o qual divina
mente sarà che l' intelletto inspire,
sì che dietro al desire
m' inalzi tanto, che con l' opra arrivi
là dove il merto vostro, ove mi chiama
la vostra chiara fama?
Apollo, se mai sempre verdi e vivi
siano i be' rami tuoi, dettami quanto
merta costei ch' io reverisco e canto.
Salda Colonna, alto sostegno e fido
di que' pregiati onor che 'l crine ornaro
a' vostri antichi chiari et onorati,
felice voi, che gite a paro a paro
di lor che fur di sì famoso grido,
onde vivran fra noi sempre lodati:
che se ad ognora armati
quei fer soggetti Imperadori e Regi
con l' animoso ferro e col consiglio,
voi col tranquillo ciglio,
con l' armi di virtute, i ricchi pregi
de la casta beltà difeso avete
da la forza del senso, e da la rete.
Qual velo cinse mai d' alta beltate
anima sì gentil com' è la vostra,
e da' bassi pensier tanto divisa?
La qual sprezzando ogn' altra gloria nostra,
pensa a quel ben che fuggitiva etate
non porta seco, in quel ferma et assisa,
e com' aquila affisa
gli occhi nel sol de la salute eterna,
gioia prendendo dal suo ardente raggio,
in cui scorge il viaggio
dritto di gir dove giamai non verna
né scalda il ciel, dove s' asconde e serra
tranquilla pace senz' alcuna guerra.
Poi che da le felici e chiare stelle
scender degnaste in questo umano albergo,
che di tenebre pieno era, e d' orrori,
dieder le nebbie al vostro raggio il tergo,
le cose di qua giù si fer più belle,
e nacque in noi desio d' eterni onori;
né seco tanti fiori
adduce la stagione, allor che 'l Tauro
apre a noi l' anno con l' aurate corna,
di quante grazie adorna
scendeste di lassù, caro tesauro
de l' età nostra, e ne spargeste il mondo,
fatto poi di tal don ricco e fecondo.
Pioveno in voi dal Ciel rari concetti,
ch' ogn' alma fan, di gentilezza vaga,
sprezzar qual cosa vil regni et imperi,
di cui nostro voler oggi s' appaga:
quale spirto giamai fra' più perfetti
mandò più di voi alto i suoi pensieri?
Come alati corrieri
vanno a volo per l' aria al sommo bene,
e ricercando questa e quella parte,
veggion come comparte
i diletti e le gioie, e come piene
sian del sommo Motor le luci vere
di dolcezza immortale e di piacere.
Indi pieni di ben, colmi di gioia,
ritirati dal fren ch' avete in mano,
ritornan ne la vostra altera mente:
onde con l' occhio de l' ingegno sano,
acciò che il vostro nome unqua non moia,
mostrate in carte a la futura gente
come al vero Oriente,
per questo mar orribile e crudele,
condur si possa il debil legno e frale
col vento occidentale
che spira la virtute a piene vele,
ove securi entrando al fido porto
non si tema de l' onde oltraggio o torto.
Gentilezza con voi, e leggiadria
moveno sempre il lor candido piede
per questo prato de la nostra vita,
virtù nel casto grembo ognor vi siede,
prudenzia in voi si specchia, e cortesia
i chiari spirti ad onorarvi invita:
o ricchezza infinita
in un' anima sola insieme accolta!
Quante arene have Tago Ermo e Pattolo
non pagheriano un solo
di questi doni, onde n' andate avolta
e ricca sì, che la parte minore
potria 'l mondo arricchir d' alto valore.
A voi apron contente il sacro colle
le compagne d' Apollo, a voi la fronte
cingon di trionfale e lieta fronde;
a voi serba Aganippe il puro fonte;
e 'l bel Permesso con la barba molle
porta le sue correnti e liquid' onde,
e v' orna ambe le sponde
di viole, di croco e d' amaranti;
a voi la Poesia scopre i suo' regni,
de la cui vista indegni
sono gli altr' occhi, e vi pone davanti
ciò ch' han di bel, di vago e di gentile
i campi suoi, ov' è mai sempre aprile.
Ne' quai cogliendo a vostra voglia andate
quel che più bello e più lodato parvi
con le man del giudizio integro e vero;
indi per immortale eterna farvi,
di quei spargete, e gli orti vostri ornate,
non partendo dal dritto e bel sentero
che Virgilio et Omero
apersero a colui che l' Arno onora:
tal ch' invidia Mugnone il bel Sebeto,
né più tranquillo o lieto
corre co' pesci suoi, ma d' ora in ora
turbando l' acque sue lucenti e chiare,
chiama le stelle perfide et avare.
Inarime felice, ove le Muse
han fatto il suo Parnaso, il suo Elicona,
per cui tien vile Apollo e Delfo e Delo,
già per lo mondo il tuo gran nome suona,
poi ch' alberghi colei in cui rinchiuse
tutte le doti sue benigno cielo;
giamai caldo né gelo
non offenda le tue fiorite rive,
ma l' aere ognor temprato, ognor sereno,
piova nel tuo bel seno
umor soave, e le dolci aure estive
scherzino co' tuoi fior, scherzin con l' erbe,
né sian l' acque a' tuoi scogli empie o superbe.
Come l' ardente sole
le stelle oscura e la gelata luna,
così il bel raggio de la vostra gloria,
onorata Vittoria,
ogn' altro lume di gran fama imbruna:
ma ridirlo non so, ché gli occhi miei
fermare in sì gran luce i' non potei.

50

A la medesima

Or che bramoso il secol nostro avete
fatto de l' opre vostre, or che vi chiama,
Vittoria, l' alta e pellegrina fama
a salir seco, ov' ad ognor vivrete,
dunque il vago lavor lasciar volete
così imperfetto et a sì nobil brama
mancar del mondo, che v' onora et ama,
di cui il primo e maggior lume sete?
Deh non vi fate così grave oltraggio,
troncando quasi in erba e sul fiorire
gli onor che voi fan chiara, e 'l mondo adorno;
seguite il cominciato e bel viaggio,
né vi torca da quel novo desire,
che farete agli antichi ingiuria e scorno.

51

A la medesima

Deh non sprezzar di questo sacro monte,
chiara Vittoria, l' alte piagge ombrose;
riedi a le fresche valli e dilettose
con le voglie qual pria leggere e pronte:
vedi che 'l dolce e nostro puro fonte
ti serba l' acque, e le sue sponde erbose,
e le Muse scontente e lagrimose
portano per dolor china la fronte:
ecco che 'l più bel lauro ancor si serba,
ch' unqua vedesse di Parnaso il colle,
per coronar il tuo famoso crine.
Così col volto rugiadoso e molle
cantava Apollo, u' con le cristalline
onde bagna Permesso i fiori e l' erba.

52

A la medesima

Or che de' suoi be' campi ogni sentero
vi mostra Poesia, or che con l' ale
del vostro colto stil, Donna immortale,
v' alzate al par di Virgilio e d' Omero,
or che del colle suo libero impero
vi dan le Muse, a voi sacro e fatale,
non fate al nome vostro un danno tale,
che con gli antichi va lieto et altero:
tornate ai puri inchiostri, e 'n dotte carte
spiegate gli alti vostri e be' concetti,
onde 'l mondo n' attenda eterna gloria:
che non san ritrovar gli altri intelletti
del raro antico stil la via né l' arte,
se non per l' orme vostre, alta Vittoria.

53

A la medesima

Piangon le Muse, e voi, Vittoria, sete
sorda com' aspe a' suoi duri lamenti;
piangon del fonte l' acque alte e lucenti,
ove spengeste l' onorata sete;
piangono i lauri, a cui fera togliete
le lodi lor, per voi vive et ardenti;
né più con le tranquille onde correnti
porta Ippocrene le sue Ninfe liete;
spogliansi di Parnaso i sacri colli
del verde lor, de' fior vermigli e gialli,
quasi sdegnino ornar men degna fronte;
sospira Apollo, e co' begli occhi molli
spezza la dolce cetra, e turba il fonte,
tal che del suo dolor suonan le valli.

54

Già sette lustri di mia etate il Sole
mena a l' occaso, e la stagion fiorita
fugge seguendo lui, lieve e spedita,
e porta seco i fiori e le viole;
ma l' ingordo desire è pur qual suole
caldo et ardente, né perché sparita
sia l' alta spene ond' io mi tenni in vita,
de' miei lunghi martir punto si duole:
ravediti, alma trista e sconsolata,
lavati d' ogni colpa in puro fiume,
et arma il cor di più gentil desio,
acciò ch' al fin di questa mia giornata,
spiegando al ciel le tue candide piume,
possa tornar purgata e bella a Dio.

55

A Donna Giulia Gonzaga

Ben scopre il bel che 'n ogni parte fuore
con mille ardenti raggi a noi si mostra
la celeste immortal bellezza vostra
di gran lunga ne l' alma esser maggiore;
ond' è ben degno che vi renda onore
quanto più pò, non pur l' Italia nostra,
ma tutta la terrena e bassa chiostra,
mentre ch' avrà dal tempo i giorni e l' ore:
o beltà senz' exempio eterna e sola,
che di santo desio l' anime accende,
e scorge al più perfetto e sommo bene!
Per voi Liri superbo e lieto scende
con l' onde pure, e con le ricche arene,
per voi solinga al ciel sua gloria vola.

56

A la medesima

Superbo colle, che col manco corno
miri del chiaro Liri ogni pendice,
col destro del Troian l' alta nutrice
starsi nel monte del suo nome adorno,
ben t' invidiano i sette a cui d' intorno
alzò le mura la città felice,
altera già del mondo vincitrice,
or ombra sol di così lieto giorno:
tu accogli in grembo il maggior nostro onore,
la più rara bellezza, il ben perfetto
albergo d' onestate e leggiadria.
Vago colle, celeste alto diletto
viva ognor teco, e nebbia oscura e ria
in te giamai non copra erbetta o fiore.

57

A l'aure

Se col vostro favor, sotto a sereno
e lieto ciel, quest' onde perigliose,
il più del tempo irate e tempestose,
Aure, solco secur del mar Tirreno,
sì che m' accoglia nel suo puro seno
il Liri prima, e le sue sponde erbose,
indi il bel colle che con le famose
ciglia scorge Gaieta, e 'l suo terreno,
il cui felice grembo eterne e rare
bellezze alberga, e tanto alto valore
quanto mai cadde da benigna stella,
questa innocente e semplicetta agnella,
che neve e latte avanza di colore,
caderà inanzi al vostro sacro altare.

58

A la Marchesana di Pescara

Mentre che 'l nobil vostro alto intelletto
di mille be' pensier ricco et adorno
alzate ov' è tranquillo eterno il giorno,
là dov' è 'l bello e 'l ben vero e perfetto,
e piena di celeste e puro affetto
le bellezze del ciel cercate intorno,
e cogli angeli stando in bel soggiorno
pascete gli occhi nel divino aspetto,
si squarcia Poesia le chiome e 'l seno,
per voi renduta ai primi antichi onori,
e richiama piangendo il vostro nome;
sospira il mondo oscuro, e non sa come
possa trovar chi al par di voi l' onori;
e voi pur state in così bel sereno.

59

A la medesima

Poi che con dotto stil candido e puro
tolto agli antichi i lor be' pregi avete,
Vittoria, sì che mal grado di Lete
vivrete al par del secolo futuro,
ora con l' intelletto alto e securo
a contemplar Iddio volta vi sete,
e co' santi pensier chiaro scorgete
quel ch' a noi fa l' ombra del mondo oscuro:
felice voi, che con quest' ali alzata
senza peso terren che vi ritardi
state cinta di gloria avanti a Dio,
ove pascendo il bel vostro desio
dite gioiosa: Oimè, perché sì tardi
venni, se può il pensier farmi beata?

60

A la medesima

Gli ardenti raggi de la vostra gloria,
che fan chiaro il mortal nostro soggiorno,
e danno al nome vostro eterno giorno,
e lieto ognor, illustre alta Vittoria,
ogni antico splendore, ogni memoria,
di che fu il secol prisco e 'l mondo adorno,
oscuran sì che ne riceve scorno
de' più famosi ogni lodata istoria;
ond' è ben degno che i purgati inchiostri
sacrino a voi i pellegrini ingegni,
se bramano varcar l' onde d' oblio:
che del tempo sprezzar potran gli sdegni,
e con l' ali salir degli onor vostri
senza stancarsi mai dinanzi a Dio.

61

A la medesima

Or veggio ben che de l' eterno amore
sete sì accesa, e de' veri diletti,
che non degnate i be' pensieri eletti
volger a basso et a mortale onore,
ma chiusa ne l' angelico splendore,
a lato ai chiari spirti e più perfetti,
il vaneggiar de' nostri umani affetti
scorgete ne la fronte al gran Motore;
né perché in stil doglioso Euterpe e Clio,
col favor vostro alzate a tanta gloria,
vi chiamino al lor dolce e bel soggiorno,
volgete gli occhi da l' eterno giorno
a tenebre sì fosche, alta Vittoria,
vera amante fedele e cara a Dio.

62

A la medesima

Donna gentil, che gloriosa e sola
un tempestoso mar solcato avete
per trovar di salute il vero porto,
or col securo piè lieta scorgete
da quella riva dilettosa e sola
l' onde sì perigliose e 'l camin torto,
ove senza conforto,
senza speranza d' arrivar giamai
al desiato lido, errando vanno
spirti infiniti insino a l' ultim' anno;
a ragionar di voi il troppo omai
ardito mio desir sprona la mente,
ed ella al suo voler folle consente.
Ben pò il gran Tebro de' suoi tanti onori
por questo in cima, ch' a sì nobil alma
sieno le Ninfe sue state nutrici:
che se già riportar più d' una palma
gli antichi figli suoi, se i sacri allori
ornar le chiare insegne e vincitrici,
fu ch' ebbe i cieli amici
intenti ad inalzarlo ov' ir potea
gloria mortal di scettri e di corone;
ma voi, or che 'l suo onor fero Orione
nel mar d' eterno oblio sommerso avea,
per non lasciar le sue memorie al fondo
lo sollevate e riportate al mondo.
Mentre nel più bel ciel l' anima vostra
cercando al par de le più vaghe stelle
sen gìa come lassù sempre si viva,
per avanzar qua giù tutte le belle
raccolse quel che la terrena chiostra
non vide a la stagion che più fioriva;
indi solinga e schiva
d' ogni cosa ch' onor non fosse o bene,
cinta da' raggi di celeste lume
spiegò ver noi le sue candide piume,
per tor gli animi nostri a le terrene
voglie; e di mortal vel vago vestita,
l' alme invitava a più felice vita.
E perché la terrena e fragil parte
non coprisse con l' ombra il suo bel raggio,
diè di se stessa a la ragione il freno,
la qual da periglioso ampio viaggio
per cui camina il senso, a miglior parte
volse il suo corso, et al più bel sereno;
né perché il vago seno
pien di gioie fallaci e di diletti
le mostrasse colei che l' uom disvia,
per farla uscir de la secura via,
si volse a seguitar gli umani affetti,
ma spinta dal desio de la salute
il poggio ritrovò de la Virtute.
E benché lo vedesse orrido et erto
non volse il tergo, ma con saldi passi
dagli spron del voler sospinta ascese;
indi fermando i piè non fiacchi o lassi
ove il calle vedea d' onor coperto,
a coglier prima i più vicini attese;
poscia le piante stese,
guidata da Virtù, ne' larghi prati
de la Filosofia nobile e degna,
ch' a la vita immortal salir n' ensegna,
e co' più saggi suoi mastri lodati
cercò le parti riposte e nascose,
per trovar i principi de le cose.
Ma pieno ch' ebbe l' ampio e ricco grembo
del suo chiaro intelletto de' più vaghi
leggiadri fior, de le più fresche erbette,
non avendo i desir contenti e paghi,
appesa di Platone al caro lembo
cercò di poesia le scole elette;
e de le più perfette
cose, ch' aveva col giudizio intero
scelte fra molte, con vivaci inchiostri
sparse le carte, eterno a' figli nostri
exempio d' eloquenza e d' onor vero;
e togliendo agli antichi i primi pregi,
ruppe a la Morte, al tempo i privilegi.
Et or che dato v' han l' alto governo
le Muse, alzate a la lor gloria antica
per voi, del suo famoso e sacro monte,
come di poco onor schiva e nemica,
par che sì picciol don prendiate a scherno,
le lor valli lasciando, e 'l lor bel fonte;
né degnate la fronte
cingervi più di trionfante lauro,
drizzando il cor a più gradita speme.
O Donna gloriosa, che non teme
sprezzar qual cosa vil l' argento e l' auro,
e tutto quel che qui fa l' uom beato,
per farsi eterna in quel felice stato!
Ma al cor ristretti mille be' pensieri,
perché non la lusinghi un vano errore,
in sé ritorna, et a se stessa dice:
Non son io terra vil, che fra poche ore
sarà pressa da' piè? questi piaceri
son altro che di duol ferma radice?
Non è stato felice
alcun, se 'l pò turbar Fortuna o Morte:
quest' è imagin di vita, e solo un' ombra
di ben, che lieve come nebbia sgombra
l' aura del tempo, or per vie dritte or torte;
la vera vita e 'l vero bene è in cielo,
né Morte il fura, o 'l turba caldo o gelo.
Poi sgombrando dal cor tutt' altre voglie,
accesa d' un celeste e bel desio
alza la mente a più lodato segno,
e gli occhi del pensier fermando in Dio
senza chiuderli mai, piacer ne coglie
tanto, ch' ogn' altro a lato a quello è un sdegno.
O che securo pegno
d' esser di quella patria cittadina,
ove sempre si vive, e fra le squadre
degli Angeli più cari al sommo Padre
di star, senza temer ch' a la mattina
acuta squilla di pensier molesti
o mortal noia dal sonno ti desti!
Così tenendo in Dio ferme le luci,
più che d' or bella, a l' onorata chioma
farsi di stelle una corona vede:
quand' alma a questa egual mirasti, o Roma,
fra tanti figli Imperadori e Regi,
che fecero d' onor sì ricche prede?
O per lei lieta sede,
sacro di gloria e di virtute albergo,
potrai ben dir: Se non scendea costei
dal ciel ne le mie sponde, già sarei
di Lete al fondo; or io mi specchio e tergo
ne l' opre sue, e ne' suoi lumi chiari,
né più pavento gli anni invidi avari.
Felice Donna, che nel mondo ognora
chiara vivrete in bocca de le genti,
già nel tempio d' onor fatta immortale,
e fra le più purgate alme e lucenti,
vicina al primo Amor, dolce dimora
farete, sendo a' più beati eguale!
Per questa via si sale,
spirti gentili, a le celesti gioie:
seguiam costei, che sì leggiera e sciolta,
avendo ogni virtute in sé raccolta,
toltasi a forza a le mondane noie,
s' inalza al ciel con sì spedito volo
che già sormonta l' uno e l' altro polo.
Canzon, se ti riprende
colei che teco ne la fronte porti,
le potrai dir: S' io scemo, alta Vittoria,
ragionando di voi la vostra gloria,
incolpate voi stessa, e vi conforti
che la poc' ombra del mio error non copre
l' infinito splendor de le vostr' opre.

63

A la medesima

Quando i falsi piacer posti in oblio,
e mille alti pensier seco ristretti,
s' alza lassù fra' santi angeli eletti
con le candide penne del desio
l' anima vostra, e come in suo natio
antico albergo a lato ai più perfetti
siede gioiosa, e con veri diletti
s' aggiunge al sommo ben, s' aggiunge a Dio,
resta il velo mortal, de' propri raggi
cinto del vostro onor lucente e chiaro,
com' uom che in questo sonno ha gli occhi chiusi.
O vera eterna vita, o pensier saggi:
star cogli spirti a Dio più grati a paro,
e spender spesso l' ore in sì dolci usi!

64

Allor che 'l Sol da mezzo 'l cielo ardea
con mille raggi il bel nostro orizzonte,
rimirando d' Enaria il chiaro monte
Nereo con voci meste alto dicea:
O bella, o vaga, o certo immortal Dea,
scopri l' aurato crin, scopri la fronte;
mostra quelle bellezze eterne e conte,
nate per far mia vita acerba e rea.
O più che l' onde assai ricco e felice
scoglio, che chiudi il mio tesoro in grembo,
Crocale di quest' alma unica speme!
Deh mira, o Ninfa, a queste basse arene,
che vedrai 'l Dio del mar per te infelice
versar dagli occhi un lagrimoso nembo.

65

S' ai raggi di valor, che grave e oscura
nebbia non copre, riconosco i segni,
ivi è colei che tutti gli altri ingegni
co' suoi chiari pensier vince et oscura;
il nome cui in pietra salda e dura,
via più ch' in adamante, fra' più degni
spirti la Fama intaglia, acciò s' ingegni
il mondo aver di lei perpetua cura:
Ischia felice! l' erbe, i sassi e l' acque
ov' ella mira, ove 'l bel fianco appoggia,
san ragionar di gloria e di virtute:
suoi sono i primi onor, che viva poggia
ai diletti del ciel, dov' ella nacque,
e par ch' ogn' altro ben sprezzi e rifiute.

66

Poi che nel tempio de la Fama avete
sì ricco seggio, a que' be' spirti a paro
che le sue chiome di trionfi ornaro,
né più la morte o 'l tempo omai temete;
poi ch' avete, Signor, spenta la sete
in Elicona, che 'l suo puro e chiaro
fonte v' aperse, con stil colto e raro
agli anni invidi avari altrui togliete:
sì vedrem poi nel suo famoso monte
Napoli bella alzarvi altari e tempi,
archi, teatri, e mille statue d' oro,
acciò Salerno vostro vi contempi
fra' suoi degni signor di doppio alloro
cinto la saggia et onorata fronte.

67

Lieto terren, ne le cui vaghe sponde
alza Salerno l' onorata fronte,
le glorie cui saranno al mondo conte
mentre gli arbori avranno e rami e fronde,
ti sian le stelle sì larghe e seconde
che corra sempre latte il tuo bel fonte,
et oro e gemme sia ciò che 'l tuo monte
ne l' ampio grembo suo serra e nasconde;
piova dal ciel su la tua ricca sede,
in vece di rugiada fresca e pura,
i diletti degli Angeli e le gioie,
sì che l' ordine suo l' alma Natura
cangi, e faccia immortal chi ti possiede,
lungi dal mar de le mondane noie.

68

Questi arbuscei, che del famoso Atlante
dal guardato giardin portati foro,
che mille bei smeraldi, e mille d' oro
pomi sostengon con le verdi piante,
ne le cui frondi in voce alta e tremante
piangon le due sorelle il caso loro,
a te gran Padre, che del sacro alloro
primo onor di Tessaglia fosti amante,
serba Licote; e lagrimosa e mesta
t' orna di propria man di vaghe rose,
di purpurei narcissi i sacri altari:
e con le treccie sciolte, in bruna vesta
prega che Dafni suo sani e rischiari
le sue luci, di duol fosche et ombrose.

69

Se, come, o Dio del sonno, allor che amore
sol d' un dolce pensier pascea il desio
venivi agli occhi miei pigro e restio,
per non levar sì caro cibo al core,
or che m' arde la febbre, or che 'l vigore
vital m' invola il duolo acerbo e rio,
col ramo molle de l' onde d' oblio
torrai la luce agli occhi, a me l' ardore,
di papaveri bianchi un pieno lembo,
e di negre viole ampie corone
onoreranno i tuoi sacrati altari.
Deh vieni, o Dio; così ad ogni stagione
torni nel tuo soave umido grembo
Pasitea bella, ai basci dolci e cari.

70

Mentre col Sessa, illustre alto Signore,
le cui vivaci carte et onorate
lo fanno eterno, in bel soggiorno state,
cercando pur come si merchi onore,
e trappassate i dì fugaci e l' ore
in opre così degne e sì lodate,
acciò l' antica e la futura etate
vi porti invidia, e quanto può v' onore,
io scorto da destin nemico e fero,
di pensier tenebrosi e d' amor pieno,
volgo gli afflitti piè dietro al desio,
perch' Adria accolga nel suo puro seno
i miei sospiri, e 'l Re de' fiumi altero
corra superbo ancor del pianto mio.

71

A Fra Girolamo Seripani

Sacro intelletto, del divino amore
acceso, e di beltà che non vien meno
perché riporti mille volte in seno
l' anno ora il verno, or la stagion megliore:
voi chiuso ne l' angelico splendore,
agli umani desir già posto il freno,
co' pensier santi in così bel sereno
i dì fugaci trappassate e l' ore;
et or co' greci, or co' latini inchiostri
vergate le vivaci e dotte carte
di celesti divini alti concetti:
beato Seripani, le cui sparte
glorie vivran non sol co' tempi nostri,
ma mentre il Cielo avrà spiriti eletti!

72

A Priapo

Questa virginità verde e guardata
tre lustri già con tanto studio e cura,
e serbata sin qui candida e pura
qual fresca rosa in chiuso loco nata,
agreste Iddio degli orti, a te sacrata
fia per inanzi: omai lieta e secura
lascio le selve, e chi le selve cura,
per viver vita più tranquilla e grata.
Un dolce e lieto sonno, ah poco saggia!
m' ha fatta accorta de' mal spesi giorni,
ond' io ne piangerò mentre ch' io viva:
ti lascio, aprico colle, ombrosa piaggia,
ecco gli strali e l' arco, o casta Diva
Cinzia, né più sperar che a te ritorni.

73

Voto a Venere

Poi che qual io mi vidi, allor che 'l fiore
cogliea di mia beltà Batto et Aminta,
allor che la stagion verde e depinta
vestia le guancie di novel colore,
non mi posso veder, madre d' Amore;
qual or io son dagli anni doma e vinta,
e di crespe e di macchie piena e tinta,
fora il vedermi grave empio dolore;
prendi dunque lo specchio, a cui solea
per ingannar altrui chieder consiglio,
che mi fece ir di mie bellezze altera:
a te conviensi il dono, o vaga Dea,
tu lieta il prendi, e ti vagheggia il ciglio,
poi ch' hai dal ciel perpetua primavera.

74

Al Verno

Se con l' usato tuo soverchio orgoglio
ti parti, sì che nembo oscuro e grave
questa mia frale e disarmata nave
non spinga a forza in qualche duro scoglio,
ma tocchi il lido ove ad ognora soglio
soggiornar col pensier dolce e soave,
ove lasciai del core in man la chiave
a lei, di cui ragion sempre mi doglio,
una più che la notte oscura e negra
agna, o piovoso Verno, l' erbe e i fiori
farà molle di sangue a te sacrata:
fuggi con Borea omai, sì che l' irata
onda acquetar si possa, e i dì migliori
faccian col suo seren la terra allegra.

75

Mentre che l' aureo crin v' ondeggia intorno
a l' ampia fronte con leggiadro errore,
mentre che di vermiglio e bel colore
vi fa la primavera il volto adorno;
mentre che v' apre il ciel più chiaro il giorno,
cogliete, o giovenette, il vago fiore
de' vostri più dolci anni, e con Amore
state sovente in lieto e bel soggiorno:
verrà poi 'l verno, che di bianca neve
suol i poggi vestir, coprir la rosa,
e le piaggie tornar aride e meste.
Cogliete, ah stolte, il fior! ah siate preste!
che fugaci son l' ore, e 'l tempo lieve,
e veloce a la fin corre ogni cosa.

76

A Papa Clemente

Gran Padre, a cui l' augusta e sacra chioma
cingono tre corone, alto Pastore,
che guardate di Cristo il degno ovile;
a cui umil co' suoi be' figli onore
rende il gran Tebro, e la sua sposa Roma,
e quanto l' India chiude e 'l mar di Tile,
a voi volgo lo stil basso et umile
sospinto dal desio degli onor vostri,
dal ben commune de la vostra fede:
ch' a voi sol si richiede
di spenger gli odii interni, e gli error nostri
coprir col saggio vostro alto consiglio.
Deh, volgere i prudenti e bei pensieri,
vaghi di servir Dio, dove vi chiama
e Cristo e la fé nostra afflitta e grama;
ponete freno ai duri animi e feri
de' Principi cristiani, e al fosco ciglio
togliete l' ombra, sì che più vermiglio
non si veggia del sangue a Dio gradito,
sì come suole, ogni latino lito.
Udite Italia, che col rotto crine,
e 'n bruna gonna, in queste voci scioglie
la lingua, e mesta vi riprega e dice:
Deh volgi gli occhi a queste rotte spoglie,
a le piagate mie membra meschine,
tu che più d' altro mi puoi far felice:
non sei tu mio figliol? non ha radice
salda nel mio terren la bella pianta
che ti produsse, i cui pregiati rami
par ch' ognun tema et ami
ovunque il cielo i miei be' colli amanta?
Il filiale amor, dov' hai cacciato?
Se la mia vita t' è molesta e grave,
se t' annoia il mio ben, tu istesso stringi
il crudo ferro, e del mio sangue il tingi,
del sangue di colei che dato t' have
quest' aura onde ne vivi; ah figlio ingrato,
svelli le verdi selve e l' onorato
nido dove nascesti, ardi et atterra
del bel paese mio ciascuna terra!
Me se pur brami di tenermi viva,
di ritormi a le noie et a' tormenti,
e di tornarmi a la mia gloria antica,
tu ch' hai lo fren de le cristiane genti,
de l' ire lor la gran tempesta acqueta,
che 'l mio riposo e la mia pace intrica:
rendi a l' Ibero la Garona amica,
il Re britanno al gran Cesare Augusto,
e questi insieme a' tuoi fratelli e servi,
che qual timidi cervi
fuggono ognor dal furor empio ingiusto
de' veltri ingordi, e non ritrovan loco
che da nemico oltraggio gli assecuri:
a te sol lice contra il fero orgoglio,
sendo de' lor nemici e scudo e scoglio,
con l' armi e col saper farli securi,
e non lasciarli in preda al ferro e al foco:
ch' omai da consumar ci resta poco
del bel paese ove nascesti, e dove
gentilezza e virtù s' annida e piove.
Deh rivolgete la pietosa mente,
o gran servo di Cristo, e del doglioso
suo pianto omai vi vinca alta pietate;
e poi che in vostra mano è 'l suo riposo,
deh raccendete le faville spente
degli onor primi e de le glorie usate,
tornatela a l' antica sua beltate,
risanate le piaghe, or che potete;
or che 'l Re franco umile a voi ne viene,
or che tutta sua spene
Cesare ha posto in voi, saggio aggiungete
insieme le lor voglie e i lor desiri;
non consentite che di novo bagni
il nostro e strano sangue Italia bella,
né che 'n sì perigliosa atra procella
la cara nave vostra ancor si lagni,
e 'l mar per trovar porto intorno giri;
non sopportate che più il ciel s' adiri,
e versi sovra noi grandine e pioggia,
or che nostra speranza a voi s' appoggia.
Vedete d' Oriente il gran Tiranno
ch' aspetta che 'n noi stessi il ferro crudo
volgano gli odii accensi e le nostr' ire,
e l' armi e 'l foco di pietate ignudo
va apparecchiando a commun nostro danno,
per far le nostre guancie impallidire.
Da noi li vien, da noi li vien l' ardire,
da le voglie divise! né sì tosto
udrà il romor de le cristiane spade,
che per diverse strade
verrà col popol d' Asia empio, e disposto
a far a la magion di Cristo oltraggio,
ad abbrusciar i nostri dolci campi:
e già così lontan di veder parmi
spiegar le insegne ardite e splender l' armi,
e che dal suo furor timida scampi
la greggia a voi commessa, ermo e selvaggio
loco cercando, u' d' abete o di faggio
ombra le sia securo albergo e fido,
or di fere selvaggie orrido nido.
Vedete già le vele alzate in alto
di mille legni suoi, che d' ora in ora
stan per spiegarsi al vento, e coprir l' onde:
già il gran Tirren si turba e si scolora,
certo d' aver un periglioso assalto;
già Dori bella e Galatea s' asconde
ne l' alghe più riposte e più profonde.
Né men che l' Istro il bel Timavo teme,
ch' altre volte ha provato il suo costume,
e vorrebbe aver piume
d' alzarsi a vol col suo liquido insieme,
per fuggir un furor sì grave et empio:
però, saggio Pastor di queste gregge,
di queste care gregge aggiate cura,
che potrebbe talor forza o paura
condurle a novo ovile, o a nova legge;
e potreste veder far strazio e scempio
di lor, et ogni sacro e ricco tempio
farsi casa de' Dei falsi e bugiardi,
onde poi fora ogni soccorso tardi.
Poi che del Re del Ciel Vicario eletto
in terra sete, a voi, Padre, conviensi
drizzar a bon camin nostro desio,
e l' anime sviate dietro ai sensi
volger dal falso bene al ben perfetto,
per mandarle purgate e belle a Dio:
però non siate voi pigro e restio
a seguir le sue voglie, e tor di mano
l' armi e l' ira del cor de' suoi fedeli,
perché non si quereli
dinanzi a lui con suon doglioso e strano
di tanti oltraggi l' innocente offeso;
ma se desir d' impero o pur di gloria
li rode dentro, al trionfale acquisto
spronate lor del sepolcro di Cristo,
ove posson sperar lieta vittoria:
ivi depor potran d' infamia il peso
di non aver a sì degn' opra inteso
avuto il cor, e dimostrarsi grati
a quel Signor ch' a tanto ben gli ha alzati.
Se si cerca tesoro, ivi il terreno
porta ognor pieno il sen di gemme e d' auro,
e puro argento in vece d' ossa i monti;
se fama eterna, mai sì chiaro lauro
non ornò qual più tenne il mondo a freno;
se presti aver a' suoi servigi e pronti
popoli strani, u' 'l sol scenda o sormonti
non vede tanta gente: in quella parte
fate che volgan le pregiate insegne,
che di trionfi degne
ritorneranno, sempiterne carte
empiendo del suo onor; e 'l Re del Cielo,
lieto di tanto ben, leverà l' ombre
ch' engombrano di mali il mondo tutto:
così di seme bon prezioso frutto
raccoglierem, senza temer ch' adombre
il fior de' piacer nostri caldo o gelo,
o che noia mortal n' enbianche il pelo.
Fatel, Signor, ch' ai vostri giusti preghi
non sarà alcun che non s' inchini o pieghi.
Allor vedrete fuor del Gange il giorno
dietro la vaga moglie di Titone
portarvi il dì più de l' usato chiaro;
vedrete l' anno ad ogni sua stagione
recarvi di narcissi e di viole
il grembo pieno, e 'l gelato genaro
farvi sì come april temprato e caro;
tepidi i soli, allor che 'l fero cane
arde il nostro terren, saranno a voi;
e bianco latte poi
vi serberanno ognor fresche fontane;
le quercie mel, il ciel nettare e manna
spargerà sovra voi dal suo più puro;
dolci frutti gli acuti ispidi dumi,
arene d' or vi porteranno i fiumi:
e tutta l' atra nebbia e l' aere oscuro,
ch' ora il seren de' pensier vostri appanna,
tutto quel che la mente e 'l cor v' affanna
fuggirà de le gioie al dolce vento,
e fia il dì sino al fin lieto e contento.
Fra mille be' pensier de la salute
de la fé nostra con animo involto,
solca, canzon, già di Liguria il mare
il gran Signor del Tebro, a cui (s' alzare
ti potessi con stil candido e colto)
ti manderei; ma acciò non ti rifiute
poi che le tue bassezze avrà vedute,
restati meco, e sol ti mostra fuori
quando notturno vel copre gli errori.

77

A Monsignor Bembo

Poi ch' ogni lume di giudizio avete
in voi, Bembo, rinchiuso, e con la mente
di mille alte virtù chiara e lucente
il nostro vanneggiar saggio scorgete,
perché non, come un sol chiaro, accendete
le luci de l' ingegno nostro spente?
Ch' a voi conviensi, come a l' Oriente
portarne il giorno, e far le genti liete:
fora Febo men bel, se in sé raccolto
tenesse il lume, e non rendesse mai
la luce al mondo, a le cose i colori;
e terren molle seminato e colto,
senza 'l favor degli appollinei rai,
produrria stecchi, e non frutti, né fiori.

78

A Messer Sperone

Giudice de' miei scritti accorto e saggio,
che col pronto veder d' occhio cervero
scorgete se talor torco dal vero
e de l' antico stil dritto viaggio,
e mi mostrate con l' ardente raggio
del vostro pellegrin giudizio intero
il fiorito, riposto, e bel sentero,
acciò ch' io lasci ogn' altro ermo e selvaggio:
felice voi, a cui gli alti secreti
scopre Filosofia, cui serban l' ombre
i lauri di Parnaso e d' Elicona:
che non saran giamai dal tempo sgombre,
Speron, le vostre glorie, mentre lieti
giorni avrà in seno il figliol di Latona.

79

A Donna Giulia Gonzaga

Lucente sol, che co' be' raggi ardenti
di gloria, di bellezza, e di valore,
de l' oriente de' begli occhi, fuore
conduci il giorno a le più degne genti;
senza la cui virtù sariano spenti
alti costumi, gentilezza, amore,
desio di chiaro e di perpetuo onore
in queste nostre cieche oscure menti;
col cui foco gentil l' alme si fanno
gravide di celesti alti pensieri,
a' quai frutto né fior non si pareggia:
vivin fra noi più che 'l millesim' anno
i raggi di tua gloria ardenti e veri,
sì che mai più bel sole il dì non veggia.

80

A la medesima

Pellegrina gentil, che questa e quella
parte del cielo con l' ingegno altero
cercando per trovar il bene e 'l vero,
vi fate più d' ogn' altra adorna e bella;
lucente, vaga, e fortunata stella,
al cui splendor si volge ogni pensero,
che mostrate il securo e bel sentero
d' uscir d' ogni mondana atra procella;
gemma dove si vede impressa e viva
l' imagine di Dio, dove si mira
ogni forma di gloria e di valore;
specchio di vero ben, di vero onore,
Idea de la beltà celeste e diva,
felice l' alma che per voi sospira.

81

Già comincia a turbarsi il bel sereno
de' miei tranquilli giorni, e a poco a poco
accendersi ne l' alma un novo foco,
che mi consuma dolcemente il seno:
raccogli, incauto cor, raccogli il freno,
rivolgi i tuoi desiri a miglior loco,
poi che d' amor ogni dolcezza e gioco
è temprato di fele e di veleno;
non tornar a le lagrime, ai sospiri,
ai giorni oscuri, a le notti dolenti,
or che ten vai de libertate altero;
volgi le spalle ai begli occhi lucenti,
chiudi l' uscio a la speme et ai desiri,
e circonda di ghiaccio ogni pensero.

82

La bella Idea che di sua mano Amore
scolpio nel cor, che mai non sarà mio,
rotto ha novo, gentile, alto desio,
nato dal vostro angelico splendore;
più non veggi' ombra, e più non sento odore
de l' arbuscel che come in suo natio
terren vivea ne l' alma; eterno oblio
copre le fiamme de l' antico ardore.
Già la profonda sua salda radice
ha piantato nel cor speme novella,
e l' alma il vostro foco arde e diletta:
et udrà di mia bocca ogni pendice,
che come Donna più d' ogn' altra bella,
così più d' altra sete ancor perfetta.

83

Benché chiudiate al mio desire il petto,
come di tale albergo indegno sia,
d' arder sdegnosa ne la fiamma mia,
oscura forse a così chiaro obietto,
non farete però che l' intelletto,
che 'l vostro onor più che 'l mio ben desia,
di voi non scriva, sì ch' a morte ria
di man vi toglia, e faccia onta e dispetto:
avrò scolpito ne la mente ognora
fra mille alte bellezze il vostro volto
ovunque il mio destin mi spinga o giri;
e forse un dì pentita, avendo sciolto
il laccio ch' or vi tien, direte ancora:
Perché sprezzai così giusti desiri?

84

Ben può il tiranno mio fero desire
per pigliarsi di me libero impero
stringer il cor a giogo aspro e severo,
e colmarmi di doglia e di martire;
ma la ragione ai giusti sdegni a l' ire
pon l' armi in mano, e rompe ogni pensiero
di ch' ei si pasce, ond' io, lasso, pur spero
che l' alma in tanti affanni un dì respire:
cieca mente, a seguir pronta il tuo danno,
apri le luci tue, volgi l' ingegno
a più onorata impresa, a miglior usi,
che non si può salir al vero segno
di virtute e d' onor cogli occhi chiusi,
col cor sommerso in amoroso affanno.

85

Mentre nel lume de' vostr' occhi ardente
la divina beltà contemplo e miro,
e quante grazie sparse in ogni giro
il gran Fattor del ciel vago e lucente,
pellegrina da me s' alza la mente
agli eterni diletti, ond' io respiro,
e chiamo aventuroso ogni sospiro
che per voi manda il cor lasso e dolente:
unqua da fiamma più purgata e chiara
non nacque sì gentili alti pensieri,
come in me desta il vostro nobil foco;
i quai, sì come alati e bei corrieri
volando là dove virtù s' impara,
ogni tormento mio tornano in gioco.

86

Poi che con l' ali del gentil desio,
che nel seren de' be' vostr' occhi ardenti
mise le piume, a le beate genti
scorto m' avete, e già vicino a Dio,
non troncate le penne al pensier mio,
sì che co' vanni poi debili e lenti
l' orme del vostro onor seguir paventi,
e si faccia al volar pigro e restio;
lasciate che co' vostri a paro a paro,
o almen per quel sentier, dritto camini
ove le vere glorie il ciel comparte,
acciò che poi con stil candido e raro
dettandomi concetti alti e divini,
empia del vostro nome eterne carte.

87

Vaga angieletta a render grazie volta
al primo Padre de le cose belle,
non pur dal lume de le chiare stelle,
ma da' raggi del Sol cinta et avolta,
parea Madonna in se stessa raccolta;
dal cui sguardo gentil vive fiammelle
spargeva Amor in queste parti e 'n quelle,
e pioggia di dolcezza eterna e folta:
e cantando con dolci alte parole
diceva: O voi che gite al caldo al gelo
cercando come al ben si poggia e sale,
seguite il volo mio, che lieti al cielo
vi condurrò nel grembo al sommo Sole,
e un bel di me desio vi darà l' ale.

88

Per lo Conte Claudio Rangone

Occhio del Ciel, la cui luce gradita
genera quanto il mondo alberga e tiene,
senza il cui gran valor sterili arene
sarian le piagge a la stagion fiorita,
infondi lieto tua virtù infinita
con larga mano in queste salse vene,
onde il sulfureo umor deriva e viene,
che spesso dona altrui salute e vita;
tal che fugga dal corpo egro et infermo
ciò che l' aggrava, del gran Claudio, vero
de l' italiche spade alto splendore.
sì vedrem poi l' invitto cavaliero
aprir le schiere adverse ardito e fermo,
ond' Italia n' attenda eterno onore.

89

Anima pura, di virtute ardente
ornata, e degna di celeste onore,
ai raggi del cui angelico splendore
paion le luci altrui smarrite e spente,
che, come in specchio, ne l' eterna mente
ti miri e tergi, se mondano errore
rende men bel di tue bellezze il fiore,
onde più d' altra vai vaga e lucente;
intelletto divin, da cui s' impara
la via di gir al ben perfetto e vero,
fuggir l' ira del tempo e de la morte:
felice lui, che con sì fide scorte,
Tullia, mandando al cielo il suo pensiero,
vive lassù vita soave e chiara.

90

Come potrò giamai, Notte, lodarti,
sì che conforme sia l' opra al desio,
e de' tuoi degni pregi aggiunga al vero?
Qual Musa, qual Apollo il canto mio
alzerà in parte dove i' possa darti
de' merti tuoi il guiderdone intero?
O Virgilio, o Omero,
lumi di poesia chiari et ardenti,
dettatemi i pensieri e le parole,
che con pace del Sole,
dirò che furo i suoi raggi lucenti
vinti dal lume d' una notte belle,
sì come il suo splendor vince ogni stella.
Mai notte più tranquilla o più serena
non vide il Ciel dal dì che gli occhi aperse
a mirar l' opre varie de' mortali:
l' aria di sì bel manto si coperse,
che l' umid' ombre si scorgeano a pena;
il tacito silenzio sotto l' ali
portava agli animali
i dolci sonni; e i tenebrosi orrori,
temendo il lume de la bella notte,
ne le selvaggie grotte
stavan nascosti, e non uscivan fuori,
ma sol le pellegrine aure estive
scherzavan per le piaggie e per le rive.
I lieti campi col fiorito lembo
accogliean la rugiada fresca e pura,
che cadeva dal volto de la Luna;
e d' un vago cristallo oltre misura
lucido e chiaro s' adornava il grembo
l' erba assetata e de l' umor digiuna;
le stelle ad una ad una
ne scoprivan dal Cielo i lor be' rai;
et essa bianca di Latona figlia,
con le tranquille ciglia,
senza turbar o scolorarsi mai,
forse mirando il caro Endimione,
si dimostrava dal sovran balcone.
Pace fra loro avean gli scogli e l' onde,
rendute pure e di color d' argento
dal raggio di Lucina ardente e chiaro.
E col solito lor vago ornamento,
su le minute arene de le sponde
danzava Dori, et Aretusa a paro.
E for del fondo amaro,
sovra i delfini di vermiglie rose
coronati, la vaga Panopea,
Efire, e Galatea,
spruzzando il salso umor, con amorose
voci rivolte al raggio d' oriente
cantando incominciar soavemente:
Pòsati pur ne l' acque oltre l' usato,
or che sì bella notte adorna il cielo,
Pastor d' Admeto, e non portar il giorno:
che non fu mai, dal dì che caldo e gelo
veste e dispoglia del suo verde il prato,
di così chiara luce il mondo adorno;
e se ne prendi scorno,
lasciando il novo dì nel grembo a Teti,
specchiati ne' suoi lumi, or che riluce,
che da sua vaga luce
si faranno i tuo' rai più ardenti e lieti,
e l' aere con la tua nova bellezza
di gentil s' ornerà strana vaghezza.
O compagna d' Amore e di diletto,
conforto e degli amanti unica spene,
Notte più d' altra a me chiara e felice,
in quai sì lucid' onde, o 'n quali arene,
ripiena di gentil cortese affetto,
t' ha dato il latte la bella nutrice?
O 'n qual lieta pendice
d' Esperia Teti t' ha adornato il crine,
per farti più che 'l dì lucida e vaga?
Per te l' alma s' appaga,
per te beve il desio scorto al suo fine,
negli occhi di colei che mi governa,
un piacer vero, una dolcezza eterna.
Deh ferma il passo, e non portar nel fondo
del vasto mar la vera gioia mia,
fa' qui co' miei diletti ancor dimora:
che ben che tornin teco in compagnia,
mentre che veste il Sol di luce il mondo
amoroso desio sempre m' accora.
Ma, lasso, ecco l' Aurora,
che col carro vermiglio il giorno apporta:
vatene lieta, che t' accoglia il mare
con le Ninfe più care
ne' suoi pregiati alberghi, e riconforta
ne' prati d' occidente i tuoi destrieri,
perché siano al tornar presti e leggeri.
Canzon, se 'l Sol si lagna
ch' io rendi oscura la sua antica gloria,
diralli: Il tuo celeste almo splendore
giamai nel mio Signore
non lasciò di piacer breve memoria,
però forz' è che gli alti pregi dica
di questa notte a' suoi diletti amica.

INNI ET ODE

Alla Signora Aurelia Sanseverina

La peregrina fama delle virtù vostre, illustre e gentilissima Signora, con mille penne et altrettante lingue volando per questo cielo, sparge l'onorato grido del vostro nome, la cui potenza è veramente troppo mirabile e grande, conciò sia cosa che ella accende l'animo anco delle persone lontane, et in un certo modo obliga ad amarvi eziandio coloro che veduta non vi hanno giamai. Per la qual cosa, io mosso da quelle virtù che fra le più pregiate Donne sì rare lodi vi donano, acciò che da quel poco ch'io vaglio voi cominciate a vedere qual sia l'interno desiderio mio, ho voluto mandarvi queste mie Ode et Inni, pregandovi umilissimamente, che comunque elle si sieno, poi ch'io non posso per ora darle migliori, né più degne del vostro nobile intelletto, sia nondimeno dono della molta vostra cortesia d'accettarle, e tenirle appresso di sé per testimonio de l'animo mio, desideroso quanto più si potesse d'onorarvi. E se gli averrà che benigno cielo a qualche grado di perfezione e vicino agli alti vostri meriti degni d'inalzarmi, più lodati scritti nella memoria degli uomini vi terranno.

91

A la Marchesana di Pescara

Non sempre il cielo irato
nasconde il bel sereno,
né 'l mar d' Adria turbato,
ognora alzando l' onde,
percuote l' alte et arenose sponde.
Non sempre Appennin pieno
di fredde nevi e bianche
mostra l' orrido seno,
ma talor dilettoso
vagheggia il Sol col crin verde e frondoso.
Talor pace (acciò manche
il lor travaglio) fanno
co' venti l' onde stanche,
e l' aere puro intorno
ne porta il dì più de l' usato adorno.
Ma voi nel settim' anno
qual nel primo piangete,
e con gravoso affanno
il gran Davalo vostro
chiamate or con la voce, or con l' inchiostro.
Né perché Espero liete
accenda in ciel le stelle
freno al pianto ponete,
ma torni o parta il Sole
sente le meste vostre alte parole.
Non pianser le sorelle
sempre il caro Fetonte,
né con le Ninfe belle
del gran padre Occeano
pianse il figlio ad ognor Tetide invano.
Serenate la fronte,
omai chiudendo il varco
al lagrimoso fonte,
e più tosto cantate,
per farlo conto a la futura etate,
com' ei l' umano incarco
sprezzando, di valore
più che di ferro carco,
con l' armi e col consiglio
ruppe al gran Re de' Franchi il fero ciglio:
onde d' eterno onore
s' ornò l' altera chioma,
sì che del suo splendore
vivranno i chiari raggi,
mentre avran erbe i prati, e fronde i faggi.
Ritogliete la mente
a l' empia doglia acerba,
e scrivete altamente
chiara illustre Vittoria,
del gran Davalo vostro eterna istoria.
Ch' a voi sola si serba
peso così onorato:
voi potete superba
gir di sì grave obietto;
et ei di stil sì puro e sì perfetto.

92

Ad Apolline

Alma luce del Cielo,
ch' al Mondo cieco e rio
togli l' ombre notturne e 'l fosco velo,
occhio eterno di Dio,
a te volgo devoto il canto mio.
Tu del tuo dolce foco
fai gravido il terreno,
che frutti e fior produce in ogni loco,
onde col grembo pieno
s' adornan le fanciulle il crine e 'l seno;
e i bifolci, le chiome
irsute coronati
di bionde spiche, il tuo pregiato nome
cantan ne' verdi prati,
del tuo cortese don ricchi e beati.
O figlio di Latona,
gran padre de le cose,
vedi con l' irto crin senza corona
le ninfe lagrimose
che ti chiaman con voci alte e dogliose;
vedi nel suo bel monte
squarciarsi i bianchi velli
Salerno antico, e la sua crespa fronte,
e i suoi schietti arbuscelli
spogliar de' verdi lor vaghi capelli.
Poscia, col duolo assiso
ne le piaggie più sole,
volgendo verso il cielo il molle viso
chiamar o Sole, o Sole,
tre volte con dolenti alte parole,
pregandoti che i feri
mali, le doglie gravi
sgombri dal suo Signor, perché i primieri
giorni lieti e soavi
ricovri sì che nullo duol lo aggravi.
Apporta i succhi e l' erba
con cui tolse di mano
il tuo figliuol de l' empia morte acerba
quel ch' amò un tempo invano
Fedra da desir spenta ingordo e strano.
Affretta il lento passo,
e col santo liquore
rendi l' usate forze al corpo lasso,
al viso il bel colore,
agli occhi il primo lor chiaro splendore;
ch' indi ben mille altari
vedrai lungo le sponde
del pigro Iante, et ampi fochi e chiari
arderti arabe fronde,
e sonar Febo Febo intorno l' onde.

93

A Pan

Debb' io por in oblio
i tuoi pregiati onori,
o gran Re de' pastori,
volto a parlar d' amore il pensier mio?
Cantiam l' agreste Iddio,
o boscareccie dive,
fra queste verdi olive,
che forse i vaghe venti
si fermeranno al nostro canto intenti;
e gli augelli d' intorno
tregua al lor dolce pianto
daran, mentre ch' io canto.
Debb' io prima lodar, o Pan, quel giorno
che questo uman soggiorno
di te festi felice,
allor che la nutrice
si fuggì per paura,
scorta l' istrana tua nova figura?
O cantar come in seno
pien d' amoroso zelo
ti portò 'l Padre al cielo,
volando per l' aperto aere sereno,
onde Giove fu pieno
di dolce maraviglia,
quando sovra le ciglia
vide le belle corna
che fan la fronte tua vaga et adorna?
Dirò l' alto desire,
ch' ancor par che ti stringa,
de l' amata Siringa,
empia cagion del tuo fero languire?
La qual, sol per fuggire
da le tue ardenti voglie,
vide l' umane spoglie
cangiarsi, e perdeo il lume
lungo le rive del paterno fiume.
Ah Ninfa, ove sì presta
fuggi da chi ti chiama,
da chi t' apprezza et ama?
Affrena il passo, e nel bel petto desta
dolce pietate onesta:
un Dio è che ti chiede,
deh ferma, Ninfa, il piede,
non vedi ch' a la morte
ti scorge il cielo, e la tua dura sorte?
Così dicevi. Ah folle!
Mentre fugge s' affanna
di venir lieve canna,
né perciò a' caldi tuoi desii si tolle:
che tu col volto molle,
perché vivesse teco,
al tuo frondoso speco
quella portasti, e poi
temprasti col suo suono i dolor tuoi.
Tacerò di Diana,
acciò che non s' adiri,
s' come a' tuoi sospiri,
vinta dal vago don di bianca lana,
fu cortese et umana;
e ne le selve ombrose
l' alte voglie amorose
fece contente e liete,
spengendo in parte la tua ardente sete.
Te le donne baccanti
seguon con dolci balli
fra fior vermigli e gialli;
e qual di fresca calta e d' amaranti,
qual di gigli e d' acanti
t' orna le belle chiome;
qual chiamando il tuo nome
con un festoso grido,
fa che di Pan risuona intorno il lido.
Siemi, Iddio, sì cortese,
che la pianta onorata
tanto a quest' occhi grata
non tema di pastori alcune offese,
sì ch' a le genti accese
di virtù chiare e conte
possa cinger la fronte,
e col pregio maggiore
e poeta coroni e imperadore.

94

Oda amorosa

Mentre co' caldi raggi
Sirio dal cielo ardea
le verdi cime de' frondosi faggi,
de la sua Galatea
in queste voci Batto si dolea:
O più sorda che l' onde
d' Adria, via più selvaggia
che qualunque animal bosco nasconde,
qual tigre in erma piaggia
ti diede il latte, acciò quest' anim' aggia
per te sempre a dolersi?
Alza del mar la fronte,
o bella Ninfa, e i capei biondi e tersi,
or ch' a l' altro orizzonte
si volge il ricco carro di Fetonte.
Lascia l' amata Dori,
mentre Nettuno irato
percuote col tridente i salsi umori,
e 'n questo verde prato
dammi dopo tant' anni un dì beato.
Non son più vaghe queste
piagge verdi e frondose,
che Primavera di be' fiori veste,
che l' acque alte e schiumose,
il più del tempo irate e tempestose?
Non è l' umida e vile
alga degno soggiorno
di tua vaga beltà, Ninfa gentile:
vedi qui d' ogn' intorno
il depinto terren vago et adorno
di fior candidi e gialli
e di tenere erbette,
e tra be' colli fresche ombrose valli,
u' Ninfe leggiadrette
danzan sovente in lieta schiera strette.
Vedi i dritti arbuscelli,
ne le piaggie vicine,
che difendon dal Sole i vaghi augelli,
il cui frondoso crine
scherza con l' aure dolci e pellegrine;
e i mormoranti rivi
su l' arene d' argento
andar co' pesci lor nudi e lascivi
con corso tardo e lento
facendo ognuno a remirarli intento.
Mira l' aere sereno,
che 'l Sol pinge e colora,
di puritate e di vaghezza pieno,
ove Favonio e Flora
vanno a diletto lor spaziando ognora.
Odi dolce armonia,
che fan tra' verdi rami
i vaghi augelli in bella compagnia,
e par ch' ognun ti chiami
pregandoti che Batto apprezzi et ami.
Ti serbo una cervetta,
che torna a la capanna
tosto che parte il dì tutta soletta,
e al suon de la mia canna
di saltar co' pastor lieta s' affanna.
Esci, Ninfa, da l' acque,
e vieni in questi lidi
verdi, là dove tua beltà mi piacque,
dove prima ti vidi
sprezzar del gran Ciclope i feri gridi.

95

Per lo Marchese del Vasto

Lascia il colle sacrato
che 'l bel Permesso inonda,
dotta Talia, e col tuo pletto aurato,
cinta di laurea fronda,
scendi ne la sinistra e verde sponda
di questo puro fiume,
e l' alte lodi canta
come t' inspira il tuo celeste nume,
sì ch' ascolti ogni pianta
quanto valor il gran Davalo amanta.
Ben sai che più bell' alma
dal ciel mai non discese
per vestirsi qua giù l' umana salma,
che natura cortese
a farla sol tra noi perfetta intese.
Con benigno ascendente
da le più liete stelle
qui venne, di virtù calda et ardente;
e 'ntenta a l' opre belle,
fa ch' ognuno di lui scriva e favelle.
Vedi quante corone
gli ornan la vaga chioma:
quante mai Cesar forse o Scipione
non riportaro a Roma,
Cartagin l' un, l' altro la Francia doma.
Vedi quanti trofei
alzar l' Adda e 'l Tesino
al suo gran nome allor che i casi rei
col volto molle e chino
pianse Garona et ogni suo vicino
del suo maggior Pastore,
che restò preso e vinto
dal proprio e del fratello alto valore,
e 'l puro fiume tinto
corse di sangue del popolo extinto.
Mira come a le schiere
scudo possente e forte
del magno Augusto suo tedesche e ibere,
difese l' ampie porte
del gran Milan sprezzando ognor la morte.
Odi l' altera Donna,
cui ora il gentil piede
lava Sebeto, or la candida gonna,
che 'l bel petto si fiede
e ad alta voce li chere mercede;
indi lieta e contenta,
con l' armi e col consiglio
avendo la nemica forza spenta,
de l' onorato figlio
serena il fosco e tempestoso ciglio;
e sovra il suo bel monte
inalza statue e tempi,
che faran le sue lodi al mondo conte,
le quai non rompa o scempi
forza giamai degli anni avari et empi.
Saggio Cesar, che alzaste
a sì onorato scanno
costui, col cui valor forse serbaste
da periglioso inganno
il vostro regno, e da gravoso affanno,
ecco il suo nome solo
vittorioso e chiaro
con l' ali del timor fa gir a volo
quei che dianzi s' armaro
per por l' impero vostro in pianto amaro,
tal che l' Austria famosa
madre di tanti regi,
di tanti imperador, prima angosciosa,
cinta di lieti fregi
or li dona di lode eterni pregi.
Vedete la Vittoria
ne le sue invitte insegne
l' ali d' oro trattar carca di gloria;
e par che si disdegne
ch' esser suo ricco albergo altra s' ingegne.
Vedete come lieto
del suo dolce ritorno
si mostra Mincio Tebro Arno e Sebeto,
e pien di gioia il giorno
si scopre a lui più de l' usato adorno.
Securo omai vivete,
mentre agli omeri suoi
s' appoggia il vostro onor, che sempre avrete
la Vittoria con voi;
e fin da l' onde esperie ai liti eoi
extenderà le braccia
del gran Romano Impero,
tal che del vostro nome il mar che agghiaccia
udirà 'l suono altero,
e umil l' inchinerà l' Istro e l' Ibero.

96

Al Sole

Gli altar di gigli d' oro
ornate, e di viole,
mentr' io inauro le corna al bianco toro,
e con dolci parole
rendiamo onor sacrificando al Sole.
Portate omai la lira,
fanciulli onesti e belli,
poi che la Musa mia lieta m' inspira,
e cingete i capelli
vostri di calta e d' altri fior novelli:
già l' aure d' ogn' intorno,
lasciati i vaghi errori,
taccion, e in mezzo 'l ciel fermato è 'l giorno,
sol per udir gli onori
del padre de' celesti alti splendori.
Febo, se ne l' ombrose
selve di Cinzio sei,
se in Delfo, o ne le fresche e dilettose
Tempe, dov' è colei
di cui sospiri ancora i fati rei,
fermati, e 'l nostro canto
odi cortese e grato,
volgendo gli occhi ove la ricca Manto,
lieta più de l' usato,
Cesar onora col suo Mincio a lato.
Non sei tu il primo lume
del cielo, e 'l più lucente,
che volando per l' aria senza piume
col tuo bel carro ardente
apri a' mortali il lucido Oriente?
E loro apporti il die,
che co' begli occhi sgombra,
ricercando del ciel tutte le vie,
dagli alti monti l' ombra,
e di novella luce il mondo ingombra?
Allor presto l' amante,
a cui la notte ha tolto
la dolce vista de le luci sante,
dal pigro sonno sciolto
ritorna a riveder l' amato volto.
Senza 'l tuo chiaro raggio
non potrebbe la Luna
scorger il breve suo torto viaggio,
ma di nebbia importuna
si vestirebbe l' aria oscura e bruna.
Sogliono fra le fronde,
fra i boschi alti e secreti,
mentre il tuo chiaro lume a noi s' asconde,
gli augei star fermi e cheti;
indi a l' aprir del tuo bel raggio, lieti
levarsi con l' Aurora,
e dilettosi accenti
salutando il tuo nome mandar fuora,
al dolce canto intenti
fermando i fiumi rapidi e correnti.
A te la gran virtute
de l' erbe è manifesta,
onde l' usata lor prima salute
rendi, qualor molesta
febbre, o dolor le mortai membra infesta;
e ritogli di mano
i corpi a l' empia morte,
rendendo loro il dolce stato umano;
umile a te la sorte
mostra qual dì infelice o lieto apporte.
Sgombra l' acerba doglia
ch' impetuosa assale
del gran Marchese la terrena spoglia,
né consentir che 'l male
tronchi al suo gran valore i vanni e l' ale.
Odi il superbo Marte,
ch' umil ti prega e chiama,
né mai dal fianco suo mesto si parte,
sì la salute brama
di lui che sovra ogn' altro apprezza et ama.
Odi lungo le rive
del suo fiume famoso
Napoli bella e le sue ninfe, schive
di gioia e di riposo,
chiamar con mesto suono e doloroso,
Apollo, la tua aita;
e le nove sorelle,
ch' han la sua compagnia cara e gradita,
volte verso le stelle
nomarle crude e di pietà rubelle.
Così facendo, spesso
di ricche frondi altero
l' udrai cantar lungo il tuo bel Permesso
come Dafne leggero
seguisti per solingo aspro sentero.

97

Loda de la vita pastorale

O pastori felici,
che d' un picciol poder lieti e contenti
avete i cieli amici,
e lungi da le genti,
non temete di mar ira o di venti;
noi vivemo a le noie
del tempestoso mondo et a le pene:
le maggior nostre gioie,
ombra del vostro bene,
son più di fel che di dolcezza piene:
mille pensier molesti
ne porta in fronte il dì da l' Oriente,
e di quelli e di questi
ingombrando la mente,
fa la vita parer trista e dolente;
mille desir noiosi
mena la notte sotto a le fosch' ali,
che turbano i riposi
nostri, e speranze frali,
salde radici d' infiniti mali.
Ma voi, tosto che l' anno
esco col Sole dal Monton celeste,
e che del fero inganno
Progne con voci meste
si lagna, e d' allegrezza il dì si veste,
a l' apparir del giorno
surgete lieti a salutar l' Aurora,
e 'l bel prato d' intorno
spogliate ad ora ad ora
del vario fior che 'l suo bel grembo onora;
e 'nghirlandati il crine,
di più felici rami gli arbuscelli
ne le piagge vicine
fate inestando belli,
ond' inalzano al ciel vaghi i capelli;
e talor maritate
ai verd' olmi le viti tenerelle,
ch' al suo collo appoggiate
e di foglie novelle
vestendosi, si fan frondose e belle.
Poi ch' a la notte l' ore
ritoglie il giorno, del securo ovile
la greggia aprite fuore,
e con soave stile
cantate il vago e dilettoso aprile;
e 'n qualche valle ombrosa,
ch' ai raggi ardenti di Febo s' asconde,
là dove Eco dogliosa
sovente alto risponde
al roco mormorar di lucid' onde,
chiudete in sonni molli
gli occhi gravati; spesso i bianchi tori
mirate per li colli
spinti da' loro amori
cozzar insieme, e lieti ai vincitori
coronate le corna;
onde si veggion poi superbi e feri
alzar la fronte adorna,
e gir in vista alteri
come vittoriosi cavalieri.
Spesso dapoi che cinta
di bionde spiche il crin, la state riede,
con l' irta chioma avinta
di torta quercia, il piede
vago movendo, con sincera fede,
in ampio giro accolti,
la figlia di Saturno alto chiedete,
e con allegri volti,
grati (come devete)
l' altar del sangue a lei caro spargete.
Sovente per le rive
con le vezzose pastorelle a paro
sedete a l'ombre estive,
e senza nullo amaro
sempre passate il dì felice e chiaro.
A voi l' Autunno serba
uve vestite di color di rose,
pomi la pianta acerba,
mele l' api ingegnose,
latte puro le pecore lanose.
Voi, mentre oscuro velo
il vostro chiaro ciel nasconde e serra,
mentre la neve e 'l gelo
a le piagge fa guerra,
lieti de' frutti de la ricca terra,
or col foco, or col vino,
sedendo a lunga mensa in compagnia,
sprezzate ogni destino;
né amore o gelosia
dagli usati diletti unqua vi svia:
or tendete le reti
a la gru pellegrina, a la cervetta;
or percotete lieti
con fromba o con saetta
la fuggitiva damma e semplicetta.
Voi quiete tranquilla
avete, e senza affanno alcun la vita;
voi non noiosa squilla
ad altrui danni invita;
ma senza guerra mai pace infinita.
Vita gioiosa e queta,
quanto t' invidio così dolce stato!
Che quel che in te s' acqueta,
non solo è fortunato,
ma veramente si può dir beato.

98

A Venere

Che pro mi vien ch' io t' abbia, o bella Diva
che reggi il terzo cielo,
su questa verde e dilettosa riva
sacrato un mirto, il cui frondoso crine
non teme ira di ghiaccio o di pruine,
s' armata il cor di mattutino gelo
sprezza il tuo dolce foco
la vezzosa Terilla,, dal suo stelo
troncò la speme, allor che 'l vago fiore
apria le foglie e si mostrava fuore?
Scalda col tuo valore a poco a poco
i suoi pensier gelati,
scema l' orgoglio, sì che trovi loco
dove s' appoggi ne la fredda mente
il mio desir via più d' ogn' altro ardente.
Non consentir come negli anni andati
ch' io faccia ardente e molli
quest' aria di sospir, di pianto i prati,
e che del fero mio stato infelice
risuoni ancor d' Italia ogni pendice.
O desta in lei pietate, o i desir folli
umor di dolce oblio
spenga in me, sì che queste piaggie e colli
parlin meco di gioia e di diletto,
e di mesti pensier sia sgombro il petto.
China le sante orecchie al canto mio,
né ti mostrar più schiva,
o regina di Cipro, al bel desio,
ch' ogn' anno avrai ne la nova stagione
di vaghi e lieti fior mille corone.

99

A Venere

Fumino i sacri altari
di puri incensi, da pietoso core
posti con larga man ne' fochi chiari,
mentr' io pien di dolore
canto la bella Dea madre d' Amore.
Alto pregio del cielo
e d' uomini e di Dei sommo diletto,
madre di quanto sente e caldo e gelo,
che con benigno aspetto
infondi in terra ogni felice effetto,
tu sotti i bianchi rai,
tu ne la luce de la terza stella
fra le gioie del ciel lieta ti stai,
et ogni cosa bella
rendi col guardo in questa parte e 'n quella.
Te, come l' ombre il giorno,
fuggon le nebbie, le tempeste, e i venti;
il ciel da' tuoi begli occhi fatto adorno
si dimostra a le genti
pien di nove vaghezze e d' ornamenti.
Al tuo santo apparire
la giovenetta Primavera riede
coi lieti giorni in grembo, e fa fuggire
con frettoloso piede
ciò che la sua stagion conturba e fiede;
e col fiato secondo
Zefiro rende gravido il terreno,
onde gioisce e si rallegra il mondo,
e la terra apre il seno
d' erbe, di fiori, e di bellezze pieno:
tu d' un foco gentile
accendi ogni animal selvaggio e fero,
sì che nel vago e dilettoso aprile
pien di dolce pensiero
segue l' amica sua presto e leggero;
né monte, fiume, o mare,
erto, corrente, o tempestoso sia,
giamai toglier li puote, né celare
sua dolce compagnia,
né torta alpestra o solitaria via.
Senza te nulla cosa
apriria gli occhi in questa umana luce,
ma staria ne le tenebre nascosa:
tu sola scorta e duce
sei a quanto di bel qua giù riluce.
Dunque poi che sei tale
ch' ogni cosa da te riceve aita,
sciogli il collo dal giogo aspro e mortale,
tal che l' alma smarrita
torni a la sua tranquilla e lieta vita.

[Dedica]

Alla Signora Donna Iulia da Gonzaga

Molte cose in queste mie fatiche sento avenirmi, illustre e graziosa Signora, le quai di non poca mia contentezza mi sono, ma quella ch'io sovra ogn'altra maggiore stimo è la grazia che per questa via mi pare presso alquante valorose Signore di poter acquistare; le quali con molto fervore amando le virtù, spero ch'ancora in me debbano quel desiderio amare che a seguir cosa mi sprona tanto da loro apprezzata et avuta cara, delle quali principalmente voi una sete, che ciò facendo tanto più m'accrescete di favore quanto che alle vostre rare virtù è giunta quella divina bellezza, che simil non credo ch'ad altra il Cielo donasse giamai. Né si poteva in più degno albergo che del bellissimo corpo vostro chiuder anima sì purgata e gentile: e ben mostrò d'esservi veramente amica la Natura, quando con ogni sua industria adornò il vostro virtuoso ingegno di sì perfette bellezze, che pur un minimo difetto in voi scorger non si punte. Quindi nasce (ardente affetto che sforza ogni spirito gentile ad affaticarsi di far risonare il vostro nome in ogni parte, et inalzarvi per le vostre lodi infin al cielo: ond'io desideroso cogli altri che gli alti meriti vostri per la mia lingua s'odano, e con questi miei versi piacer altrui, conoscendo in alcuna altra guisa non poter meglio (orecchie del mondo dilettare che con la dolce memoria del nome vostro, ho voluto che queste mie composizioni seco nella fronte lo rechino; e benché questo sia piccini pegno della grande affezione e servitù ch'io son tenuto di portarvi, non per tanto vorrei che vi cadesse nel pensiero che l'animo mio fosse tale: anzi di continuo mi doglio della Fortuna, che non abbia il mio basso intelletto a quell'alto segno di perfezione inalzato che meritano le vostre virtù, acciò che io potessi onorarvi com'una delle più perfette Donne che possono col suo valore guidar la nostra età a quella antiqua gloria, e restituirla ad ampi e pregiati onori.

100

Selva nella morte del Signor Luigi da Gonzaga

Voi meco fuor de l' acque fresche e vive,
de' vostri cristallini antri e muscosi,
Ninfe del picciol Ren, voi meco a paro,
degli usati diletti al tutto schive,
piangete il gran Luigi, e con pietosi
accenti accompagnate il duolo amaro:
così non sian di verdi erbe o di fiori
unqua spogliate dal caldo o dal gelo
le vostre rive, e 'l puro fondo e chiaro
turbato da la pioggia o da' pastori.
Qual terra ti teneva, o qual del cielo,
Marte, lucente giro, allor che acerba
morte, morte crudele, il fatal crine
svelse, e sciolse da l' alma il terren velo,
quand' anco era sua etate in fiore e in erba?
Roma allor non ti vide, o le latine
piaggie, ove far solei lungo soggiorno,
ch' avresti udito in voce alta e dolente
lagrimar de l' Italia ogni confine.
Lui piansero le piante, e d' ogn' intorno
spogliar d' ombre il terren, lui dolcemente
pianser gli augelli; e 'l gran padre Appennino,
uscendo fuor del cavernoso monte,
si volse contra il cielo, e feramente
accusò i fati, e 'l suo crudel destino,
e fece ai bianchi velli oltraggi et onte;
s' udì il Mincio lagnar pien di tormento,
e spogliato di gioia e di diletto
turbar il puro suo lucido fonte:
Gonzaga, Garda, Clio senza ornamento,
Efire e Drimo, con pietoso affetto
e co' begli occhi molli al cielo alzati
venner gridando: O Dei, Dei date aita
al giovene sì degno e sì perfetto;
cangiate il reo destino, e gli anni usati
donate a lui di questa dolce vita.
A questo grido al suo dolce natio
nido, lasciando quelle piaggie erbose,
fuggì ogni fera timida e smarrita;
a questo grido il gran Benaco uscio
de l' onde allor irate e tempestose,
e pien d' auttorità grave e senile,
disse: A che più versar sì amaro pianto?
A che invano star meste et angosciose?
Non giova con parlar caldo et umile
pregar la morte, che per mesto canto
non apre di pietate unqua la mano:
così piace a colui che tutto vede.
In questa egli sentendo il frale manto
spogliarsi l' alma, e ne l' alto Occeano
tuffarsi il Sol de la sua vita, diede
a l' aura un sol sospiro, indi al Fattore
col volto di grand' animo depinto
rivolti gli occhi e 'l cor, con pura fede
disse: S' unqua giovai, con quel valore
che tu mi desti, altrui; se mai sospinto
dal zelo del tuo amore, oneste parti
dofendendo, salvai ragione e 'l vero,
lasciando del mio sangue il terren tinto;
e s' io posso giovar, tu che comparti
i giorni nostri, e vedi ogni pensiero,
deh non voler de l' immatura etate
coglier il fior; e se di morte il mare
pur solcar mi convien, tu mio nocchiero,
tu Tifi, a le tue rive alme e beate
conduci il legno, e nol lasciar errare
lungamente lontan dal vero porto.
Così detto, un tremor freddo e gelato
ne l' ossa entrò de' circonstanti, e alzare
s' udir le grida al ciel, ch' a sì gran torto
noi di spirto sì degno avea privato.
Allor nascose il Sol gli ardenti raggi,
e temé il mondo oscura notte eterna;
tremar l' alpi nevose in ciascun lato;
affrenarono i fiumi i lor viaggi;
l' aer si fe' come se irato verna;
e voci si sentir orrende e strane
gridar per selve tacite et ombrose;
Etna mostrò d' ogni sua parte interna
voraci fiamme; e pallid' ombre e vane,
ne la sembianza crude e paventose,
scorte nel fosco de la notte furo;
il Re de' fiumi altier, con l' urna aperta
largando il frendo a l' onde alte e schiumose,
uscì dal gorgo suo profondo e scuro,
e la campagna non ancora experta
l' ira de l' acque inondò tutta: e seco
con la greggia portò il securo ovile,
e di pesci lasciò l' erba coperta;
sentì i lupi ululanti a l' aere cieco
l' antica Roma, e con doglioso stile
gli augei di tristo augurio alzando il grido
cantar l' acerbo fato; il ciel, che pria
tranquillo era e seren, con voglia ostile
mostrò comete ardenti ad ogni lido:
sentir dal ciel con tempesta atra e ria
cader fulguri ardenti e monti e valli.
Allor veduto avresti la sorella,
coi crini sparsi, e senza leggiadria,
in vesta vedovil chiari cristalli
versar dal cor per l' una e l' altra stella:
a Cefalo giamai la bianca Aurora
non sì mostrò si vaga; al dolce Adone,
né al caro Marte suo Vener sì bella:
piange ella, e seco piange e l' aere e l' ôra,
gli arbor, le fere, i sassi e le persone.
Asciuga Amor i lumi, i lumi belli,
che gli dan tanti onori e tante spoglie,
sol co' quali guadagna ogni tenzone;
la gentil Pasitea l' orna i capelli,
e ne l' ordine lor sparsi raccoglie
con le sorelle. Intanto ella dolente
gridò: Caro fratel, frate a me caro
via più che gli occhi miei, chi mi ti toglie?
Teco i piacer di questa stanca mente,
teco, fratel, de la mia vita il chiaro
e dolce seren porti; or che mi resta,
misera, senza te, saldo sostegno
del nostro onor? ah cielo invido avaro,
a che di tanto bene arricchir questa
vita mortal e questo mondo indegno,
per sì tosto ritorlo? or quando mai
vedrò cosa che piaccia agli occhi miei?
Se teco vissi in terra, era ben degno
che teco in ciel vivessi, e poi che i guai
partisti meco, e i dì infelici e rei,
perché non parti meco anco quel bene
dov' or t' inalzi? e perché nel viaggio
strano mi lasci ir sola, e non mi sei
fidata scorta da quest' erme arene,
da questo mondo inospite e selvaggio,
a la vita miglior? Tu, come l' ombre
scaccia dagli alti monti il chiaro sole,
portando il giorno con l' ardente raggio,
così con la tua vista hai spesso sgombre
da quest' alma, dov' eran gravi e sole,
mie noie, e la lor nebbia folta e scura.
Né più dir poté, ch' a la lingua il freno
pose il dolor: ma in vece di parole
percotea l' aria di singulti, e dura
a se stessa e crudele, il molle seno
si squarciava, e le guancie e l' aureo crine.
Pianse del suo dolor più giorni il cielo
senza mostrarsi mai chiaro o sereno,
tal che temé del secol nostro il fine
la terra, e i dì di Pirra, e freddo gelo
assalse il cor de' miseri viventi.
L' Ollio più puro che l' elettro l' onde
turbò, l' onde lucenti, e d' atro velo,
d' atra nebbia si cinse, et a le genti
per più giorni s' ascose: le sue sponde
Luigi risonar, Luigi intorno.
Né più si veggion le sue Ninfe al vento
spiegar le crespe e belle chiome bionde,
né scherzar per le rive al lieto giorno;
o ignude il bianco piè, nel puro argento
cacciando in schiera i bei pesci lascivi,
or con l' amo pigliarli, or con la rete:
più non s' ode pastor dietro l' armento
sedendo lungo i mormoranti rivi
sonar la sua sampogna, e rime liete
cantar d' amor a Galatea o a Clori;
né più, come soleano, i lieti amanti
ne la scorza d' un faggio o d' un abete
scriveno il nome amato, e i loro ardori:
ma da sera a mattin querele e pianti
s' odono in vece di canto e di riso;
non mostra più la figlia di Latona
l' incerto lor camino a' navicanti
con la tremula luce del bel viso,
né d' Ariadna la lieta corona
va dietro al carro de la bella Luna;
per far Eolo a Nettuno eterna guerra
dai cavi tetti suoi fero sprigiona
gl' irati venti, che ne l' aria bruna
combattendo col mare e con la terra
svellen da la radice arbori e sassi,
e sommergon le merci e i saldi legni;
il vasto gorgo o i navicanti serra
ne l' alto fondo eternamente, o lassi
gli adduce al lito di sals' onde pregni.
veggionsi al Dio del mar su per le rive
tavole pinte, e veste umide appese.
Ma tu, spirto gentil, forse non degni,
forse non curi le lagrime vive
sparse con puro affetto, e ad altro intese
hai le tue luci, ne la chiara fronte
di quel Motor eterno de le stelle;
e con le voglie del suo amor accese
godi de' ben celesti, e nel suo fonte
bevi il nettare sacro, e di novelle
gioie ti pasci: a te sorgon gli amori,
a te Venere ride, a te il gran Marte
orna l' ampio suo giro, e le più belle
cose dispensa, perché più t' onori;
e ne la più sublime e degna parte,
sovra gli spirti già per fama egregi,
t' inalza un seggio d' oro, e le corone
de le vittorie tue quivi comparte:
tal che gli antichi eroi, gli antichi regi,
Cesar Pirro Alessandro e Scipione,
a l' alta tua virtù rendendo onore,
ogn' altra compagnia prendeno a schivo;
né si sdegna Virgilio e Cicerone
venir a spender teco i giorni e l' ore.
Salve dunque, Luigi, illustre e divo,
io, benché sprezzi il don basso et umile
de le lagrime mie, mesto ti spargo
narcisso, calta, nardo e semprevivo,
sempre verde amaranto; e eterno aprile
prego a la gloria tua, sì che letargo
non spenga del tuo onor la chiara tromba:
tepido il verno, e men calda la state
abbia il cenere tuo; cortese e largo
di fiori ogni pastor sparga la tomba;
e le ninfe più belle e più pregiate
portino a l' ossa, al tuo dolce riposo
pieni canestri d' odorati gigli:
le cetre ogn' anno chiare et onorate
cantino a gare il tuo nome famoso,
sì che del tuo valor si maravigli
il mondo ognor, co' suoi futuri figli.

101

Epitalamio nelle nozze del Signor Duca di Mantova

Lascia le rive che co' suoi cristalli
bagna Aganippe, e col bel croceo velo
vieni, o fratel d' Amor, sacro Imeneo:
vieni, Imen Imeneo, che già nel cielo
col lembo pien di fior purpurei e gialli
appar l' Aurora, e così chiaro giorno
tolt' ha di grembo a Teti e sì sereno,
come secolo alcuno unqua vedeo;
cingi gioioso le tue bionde chiome
d' amaraco odorato, e sia 'l tuo seno
di verdi allegri panni o d' ostro adorno:
scuota la destra tua l' orrida pino,
che con le pure fiamme l' aria allumi,
ove lieto ciascun chiama il tuo nome.
Vieni, Imen Imeneo, che già ti aspetta
la vergine reale, i cui be' lumi
piovon gioia e piacer casto e divino;
Amor è seco, e la tua madre a canto,
che d' onesti desir l' han pieno il grembo:
ella, come del ciel vera angieletta,
sospirando talor tacita accusa
la tua dimora, mentre un vago nembo
le figliole del Sol con dolce canto
le versan sopra di celesti rose;
cento vergini elette in lunga schiera,
tutte inspirate da divina Musa,
alternan liete i tuoi pregiati onori,
ed oltraggio facendo a primavera,
di pallide viole et amorose
spoglian questo depinto e verde lito
per adornarti l' onorata fronte.
Vien, Imen Imeneo, vieni, che fuori,
coronato di raggi chiari ardenti
per far più vago il bel nostro orizzonte,
del gran padre Occeano è Apollo uscito.
Vieni, Imene Imeneo, poi che ti chiama
quel altero pastor ch' Italia onora,
cui serba Mincio l' acque alte e lucenti,
e giunge voti a le parole, ai preghi;
non far ne l' antro tuo nova dimora,
o bello Iddio, se giamai giusta brama
destò d' amante alcuno in te pietade:
apporta un giogo saldo a tutte prove,
acciò che due leggiadre anime leghi
con nodo indissolubile et eterno,
tal che 'l pensier che quella regge e move
regga ancor questa, e quello a l' una aggrade
ch' a l' altra piace, e i diletti e le voglie
sien communi tra lor sin che quel seggio,
ov' allegro ciascun vive in eterno,
co' vanni del suo onore andran volando.
Già il Po con cento fiumi et odo e veggio
nel bel liquido suo, cinto di foglie
di lieve canna le tempie onorate,
chiamarti con festoso altero grido,
e con l' ignude Ninfe alzar danzando
per l' aureo fondo di quell' onde chiare:
l' antica Manto, dal suo ricco nido
venuta in queste rive alme e beate
per onorar le nozze alte e reali
de' cari figli, di divin furore
ripiena, mentre il tuo bel nume appare,
degli sposi novelli il lieto fato
canta con tai parole, al suon ch' Amore
fa con la cetra, e le Grazie immortali:
Beata copia, a cui con vago aspetto
ride la terra e 'l mare, a cui le stelle
prometton viver lungo e fortunato,
mai con più dolci e più cari legami
non strinse insieme due anime belle
casto Imeneo; voi sole ha Giove eletto,
fra tante che dal ciel sono discese,
per exempio del bene eterno e vero:
de la vostra radice ancor più rami,
di fronde carchi, e di fiori, e di frutti,
adorneranno il bel latino impero,
tal che le genti di valore accese
verran col grembo aperto a côr di terra
i fior caduti da le ricche piante;
per voi l' Italia omai cogli occhi asciutti
si sveglierà da così pigro sonno,
e col primo valor salda e constante
ponerà fine a la sua lunga guerra.
Fortunato marito, a te la luce
porta col bianco piede il giorno chiaro;
tu di tanta bellezza altero Donno
vivrai felice, né mai pietra negra
un dì ti segnerà ne l' urna amaro:
ecco ch' Amor con onestà ti adduce
la gentil Margherita, e 'l vago viso
ti pone in grembo, e gli aurei crespi crini:
ecco che viene vergognosa e allegra
ne le tue care braccia, e basci mille
fra le purpuree rose e i be' rubini
grata ti porta con un dolce riso
la nobil Donna, in cui cortese e largo
il ciel cotanto di virtute infuse,
che vivran dopo lei molte faville
accese del suo onore; il nome cui,
poi che saran tutte le labbra chiuse,
non temerà mortifero letargo:
quanto s' allegran ne' celesti scanni,
fra i più famosi Imperadori e Regi
che gran tempo regnar qua giù tra nui,
gli avoli suoi in miglior vita vivi,
e d' altro alteri che d' aurati fregi!
Presaghi che di lei da qui a poch' anni
verran nipoti che la ricca sede
ricovreranno, e la lor patri antica,
facendosi per fama eterni e divi.
Felice Mincio, mai giovin sì bella
non bebbe l' acque tue, né sì pudica
si lavò nel tuo fonte il bianco piede:
orna gli alberghi tuoi molli e muscosi
di verdi foglie, e l' onorate rive
de' più be' fior de la stagion novella;
spargan le Ninfe l' auree treccie al vento
sotto a ghirlande di tranquille olive,
e vengano a incontrare i novi sposi.
Chiudi le dotte labbra, o saggia Manto,
che già Imeneo col ricco flammeo in mano
fra noi s' asside a le tue voci intento:
ardete, virginelle, odor sabeo,
e poi che non l' abbiam pregato invano,
salutate l' Iddio con lieto canto;
spargete il ciel di calta e di viole,
date le sue corone al sacro nume;
dite Imene Imeneo, salve Imeneo,
salve pregiato Iddio, l' aere rischiara
intorno intorno col tuo santo lume:
ecco Imeneo, e tu pur tardi, o Sole,
invido Sole, e non rimeni il die
con più veloce passo a l' Occidente;
forse beltà così leggiadra e rara
ti punge il cor de la novella sposa,
che fermato lassù col carro ardente
lasci di gir per le tue usate vie.
Deh sprona, Apollo, i tuoi lenti corsieri,
e rendi il mondo oscuro e scolorito,
che già la notte tacita e dogliosa
biasma la tua dimora; e tu pur tardi,
o Sole, invido Sol. va' più spedito
al tuo camino, se giamai pensieri
d' amor ti roser l' alma, allor che i lumi
de la bella Leucotoe, i lumi ardenti
col vivo raggio de' lor dolci sguardi,
t' accesero nel cor gli alti desiri.
O cruda Clizia, oimè, perché consenti
a la sua morte? tu pur ti consumi
et al girar del Sol giri le foglie!
O Sole, invido Sole, ecco l' Iddio,
ecco Imeneo: lascia che 'l mondo giri
l' umida notte co' suoi lumi accensi;
lascia che i lieti amanti al lor desio
pongano fine, a l' amorose voglie.
Aprite, o caste Donne, l' auree porte,
che la Luna nel ciel candida appare
e chiama al sonno i travagliati sensi:
vieni, vergine saggia, e ricco dono
de le bellezze tue celesti e rare
fa' al caro amante, a cui t' ha dato in sorte
benigno fato; a che più tardi omai,
d' un onesto rossor tutta depinta?
Non far dimora, che mentr' io ragiono
fugge la notte, e dà loco a l' Aurora.
Il marito t' attende, e l' alma avinta
ha di dolci desiri, e dolci lai
tragge da l' amoroso ardente core:
vieni, vergine illustre, a l' aureo letto,
al letto genial, che lieve l' ora
il tempo segue, e più che mai leggiera
fugge la notte breve al tuo diletto.
O casto letto, eterno e santo onore
ti prema in mezzo de' graditi amanti;
pianto mai non ti bagni, né ti scaldi
mai foco di sospir, quieta e vera
pace riserbi il tuo molle tranquillo;
i pargoletti amor vezzosi e baldi
scherzino in te col gioco, e piacer tanti
sentan le piume tue tenere e molli,
quanti lumi più chiaro il cielo accende,
o quante lagrim' io dagli occhi stillo
quando il desir mi fiede: ecco che viene
la real Donna, al cui bel lume splende
l' aria ch' amanta i dilettosi colli
di questo vago clima: o lieto sposo,
invitto Federico, ardente raggio
di pregiato valor, ch' al sommo bene
con l' ali del desire a volo alzato
scorgi non lunge il fin del tuo viaggio,
prendi per vero e tranquillo riposo
questa giovene bella, e spendi seco
la tua più verde e più fiorita etade
fra soavi diletti, acciò dal prato
de le bellezze sue celesti e dive
naschino fiori che le tue contrade
adornin sì ch' ogni latino e greco
lodn la lor vaghezza, e sendo aperto
testimonio de l' alta tua virtute
a le genti future, serbin vive
le reali famiglie, in cui la speme
ponga l' Italia de la sua salute,
tal che suoni ogni lido ermo e deserto
di Paleologo e di Gonzaga intorno.
Già con l' avorio e con la bianca neve
la verginella il casto letto preme,
e un pieno grembo di piacer ti serba:
disgombra ogni pensier noioso e greve,
lieto marito, e va' a dolce soggiorno
ov' Imeneo ti chiama e la tua Donna:
del giardino d' Amor fiorito e verde
prendi la rosa dolcemente acerba,
che 'l ciel largo e benigno a te sol diede,
la qual con più vaghezza ognor rinverde;
va', che non troverai l' invida gonna
che i tuoi dolci diletti a te contenda;
scherzate insieme, e dagli occhi e dal viso
bevete quel piacer che vi concede
Venere casta, e sia a le voglie pari:
il quale ognor ne le vostr' alme assiso,
a tutt' altro vi toglia, a voi vi renda:
vivete lieti, e 'l fior degli anni vostri
cogliete, mentre la stagion gentile
il vi consente, e gli anni invidi avari;
e sia ogni vostro frutto a voi simile,
degna materia di purgati inchiostri.

102

Favola di Piramo e di Tisbe

Chi sarà mai, se voi, Donna, non ste,
da cui mi viene ogni gentil pensiero,
ch' ove per sé non pote erga la mente?
Voi col favor che da voi stessa avete
il bel vostro intelletto alzate al vero,
che d' eterna virtù caldo et ardente
tornando in voi, celesti alti concetti
ovunque vòl negli altrui petti inspira:
voi dunque sol, devoto e reverente,
voi sola invoco, co' pensier ristretti
intorno ai be' vostr' occhi, ove si mira
cose remote dagli umani ingegni;
inspiratemi voi con quel valore
ch' ai secreti del ciel gli animi tira.
Se vostro son, vostra virtù non sdegni
donar a l' intelletto il suo favore,
Ginevra, onor di questo secol nostro,
troppo per voi felice, e aventuroso;
deh rivolgete, o cara Donna, il core
ov' è chi mai non fia d' altri che vostro,
che mesto mi vedrete e lagrimoso
dove Salerno il suo gran mar vagheggia,
ov' alberga virtute e cortesia,
cantar i vostri onor solo e pensoso,
cercando sempre u' col pensier vi veggia.
Conforme oggetto a la mia vita ria,
ch' altro lunge da voi non è che doglia,
angoscia, morte, lo mio stile ha preso:
cantiamo dunque, o bella Musa mia,
or che onesta pietà l' alma m' invoglia,
or che di bei pensier m' avete acceso,
di Piramo e di Tisbe i fieri amori.
Là dove il gran Babel cinse di mura
colei che 'l cor ebbe a grand' opre inteso,
dove l' Eufrate bagna e l' erbe e i fiori,
sotto maligne stelle, in questa oscura
vita apersero gli occhi, ambi d' etate,
ambi di beltà pari alta e gentile:
e volse la lor fera empia ventura
ch' un muro sol le lor case onorate
partisse; Amor col tacito focile,
ne l' età fanciullesca, e ancor in erba,
ne' lor teneri cori accese il foco,
tale, ch' avendo ogn' altra cosa a vile,
mentre la pargoletta etate acerba
i lor dolci sospir tornava in gioco,
e consentiva a le lor prime voglie,
i semplici pensier partiano insieme:
dolce ricetto ad ambi era un sol loco,
da che il caro Titon la vaga moglie
lasciava a l' onde, fin che ne l' estreme
parti de l' occidente andava il Sole,
e mandava nel ciel la sua sorella:
o lieta vita, se più ardita speme
non fosse nata in lor; ma così vole
chi ne regge e governa iniqua stella.
Crebbe l' etate, e col cangiar degli anni
cangiossi il puro e semplice desio,
che viene e parte con l' età novella;
e a far s' incominciar del cor tiranni
pensier più arditi, dal cui grembo uscio
nova speme, e desir caldi e cocenti;
allor viver in altri, e in sé morire
incominciar; et a pagar il fio
di lagrime ad Amore, e di tormenti,
che fece le lor guancie impallidire.
Portar gli anni il desio, ma gli levaro
l' agio d' addurlo a la bramata riva;
la misera fanciulla con martire
dal proprio padre, a cui gradito e caro
era il suo onor, di libertà fu priva.
O mondane venture! or che non pote
brama quel che potea quando non volse;
né più potendo, dagli occhi deriva
amaro umor, e bagna ambe le gote:
pensi chi prova amor qual duol s' accolse
ne l' alme lor, ne' lor teneri cori,
poscia che privi fur de' dolci sguardi,
de le dolci parole; Amor si dolse
seco più volte, e pianse i loro amori,
il ben perduto, e conosciuto tardi;
né potendo impetrar da' feri padri
al giogo marital d' esser uniti,
spinti dal duol degli amorosi dardi
de' communi piacer divenner ladri:
Amor li fece oltre l' usato arditi,
e gli insegnava, e gli scorgea talora
ove involar poteano i lor diletti.
O potenza d' amor! quel che infiniti
occhi non vider per molt' anni, allora
vider gli accorti amanti: il mur che i tetti
paterni divideva in parte aperto
aprir il calle a le dolci parole;
ove pieni di tema e di sospetti,
con bassa voce il lor[o] martir coperto
si facean noto, a la fosc' ombra e al sole:
indi solean a l' uno e a l' altro andare
le lor dolci lusinghe e i lor sospiri
senza timor d' alcun securi e sole;
indi ciascun di lor solea accusare
il muro adverso a' suoi dolci desiri,
cui dicevan piangendo: Invido muro,
perché del nostro duol diletto prendi?
Perché con più pietoso occhio non miri
i martir nostri, e 'l pianto acerbo e duro?
Perché sì come il dolce fiato rendi
de l' uno a l' altro, non lasci che insieme
si congiungano i corpi amati e cari?
E se pur troppo è ciò, ché ne contendi
almeno i dolci basci, che la speme
n' ha più volte promesso e i voler pari?
Né però ingrati siam, ma ognun di noi
ti rende grazie ch' abbi il varco dato
a la voce, de' nostri casi amari
fido messaggio; e 'l ciel preghiam che i tuoi
sassi difenda con eterno stato
dal tempo avaro, e da le sue ruine.
Indi dal fosco de la notte spinto
a forza a dipartir, prendea commiato,
e le parti del muro a lui vicine
basciava ognun di pallidezza tinto:
ma non sì tosto la vermiglia Aurora,
di gigli ornata il crin, cinta di rose,
il ciel di bei colori avea depinto,
che fean ritorno a sì dolce dimora.
E poscia che più volte con dogliose
voci, con mormorio basso, lagnati
si furo invan de la nemica sorte,
ciascun di loro ardito si dispose
gabbar l' accorte guardie, e i dispietati
parenti, e uscir de le paterne porte,
e lasciar la città; ma perché errando
non andasser d' intorno a l' ampio piano
per queste e quelle vie lunghe e distorte
l' un co' piè e col pensier l' altro cercando,
dissegnan di trovarsi non lontano
al sepolcro di Nino, là ove adombra
il verde piano un gelso alto e frondoso:
era del marmo a la sinistra mano
un gelso antico, che con la fresc' ombra
tenea un lucente e puro fonte ascoso,
di bianchi pomi allor superbo e carco.
Così tra lor fermato il lor disegno,
aspettavan che 'l ciel lasciando ombroso
a por giù in occidente il caro incarco
gisse Pirroo; e già colmi di sdegno
accusavano il dì, che pigro e lento
in grembo a l' Occean facea ritorno.
Ma tosto che la notte, avendo a sdegno
ch' Espero ancor co' be' raggi d' argento
a suo mal grado prolungasse il giorno,
venne vestita di stellato manto,
l' accorta giovenetta, il vago viso
velata, uscì for del natio soggiorno:
già col tremulo lume apriva alquanto
la Luna il fosco de la notte, e fiso
mirava i dolci furti degli amanti,
ond' ella in tai parole a lei rivolta
sciolse la lingua: O Dea, se mai conquiso
avesti il cor dai chiari lumi e santi
de l' amato pastor, benigna ascolta
le mie parole, e le mie colpe iscusa:
tu ancora fosti amante, e i lamii sassi
t' han veduta dal ciel più d' una volta,
ne la più bella e chiara luce chiusa,
sospinta dal desio mover i passi
per soggiornar col caro Endimione.
Così dicendo, a la gelata fonte
col solicito piè vicina fassi,
e sotto al gelso ad aspettar si pone
senza temer di fere oltraggi od onte:
in questa, ecco apparir molle e schiumosa
di caldo sangue una fera leona,
che per spenger le voglie ingorde e pronte,
veniva a l' acque in vista empia e sdegnosa:
vedela Tisbe, e'l bel loco abandona
più che pardo legger veloce e presta,
ché la tema a' suoi piedi aggiunse l' ale:
e mentre fugge, e che 'l timor la sprona,
le cadde il bianco vel de l' aurea testa;
né per ciò ferma il corso, anzi il mortale
periglio a pena di scampar si crede,
quantunque ombroso speco l' assecura;
ma che giova esser salva, se l' assale
novo timor e più che pria la fiede?
Or ha del giovenetto altra paura,
che nol veggia la fera, o che non possa
fuggir da l' unghie irate; et a Diana
rivolta con la mente umile e pura,
dice: Deh santa Dea, se forse mossa
t' ha il nostro error a vendetta empia e strana,
perch' io lassi il tuo coro e le compagne,
e 'l pregio virginal, rivolgi l' ira
contra me, ch' ho peccato, et allontana
da lui la pena, né voler che bagne
sì puro sangue fera cruda e dira.
Poi ch' ebbe l' animal fero e selvaggio
spenta con l' onde l' assetata voglia,
tornando ne le selve alte, rimira,
e vede ne l' erboso ermo viaggio
de la fanciulla la caduta spoglia,
e con la bocca, e con l' unghie di sangue
ancor tinte, lo squarcia in mille parti:
trovala il giovenetto, e come foglia
conoscendola trema, e mesto langue
pur temendo di lei; ma poi gli sparti
vestigi vede de la cruda fera,
e di sangue macchiato il caro velo,
grida: Mai non potrà morte levarti
a quest' alma, a seguir pronta e leggiera
le tue orme onorate insino al cielo,
spirto gentil; anzi una notte insieme
ne torrà al mondo cieco e a questa vita.
ahi infelice, io fui certo e nol celo
cagion del tuo morire, alma mia speme,
io sol t' ho, vita mia, morta e tradita,
che commandai che ne la notte fosca
venisti in lochi strani e paventosi,
né prima venni con la destra ardita
a far securo il calle. Oh, se s' imbosca
qui fera alcuna in questi lochi ascosi,
venite a lacerar questa nocente
carne, di viver più sdegnosa e schiva,
perduta la sua pace e i suoi riposi.
ma che dic' io? di paventosa mente
è 'l desiar d' esser di vita priva!
Così dicendo il rotto velo accoglie,
e sotto l' ombra il porta, ove dovea
gli amorosi desir menar a riva,
e di lagrime il bagna, che le doglie
gli aprivano del cor, dove n' avea
una profonda e non mai secca vena;
indi basciatol mille volte e mille,
con dolorose voci alto dicea:
Anima bella, che sol per mia pena
col raggio de le luci alme e tranquille
facesti il ciel di tue bellezze vago,
ond' or t' ha tolta a forza, aspetta almeno
che tinto il ferro di purpuree stille
venga con te, con cui solo m' appago;
non gir senza ques' alma al bel sereno
del terzo ciel, dove t' aspetta Amore;
né ti sia men che in questa vita grato
ch' io porti i tuoi pensier meco nel seno,
tu teco i miei; e del commesso errore
perdon umil ti cheggio: e poi che stato,
lasso, son io cagion de la tua morte,
finiran teco insieme i giorni miei.
Così detto, col ferro il manco lato
ardito si trafisse, e aprì le porte
a l' alma, apparecchiata a seguir lei,
che già credeva esser nel cielo ascesa:
non ha ancor de la piaga alta e profonda
ritratto il ferro, che i suoi lumi rei
comincian a sentir l' ultima offesa
di morte; e grave già nebbia circonda
il vago e bel seren del giovenetto:
cadde in terra supino; e come suole
talora se per forza è chiusa l' onda
in qualche lunga canna o vaso stretto,
dov' abondi ad ognor, tosto ch' al sole
mostrar si pote, e vede aperto il calle,
soave mormorando in aria sale,
e d' esser stata chiusa alto si duole,
così il sangue salia, tal ch' a le spalle
giva del gelso, et al bel crine eguale,
e 'l facea molle di purpurea pioggia:
i bianchi frutti, di sangue macchiati,
cangiar l' abito usato e naturale,
e si mostrar con disusata foggia
di vermiglio color tinti et ornati.
Ecco timida ancor la Donna riede,
e l' amante cogli occhi e col desio
va ricercando, vaga degli andati
perigli dar contezza, e farli fede;
e vedendo ne' frutti il lor natio
color cangiato, sta dubbiosa e incerta
se quel sia il gelso ov' era stata pria:
ma mentre sta suspesa, scorge un rio
di sangue, di che l' erba era coperta,
e vede il poverel, ch' ancor avia
alcun spirto vital, tutto tremante;
subito paventosa il volto tinge
di pallor di viola, e si desvia
dal pensier primo, e volge ambe le piante:
pur l' amorosa tema la sospinge,
e torna, e mira, e riconosce alfine
esser il caro amante, e 'l suo diletto.
Pensi chiunque amor ne' lacci stringe
se fu grave il dolor: l' aurato crine
tutto si squarcia e si percuote il petto,
et abbracciando il corpo amato e caro,
bascia il gelato viso, e le ferute
bagna di pianto con doglioso affetto,
e 'l sangue caldo ancor col pianto amaro
mischia, gridando: O mia vera salute,
o di mia vita albergo, unico bene
di questa miser' alma, ove dimori?
qual caso mi t' ha tolto? hai già perdute
le voci? non rispondi a la tua spene,
Piramo, a Tisbe, ai tuoi graditi amori?
deh Piramo, rispondi, or che ti chiama
l' amata Tisbe tua! Al caro nome
gli occhi coperti di mortali orrori
misero aperse, e con pietosa brama
gli affisò nel bel viso e ne le chiome,
indi li chiuse in queto sonno eterno.
Mentre Tisbe si lagna, e 'l freddo viso
basciando, lava le terrene some
(il mondo e più se stessa avendo a scherno)
di caldo pianto, rimirando fiso
vide la spada ancor di sangue molle,
vide il suo velo lacerato in terra;
e conobbe ch' avea se stesso ucciso:
allor gridò, come furiosa e folle:
La tua mano, e 'l mio amor t' han fatto guerra,
misero, ma ancor io ho mano ardita,
e amor, che insieme mi daranno ardire
di scioglier l' alma, che rinchiude e serra
questo carcer terreno; a l' altra vita
ti verrò dietro, e se del tuo morire
io son stata cagion, sarò compagna,
ché morte (ancor che ciò sola potea)
non mi potrà, mio ben, da te partire:
avaro invido ciel, chi ne scompagna?
chi mi ti toglie e fura, or ch' io dovea
viver teco felice vita e lieta?
Attendi, anima cara, il passo affrena,
ch' io vo' teco venir, come solea
mentre mi fu benigno il mio pianeta;
arbor, che già ricopri la terrena
spoglia mortal d' un amante infelice,
or per coprir di doi, conserva i segni
di tal pietà, sì che si spenga a pena
la memoria, ma 'l tronco e la radice
tua, del sangue di doi molle, s' ingegni
di produr frutto che conforme sia
ad ambi i sangui, e testimonio vero
di nostra morte ai peregrini degni
che qui addurrà pietate e cortesia.
Così detto, sul ferro crudo e fero
appoggiata col fianco, il freddo core
trafisse, e mandò l' alma ignuda e sciolta
a ritrovar per solingo sentero
l' altra (forse salita al suo fattore).
L' arbor del novo sangue un' altra volta
asperso, di color negro et oscuro
vestì i suoi frutti; e di pietate adorno,
perché sì rara fé non sia sepolta,
memoria tien del caso acerbo e duro;
e terrà ognor, fin che fia stanco il giorno
di far dietro a l' Aurora a noi ritorno.

[Dedica]

Alla Signora Vittoria dalla Colonna Marchesina di Pescara

Sendo commune instinto di Natura, illustrissima e virtuosa Signora, che l'uomo di viversi in questo mondo eternamente desideri, e quelli maggiormente che di più alto e nobile intelletto sono, non possendosi per costituzion di chi ne governa, in questa che noi chiamiamo vita, gli prescritti termini de l'etate trappassare, chi per una via, chi per un'altra (come meglio puote) questa immortalità di procacciarsi s'affatica; acciò che se Morte, ch'ad alcuno non perdona, a questo lume ne toglie, il nome almeno nelle memorie delle gemi si resti vivo. Per la qual cosa, send'io caduto nel medesimo desiderio, e conoscendo che questi miei scritti da se stessi non possono all'ingiuriose forze del Tempo contrastare sì che pochi anni alla seconda vita non mi tolgano ho deliberato, valendomi del vostro favore, di procurar che con le candide ali del vostro nome, senza le quali di sollevarsi da terra non ardirebbeno, tanto s'inalzino che rapace mano degli anni nelle ruine del mondo non gli nasconda. Sperando che, sì come sola, quell'altissimo grado di perfezione che in ciascun'arte et in ogni scienza si ritrova, occupato tenendo, Safo e tutte l'atre nelle bone lettere più famose di gran lunga avanzando, e col volo delle vostre proprie penne sopra le stelle levandovi, avete co' raggi della vostra virtù illustrata questa nostra età, sarete eziandio contenta che queste mie egloghe et elegie vivino nel seno della vostra gloria, e col lume de' vostri onori sgombrando le tenebre della loro imperfezione, tanto più volentieri dal mondo lette sieno, quanto più gli ornamenti delle vostre virtù le renderanno belle. Né perciò di minor obligo vi sarò tenuto che di molti altri beneficai, de' quali (mercé del liberale animo vostro) m'avete fatto degno: anzi di maggiore, conciò sia cosa che quelli a difendermi dai disagi di questa nostra vita m'averanno aiutato, questi dall'eterna morte e perpetue tenebre de l'oblivione mi difenderanno.

103

Egloga prima

Alcippo

Odi quel rio che mormorando piagne,
e par che dica con dogliosi accenti:
Alcippo è morto! o duolo acerbo e grave!
Dunque meglio è che con duri lamenti,
e con lagrime amare io l' accompagne.
Perdonami, Iddio Pan, se caldo e stanco,
or che da mezzo 'l ciel ne scorge il sole,
forse ti dormi in qualche ombra soave,
e con pietate ascolta il duro caso;
e voi, Muse silvestri, se parole
ad angoscioso cor dettaste unquanco
piene di puro e di dolente affetto,
queste sian quelle; or cominciate omai,
mentre taccion le dive di Parnaso.
Alcippo è morto! o smisurato affanno!
Adria infelice, quando unqua vedrai
fra' tuoi figli un sì saggio e sì perfetto?
Garrula Progne, col tuo canto amaro
accusa meco il suo crudel destino.
Alcippo è morto! o insupportabil danno!
Vedi la sacra et onorata Pale
col crine sciolto, e col bel volto chino
l' erbe bagnar di lagrime, et avaro
chiamar il ciel, e maligno il suo fato;
e intorno a lei con voci alte e dogliose
l' Oreadi gridar, e 'l fero strale
biasmar di morte, e la parca superba;
né più tornar ne l' alte selve ombrose
de' cari monti, o al lor soggiorno usato,
ma disprezzando i lor lucidi fonti
cercar il più riposto oscuro orrore.
Alcippo è morto! o cruda morte acerba!
Vedi il padre Nettuno, e seco insieme
tutti i Dei d' Adria del lor salso fuore
seder nel lito con le meste fronti;
per cui conforto al sacro lembo intorno
stanno il vecchio Benaco, e 'l suo bel figlio,
quel che d' Antenor ne le rive freme,
l' Adige, il Po, il Tesin, l' Adda, e 'l Metauro,
cinti di fronda di cupresso il ciglio.
Alcippo è morto! o ingrato e fero giorno,
che n' hai privati di sì ricco pegno!
Odi la dolente Eco, che in oblio
posto Narcisso suo caro tesauro,
ripiglia il fin de' lor pietosi gridi;
il delfin, fuor del suo albergo natio,
negli scogli deserti di duol pregno
accusa morte, e la sua vita sprezza;
muggiano i bianchi armenti, e intorno errando
sua greggia va senza ch' alcun la guidi,
né beve acqua di fonte o pasce erbetta.
Ecco la fida Nape, che latrando
richiama il suo Signor, né più vaghezza
ha di fera cacciar cruda e fugace.
Alcippo è morto! or meco piagni, ahi mondo,
povero mondo, età vile e negletta!
Quando ne le tue scole, o Pale, avesti
pastor a lui simile, né secondo?
quando l' avrai? e sia detto con pace
d' ogn' altro. O selve, o piagge apriche, o rive,
ove solea con sua greggia talora
cantar errando dolci rime agresti,
quando udirete mai sì chiaro suono?
sì soave armonia? ecco ch' ancora
impresso di sua man nel tronco vive
di quel mirto Aretusa: o lieta pianta,
o ben nato arbuscel, cresca il bel nome
col tronco insieme, e le sue frondi dono
primo d' Apollo, e de l' alte sorelle,
cingano ognor le più famose chiome.
Alcippo è morto! O chiara anima santa,
che nel più degno et onorato loco
del cielo scorgi il suo ricco lavoro,
e sotto a' piedi tuoi vagar le stelle,
mira da quel celeste altero albergo,
d' altra corona ornato che d' alloro,
ogni pastor per te di pianger roco
sparger di frondi l' arido terreno,
e ombrar le fonti di frondoso ramo;
vedi me, che di pianto il volto aspergo,
e con Icasto, e col dotto Palemo,
sovra la tomba il tuo bel nome chiamo;
odi Mirtilla, che si batte il seno.
I' sento un corno, a la cui voce altera
risuona il bosco, e d' ogn' intorno il monte:
voglio tacer, che di Diana temo,
la qual suol venir spesso a questa fonte
per rinfrescarsi con l' amata schiera.

104

Egloga seconda

Coridone

Vostri sian questi fiori, e vostre queste
vermiglie rose, aure soavi e liete:
voi cingetevi il crine, io, mentre plora
quel garrulo augellin con voci meste,
chiamerò Coridon: piante, se avete
amor alcun, voi pur amaste ancora,
ascoltate il mio duolo acerbo e fero:
o crudel Coridon, nulla pietate
ti punge il cor, perch' io mi strugga ognora:
me fuggi, Coridon? me, che primero
cotanto amasti? e non ti son più grate
queste purpuree guancie e questo crine?
Fillide più non ami, a cui solevi
portar i doni de la calda estate,
portar le fresche rose e mattutine;
cui, allor che ne' prati eran le nevi,
pendean negli arbor tuoi pomi maturi?
Non sei più mio, crudel, non sei più mio?
Lassa, non ti sovien quando dicevi:
Prima chiara la notte, e i giorni oscuri
sara, prima anderanno a picciol rio
per acqua i fonti, che m' esca dal petto,
Fillide, il volto tuo, più vago e bello
che mattutina rosa; or quel desio
non ha più nel tuo cor dolce ricetto,
or pasci l' alma d' un pensier novello.
Quante volte dicesti: O cara Filli,
quanto la salce e la pallida oliva,
al bianco tauro il semplicetto agnello,
tanto a te cede ogn' altra; or Amarilli
ti par di me più bella, in cui s' aviva
la tua novella speme, e serbi a lei
il puro latte, e l' irsute castagne.
O crudel Coridon, ne l' ombra estiva
or allegro le canti, ora i crin bei
a lei t' orni di rose, e le campagne
risuonan d' Amarilli; ella soave
e più dolce che 'l mele, et io più amara
che l' assenzio ti son; né perché bagne
per te di pianto il viso, o 'l petto lave,
esser ti posso più dolce né cara.
Qual Ninfa, ingrato, fuggi? io son pur quella
ch' amò Licida bel, Licida a cui
portan le Ninfe i vaghi fiori a gara,
ch' ancor canta il mio nome, ancor m' appella
ne l' ombre dolci e fresche; anch' io già fui
grata al gran Dio d' Arcadia, e spesso udito
l' han Fillide chiamar le selve intorno:
e tu, ingrato, mi fuggi e segui altrui!
Non però ha più di me fresco e fiorito
Amarillide il viso, o 'l seno adorno,
benché sia bionda il crin, candida il volto:
nascon negre viole che d' odore
non cedeno a le bianche, e 'l croco scorno
fa spesso al giglio, e più sovente è colto.
Pur essendo l' altr' ier per fuggir l' ore
calde del lungo dì, dietro le fiere
di correr lassa, ne le verdi rive
del nostro fiume, alzò le tempie fore
il giovene Sebeto, per vedere
s' alcun turbasse l' acque fresche e vive,
od oltraggio facesse a le sue sponde:
e scorse me, ch' allor rinchiuse avea
queste mie luci di diletto prive;
et ornatosi il crin di verdi fronde,
lasciando l' urna che versar solea,
uscì del puro suo tacito e cheto,
e le chiome or mirando, or la mia fronte,
tutto di dolce desiderio ardea:
indi col basso suon timido e lieto
chiamava: o Ninfa! e con le voglie pronte
mi feria il viso d' odorati fiori.
Allor svegliata per fuggir m' alzai,
ond' ei mesto gridò: Ninfa, al mio fonte
vieni, Ninfa gentil, or che gli ardori
del sol cuocon la terra; ivi farai
meco dolce soggiorno, e sarai Donna
de l' altre Ninfe del mio fondo erboso;
a te Naiade bella et altre assai
contente tesseran la verde gonna:
a te il mio fiume chiaro e dilettoso
serberà l' onde pure, e i suoi lascivi
pesci: tu fuggi, o bella Ninfa; aspetta,
ch' io son Dio di quest' acque! Ivi doglioso
i' fuggendo il lasciai, cogli occhi schivi
d' altro mirar che te: deh semplicetta,
seguo chi m' odia, e chi mi chiama fuggo!
Ma chi m' ascolta, lassa, altri che 'l Sole,
e i vaghi fior di questa verde erbetta?
Qual aura fia, mentr' io mi lagno e struggo,
ch' a lui riporti il suon de le parole?
Odi 'l tu, Cielo, almeno, uditel voi,
piante, che state al mio lamento intente;
e se fia mai, come talora suole,
che più benigno Iddio lo scorga a noi,
fateli fede che Filli dolente
qui la sua rotta fé pianse sovente.

105

Egloga terza

Davalo

Mentr' io colma di gravi empi dolori
bagno di pianto, non quant' io vorrei,
del gran Davalo mio l' ossa famose,
cara Nigella, e tu bianca Licori,
testimonie de' lunghi dolor miei,
gite per queste piaggie dilettose
cogliendo rose, onde il bel marmo adorno
faccia di lieti fior; ch' oggi è quel die
ch' eterno fine a' miei diletti pose.
O per me sempre fero acerbo giorno,
principio sol de le miserie mie,
se teco ti portasti ogni mio bene,
ché nol riporti al tuo ritorno ancora?
ché non rimeni tu, che sai le vie,
dove togliesti la mia dolce spene?
Scorto ho più volte già la bianca Aurora
recarti in grembo, né però vegg' io
colui che si portò seco mia vita:
Davalo mio, ché non ritorni un' ora
a viver meco in questo mondo rio?
ch' a forza indi farò teco partita.
Vedi Inarime Procida e Misseno
ch' imparan da me a piangerti, sì come
impararo ad amar, né più fiorita
mostran la vaga fronte o l' ampio seno,
ma chiamano piangendo il tuo bel nome:
o belle isole già, già lieto monte,
ora strane e deserte, orrido e fero,
squarciate meco per dolor le chiome,
laceratevi il sen. Lascia il tuo fonte,
Sebeto, e rompi l' urna, né più altero
corra il tuo fiume ad arricchir il mare:
più non vedrai di trionfanti spoglie
carco del tuo bel corso ogni sentero;
più non è qui chi ti faceva ornare
di corone le tempie; il ciel l' accoglie,
e tien fra' suoi più cari e più pregiati.
Mesti pastor di questa verde riva,
accompagnate le mie acerbe doglie:
per lui secure in questi verdi prati
givan le gregge vostre, né s' udiva
mentr' ei visse tra voi rapina o morte;
egli de' suoi cornuti e bianchi armenti
vi fu largo e cortese, egli v' apriva
i suoi ricchi tesori: ah fera sorte!
aggiungete co' miei vostri lamenti;
la tomba ornate, e 'l suo nome lodando
vaghi acanti versate e molta rosa.
Alma gentil, tu fra l' eterne genti,
ov' ogni pena, ogni martire è in bando,
ov' è sempre stagion verde et ombrosa,
vivi felice, e non inchini il volto
dove Crocale tua ti prega e chiama;
forse fiamma novella et amorosa
ti scalda il cor fra vere gioie involto,
né teco vive più l' antica brama:
a te Venere vaga i be' crin d' oro
forse d' eterni fior lieta s' adorna,
e più che Marte suo t' appreggia et ama;
forse sotto un celeste e verde alloro
teco ne' suoi piacer spesso ritorna:
io ti pur piango e chiamo, altro non posso
darti ch' al raro tuo valor sia eguale
fuor che 'l pensier, ch' ognor teco soggiorna,
fin che sarà l' ardente spirto scosso
(che oh pur sia tosto omai!) dal suo mortale.
Già serbarti solea gioie e diletto,
or sol caldi sospir ti serbo e pianto,
che mentre vivo fia meco immortale,
di cui io bagnerò con puro affetto
quest' urna breve al tuo valor cotanto.
Cenere sacro, poi che non mi resta
altro che dar ti possa il mio martire,
con questo tristo e doloroso canto
prendi l' umor che l' angosciosa e mesta
alma versa per gli occhi, e 'l mio desire
di chiuder teco questa carne vile,
e mandar l' alma a ritrovar in cielo
chi ne lasciò mendici al suo partire;
piglia i be' doni del fiorito aprile
di ch' io ti spargo, d' un ardente zelo
ripiena; e prego il ciel, prego la terra,
che ti sia lieve, e ti dia pace eterna,
tal che non possa mai caldo né gelo
far onta al marmo che t' asconde e serra,
ma fin che girerà rota superna
alta di te memoria il mondo scerna.

106

Egloga quarta

Galatea

Uscite, pecorelle, or che dal corno
del Tauro il Sol v' invita a la pastura,
né perdonate pigra ai pieni prati:
che quanto lor scemate al lungo giorno,
v' accresce la rugiada frsca e pura;
secure uscite omai, né de' celati
lupi temete, o di nemica fera,
che Melampo vi guarda e vi difende,
Melampo, de' più arditi e più pregiati
cani il più forte e bel, che pur iersera
dove Silari in mar il corno extende
tolse a l' orsa di mano i cari figli.
Pascete liete; in questo mezzo assiso,
ove coi verdi rami al sol contende
questo arbuscel, fra fior bianchi e vermigli,
rasciugandomi alquanto il molle viso
farò minor (se vorrà il cielo) in parte
col suon di questa canna il mio dolore,
o bella Galatea, da te diviso,
da te, ch' hai del mio cor la miglior parte,
stillo quest' occhi in lagrimoso umore:
fosco il seren m' assembra, il dolce amaro;
ora gli oscuri giorni e nubilosi
fuggono inanzi a la stagion migliore,
e i garruli augelletti a paro a paro,
fra 'l verde manto de le piante ascosi,
cantano dolcemente i loro amori;
i fiumi già dal duro ghiaccio sciolti
del pigro verno, puri e dilettosi
van tra le sponde di purpurei fiori,
e son dal mar tranquillamente accolti;
le vaghe pastorelle in compagnia,
inghirlandate di vermiglie rose,
mostran di grana e puro latte i volti,
et empion l' aere di dolce armonia,
rime liete cantando et amorose;
ma, lasso, senza te più non mi pare
di quant' io veggio allegra cosa e bella,
che quando Austro superbo con l' acquose
irsute chiome agli alti monti appare,
e versa il cielo orribile procella:
soavi i fiori a l' api, a le caprette
paion le fronde dolci, ai campi i rivi,
a me la mia vezzosa pastorella.
O bella Galatea, qui son l' erbette
di color di smeraldo, e d' ambra i vivi
fonti; ma questo che mi giova, ahi lasso,
s' io vivo senza te mesto e doglioso,
e d' ogn' altra mirar son gli occhi schivi?
Io ho sotto questo alto e duro sasso
de l' antico Salerno un antro ombroso,
d' edera cinto, la cui porta adombra
da l' un de' lati un lauro alto e gentile,
da l' altro un arbuscel verde e frondoso,
ch' ognun col crine invita a la dolc' ombra,
carco di pomi d' or, cui lieto aprile
eterno dona ognor fior, frutto, e fronda:
quindi non lunge scende un picciol fonte
da l' altissimo sasso, a cui simile
altro non bagna erbetta, o prato inonda;
quindi si vede la spaziosa fronte
del gran Tirreno, e da lontan venire
crespando l' onde l' aure pellegrine;
quindi si vede uscir de l' orizzonte
il Sol cinto di raggi, e lieto gire
dietro l' Aurora con l' aurato crine:
qui meco viveresti, e meco insieme,
a l' apparir del dì, le pecorelle
da l' alta mandra a le piaggie vicine
cacciaresti cantando, e ne le estreme
parti del giorno con le prime stelle
meco le chiameresti a l' antro oscuro;
e spesso ne le liete e fresche rive,
fra l' erbe rugiadose e tenerelle,
lungo qualche ruscel lucido e puro
a udir il suon de le dolci aure estive
meco verresti; e cantaresti ancora
meco spesso, lodando Pan e Pale,
Apollo, Bacco, e le silvestri dive;
e con soavi basci d' ora in ora
mischiando il canto, viveremmo quale
i più lieti pastor viveno in cielo;
né curerei che cento agnelli il die
mi togliesse rapace empio animale.
Ma, lasso, mentre che per doglia il pelo
si va cangiando, de' desir miei folli
ridendo, dove bagna il Re de' fiumi
poi ch' ha raccolto il puro Mincio in seno,
ti soggiorni con Niso, e i verdi colli
che vider lagrimar questi duo lumi
veggiono i vostri basci: almo terreno,
belle contrade amiche al mio diletto,
ché non gridate, mentre ciò vedete?
Ah ingrata Galatea, là dove pieno
vedesti di dolor la fronte e 'l petto
Batto infelice queste piaggie liete
turbar col duro suon de' suoi sospiri
chiamando il tuo bel nome, or ti diporti,
e ti godi con Niso! ecco un abete
testimonio de' lunghi suoi martiri:
a che cotanti oltraggi, e tanti torti?
egli ti chiama, e ti piange e sospira,
e gir lascia la greggia sola errante,
bramando un giorno ch' a la fine il porti.
Così, o gentil paese, il ciel da l' ira
del verno guardi le tue ricche piante,
i tuoi verdi fioriti e vaghi colli.
Già si mostra dal ciel la bella Luna:
andate pecorelle, andate avante,
acciò che forse gli affamati e folli
lupi di voi non m' involasse alcuna,
chiusi nel fosco de la notte bruna.

107

Egloga quinta

Aminta

Or che la fresca e tenerella erbetta
arde il rapido sole, io 'n questo fiume,
ch' ha d' erbe fresche il fondo, e d' ambra l' onde,
laverò la mia greggia. Tu cervetta
più cara a questo cor ch' agli occhi il lume,
posati in queste verdi erbose sponde,
né gir d' intorno errando, che sovente
la cacciatrice Dea co' veltri irati
ne le vicine selve alte s' asconde:
ecco quell' ombra, ove soavemente
moveno l' aure i fior vaghi odorati,
ivi scherzar potrai sola e secura;
e tu, Lacone ardito, de' migliori
cani che mandi Sparta e più pregiati,
prendi intanto di lei fidata cura:
guarda che veltro istran non la divori,
ch' altra fera non noccia al mio diletto,
al pegno del mio amor; ch' indi mal grado
de la madregna mia, un de' maggiori
vasi tu avrai di latte puro e schietto,
ella de' fior che più mi sono a grado
cinta n' andrà la giovenetta fronte.
O bello Iddio di questo fondo erboso,
il cui tranquillo sempre e puro vado
preme la greggia mia, se nel tuo fonte
forse ti posi, o sei ne l' erbe ascoso
del molle regno tuo, con le più vaghe
Ninfe, ch' a gara ne l' umide gote
piene di desir caldo et amoroso
ti dan basci soavi, acciò s' appaghe
l' accesa voglia, a le pietose note,
ai giusti preghi miei l' animo inchina;
né ti turbar se i semplicetti agnelli,
che co' suoi raggi il sol ferza e percuote,
turban quest' onda chiara e cristallina,
per rinfrescarsi, e diventar più belli
prendendo qualità dal tuo più puro:
perdona a me l' ardire, e lieto prendi
per far corona a' tuoi biondi capelli
queste vermiglie rose, che mi furo
date dal vago Aminta; alza le ciglia
da' tuoi liquidi calli, o bello Iddio,
e prendi il don, che nel lucido seno
ti serba l' onda chiara a maraviglia.
Bevete lieti omai, fin che 'l desio
vostro fia spento, o pecorelle, a pieno,
e col troppo calor l' ardente sete.
Odi da quell' ignuda arida pianta
la mesta tortorella, che 'l sereno
fuggendo e 'l verde, e l' altre cose liete,
misera e sola dolcemente canta,
e chiama la sua cara compagnia,
che man nemica, od altrui amor le toglie:
Invida man, fero desio, ch' a tanta
doglia ti dà cagion! Lassa, la mia
pena non sento, e l' amorose doglie,
e mi pungon l' altrui! Lagnati e plora,
lascivo augel, che teco a paro a paro
sfocherò quest' interne accese voglie,
poi ch' io ragion ho da dolermi ancora:
già quattro soli e quattro lune il chiaro
loro han mostrato dal balcon del cielo,
e date l' ombre a la gran terra e tolte,
poi che 'l mio caro pastorello, il caro
Aminta mio, per cui son foco e gelo,
errando va per selve ombrose e folte
dietro a le fiere: o mal accorto, o folle!
Il fior del tempo passa, e non ritorna
con la nova stagion, benché più volte
lo ripreghi e richiami. Ecco quel colle
ove i tuoi bianchi tori alzan le corna,
de' nostri amori testimonio fido,
che vedovo ti appella; odi l' armento,
cui frondosa ghirlanda non adorna
la fronte come suol, ch' al tuo bel nido
co' mugiti ti chiama: e tu pur lento,
tu pur tardo dimori! O dive, a cui
queste pallide sacro e verdi olive,
dive de' sacri boschi, a cui ben cento
fere rendeno onor, guardate lui
da' loro oltraggi, sì che lieto arrive
in queste amate braccia, dove un grembo
colmo di gioia e di piacer li serbo;
voi pellegrine e soavi aure estive,
a cui sparsi a l' aurora un pieno lembo
di fior vermigli e bianchi, se 'l superbo
Austro non turbi il vostro lieto stato,
s' ognor vi ceda il verno e le pruine,
e l' anno sempre sia verde et acerbo,
defendetel col vostro dolce fiato,
sì che del viso suo le fresche brine
non sentano del Sol gli ardenti rai.
Or che col carro aurato il Sol ritorno
fa in seno a l' Occeano, e le vicine
piagge si mostran fresche, uscite omai,
uscite, pecorelle, e qui d' intorno
pascete liete mentre dura il giorno.

108

Egloga sesta

Palemo, Batto, Aminta

Palemo
Or che l' umido grembo agli spiranti
Zefiri apre la terra, e ai novi soli
alzan le biade tenerelle il crine;
or che gli oscuri dì fuggon davanti
a la lieta stagione, e gli erme e soli
poggi scuoteno il ghiaccio e le pruine,
voi pigri state in sì tristi soggiorni;
né più, come solean, al vostro eletto
e dolce suon, ne le piaggie vicine
saltan gli armenti di ghirlande adorni:
e pur Apollo v' inspira nel petto
pensier leggiadri et alti, e 'n Elicona
pur scorto v' han l' umili Muse agresti,
e fatto al vostro crine irto e negletto
e d' edera e d' allor vaga corona:
col mondo insieme il vostro cor si desti
a nova gioia, e la stagion novella
salutate con dolce canto e lieto.
Batto
Io no, Palemo mio; potrà ben questi
cantar rime leggiadre, a cui la bella
Fillide s' orna il crine; io sol m' acqueto
ne la mia doglia; canti Aminta, a cui
Venere sempre ride, a cui sovente
Fillide in qualche bosco alto e secreto
porta d' amor le maggior gioie; a lui
contar conviene, e star lieto e ridente,
a me lagnarmi ognor, poi che colei
a cui cantar soleva, il cui bel viso
porto scolpito ne la viva mente,
chiude l' antico albergo a' pensier miei;
il cui bel nome, ovunque gli occhi affiso,
veggio di mia man scritto al cielo alzarsi
cogli arbuscei: da quella quercia ombrosa
pende la mia sampogna, a l' ombra assiso
udrò pianger quel rio, che co' suoi sparsi
e torti rami questa piaggia erbosa
da la sete difende; canti Aminta,
ch' io piangerò la mia fera ventura.
Aminta
Non più di pianto Amor, che fresca rosa
si sazia di rugiada, o la depinta
erba d' acque l' estate: Amor non cura
pianto o sospir. Cantiamo, Batto, insieme,
cantiamo insieme: il duol si disacerba
talor cantando, e men noiosa e dura
vita si vive; a più tranquilla speme,
a più gradito et alto amor riserba
i tuoi caldi sospiri, e 'l tuo pensiero.
Batto
Cantiamo, Aminta mio, poi che ti piace,
che forse sfocherò quest' empia acerba
doglia col mesto canto: or tu primero
comincia, mentre i boschi e l' aura tace;
i' alternerò con dolorosi accenti
il tuo bel canto, e le tue agresti note.
Aminta
Non temete, pastor, benché fallace
nembo dal ciel si mostri, e i feri venti
minaccin pioggia, che con l' auree rote
chiaro ritorna il Sol nel grembo al mare.
Batto
Tornate al caro ovile, o pecorelle,
che la pioggia lontana esser non puote,
poi che le lor querele odo cantare
garrule rane in queste parti e 'n quelle.
Aminta
Tre e quattro volte con liquide voci
han salutato i corvi il giorno chiaro,
e senza più temer d' atre procelle
ai dolci figli lor tornan veloci.
Batto
Lasciati i dolci pegni e 'l nido caro,
l' importuna cornice in voce piena
chiama la pioggia, e ne l' arena sola
seco si spazia con un canto amaro.
Aminta
Ecco Silla ch' appar ne la serena
aria, e dinanzi al mesto padre vola,
che l' ali affanna di vendetta vago,
e del purpureo crine ancor sospira.
Batto
Ecco un vitel ch' a la madre s' invola,
e del futuro rio tempo presago
alza l' aperte nari, e 'l ciel rimira,
a sé i venti traendo e l' aria grave.
Aminta
Questo nembo di rose e di viole,
che grato e dolce odor d' intorno spira,
porta a Fillide mia, aura soave,
onde si cinga il crin, com' ella suole.
Batto
I cocenti sospir che fera doglia
m' apre da l' arso cor, venti, portate
a Galatea con queste alte parole,
onde del mio martir stanca si doglia.
Aminta
Quel verde mirto, che con fresche e grate
ombre difende ognor l' erbette e i fiori
da la fiamma del sol, ti sacro, o Diva,
bella madre d' Amore e di pietate.
Batto
Quest' amaro liquor, che manda fuori
l' alma d' ogni piacer ignuda e priva,
mesto ti dono, o Dea del terzo cielo,
ch' altro darti non pò Batto infelice.
Palemo
Lasciate il canto omai, ch' Espero arriva
con la stellata greggia, e 'l fosco velo
si pon l' umida notte, né più lice
tenir gli armenti in questa alta pendice.

109

Elegia piscatoria

Davalo, Crocale, Galatea

Là dove i bianchi piè lava il Tirreno
d' Inarime, discesa era per sorte
Crocale mesta a ragionar con l' onde,
a squarciarsi dolente il crine e 'l seno,
e dolersi de' fati, e de la morte;
Crocale, che ne l' alte e ricche sponde
nacque del Tebro, di reale e chiaro
sangue, la più gentil ninfa e maggiore
ch' unqua nascesse ov' ei bagni et inonde
co' suoi corni il terren, per cui sì caro
si tien Sebeto, alzato a tanto onore;
e piangendo dicea rivolta al mare,
con interrotta voce e dolorosa:
Ninfe, che vaghe in questo salso umore
nel molle letto di quest' acque amare
errando ite talor, de l' angosciosa
Crocace et infelice udite il pianto,
e le lagrime mie nel grembo accoglia
l' alga che sta nel vostro fondo ascosa;
già di soave e dilettoso canto,
or v' empirò di pietate e di doglia,
poi che Davalo mio non è più meco;
Davalo mio, per cui cara e gradita
un tempo tenni questa frale spoglia.
Deh perché come col pensier son seco,
né mai mi parto, non è seco unita
quest' alma in ciel, ov' ei si gode e vive?
perché non portò seco al suo partire,
come fece il mio bene, anco mia vita?
Udiro il grido, il grido udir le Dive
del mar, pieno di doglia e di martire,
e lasciar gli amorosi e dolci balli:
allora Galatea la voce amata
conobbe, e la cagion del suo languire;
che spesso fuor di quei liquidi calli
era con lei di soggiornar usata,
mentre che lieta del suo chiaro sposo
cantar soleva in voce alta e gentile
la famosa vittoria et onorata
che fece gir col volto rugiadoso
rivolto verso il ciel, con fero stile
piangendo Sena, Rodano, e Garona,
il lor Signor da lui già vinto e preso,
sì che 'l suo pianto udì l' ultima Tile,
e 'l nevoso Appennino ancor ne suona.
Onde col cor d' alta pietate acceso
lasciando le compagne e 'l suo diletto,
veloce fuor de' salsi alberghi uscio;
et abbracciata lei, che 'l petto offeso
s' avea più volte, e 'l crin, con dolce affetto
versò seco di pianto un caldo rio.
Indi chiudendo a le lagrime il varco,
basciando il molle e rugiadoso volto
disse: Poi che destino acerbo e rio,
poscia che 'l ciel de le tue gioie parco
ha sì tosto il tuo sposo a sé ritolto,
per non renderlo mai, poscia che i fati
non si sanno pentir, poni agli affanni,
pon freno al duol nel molle petto accolto,
né far oltraggio a' crini crespi aurati;
un dolce seco oblio porti i tuoi danni,
che ristorar potrai con maggior bene
pur che ti piaccia; rasserena il viso,
e seco il tuo dolor abbino gli anni.
Nereo mio padre, di quest' ampie arene,
di quest' onde Signore, ha 'l cor conquiso
da la tua gran beltà, Nereo figliolo
de l' Occean, del gran padre Occeano;
e col pensier ne' tuoi begli occhi affiso
fugge i piacer, e sta pensoso e solo,
e t' ha chiamata lungamente invano:
non sdegnar sì gran Re, poi che ti chiede
per sua sposa e signora: alta regina
sarai di questo mar spazioso e piano;
tanta greggia non ha chi più possiede,
quanta ne' prati bei de la marina
ti pasce; un carro già d' avorio e d' oro,
di man d' Automedon fatto, ti serba,
col qual girai per l' onda cristallina;
e tante gemme e tanto altro tesoro,
quant' arene han quest' acque, o fiori l' erba:
quattro vaghi delfini al giogo avezzi
scelt' ha già fuor de' suoi più cari armenti,
i quai ti porteran lieta e superba,
fra mille tuo diletti e mille vezzi,
mal grado de' contrarii e feri venti.
Teco mille Tritoni e Ninfe mille
verran danzando in bella schiera ognora,
e staran sempre a' tuoi servigi intenti
e Glauco e Palemone et altri ancora;
a te servirà il mare, e umile e altero
a tua voglia ognor fia; ecco che come
Donna e Regina sua t' inchina e onora:
già ti salutan l' onde, e già leggero,
per onorar il tuo preggiato nome,
il tuo fiume natio con altri cento
affretta il corso: o cara Ninfa ascolta,
o Ninfa, tu pur piangi, e l' auree chiome
squarciando, segui il tuo duro lamento,
et io ti prego invano? o cieca e stolta,
tu sprezzi sì gran Dio, sì ricco regno?
Cui Crocale: Se teco ognor ritorni
Aci ne' tuoi piacer, né giamai sciolta
ti veggia dal suo collo, il petto pregno
di duol lascia ch' io sfochi: atri soggiorni
conformi sono al mio stato infelice:
quel che pria mi s' aggiunse, i nostri amori
sen portò seco; e i miei beati giorni
quel se gli abbi e ne goda in ciel felice.
Tu Galatea, se m' ami, i miei dolori
accompagna col pianto e co' sospiri,
e 'l marmo onora che quell' ossa serra,
di cui suonan nel mondo alti romori;
la gloria cui, perché mill' anni giri
il sol, non temerà del tempo guerra.
In questa Apollo al bel nostro orizzonte
tolse la luce, e già con le fosc' ali
copria la notte il cerchio de la terra,
onde ritorno fe' Crocale al monte
accompagnata da' suoi lunghi mali,
a l' acque Galatea salse e fatali.

110

Elegia prima

A Lucina, nel primo parto de la Duchessa di Ferrara

Spiega le vaghe tue purpuree piume
trattando l' aere puro, alma Lucina,
cinta de' raggi del celeste lume.
Ascolta l' onorata e pellegrina
Donna di queste verdi rive erbose,
che te chiamando umilemente inchina;
e con le guancie molli e rugiadose
di dolce pianto, il tuo soccorso chiede
vinta da doglie acerbe et angosciose.
Deh, lascia la tua ricca altera sede
mossa da onesti preghi, o casta Diva,
e porta in questi campi il bianco piede.
Ecco la luce sua celeste e viva!
ecco la Dea, ch' a' nostri alti sospiri
non s' è mostrata disdegnosa e schiva.
Ardano i sacri fochi in ampi giri,
e costo, mirra, et ogni odor pancheo
nel ricco aurato albergo intorno spiri.
Più non s' odon le strida, ché perdeo
al suo santo apparire in un momento
ogni sua forza il duolo acerbo e reo.
Ciascun si mostra già lieto e contento,
perché venuta in luce una fanciulla
il pallido timor del viso ha spento.
Vedi come le Grazie ne la culla
le son compagne, e nel tenero seno
come seco Virtù già si trastulla.
Rimira l' Ore, che dal ciel sereno
sono discese ad onorarla in terra
col vago grembo d' aurei gigli pieno.
Mira sì come ognuna a lei s' atterra,
come l' ornan la fronte, e quelle ciglia
che faran ad Amor eterna guerra.
Felice madre di sì degna figlia,
che exempio d' onestate al mondo fia,
e di vero valor gran maraviglia:
ascolta de le Parche l' armonia,
che fan cantando il suo cortese fato,
e le passate gravi noie oblia.
Mai sì candido stame ad uom beato
non torser anco, né viver cantaro
unqua così felice e fortunato.
Scendi, superbo Po, lucente e chiaro
dal tuo bel fonte, e 'n queste piaggie sole
onora il ciel con le tue Ninfe a paro:
fa' sacrificio reverente al Sole,
e 'n dolci accenti le sue lodi canta,
sì ch' egli abbia da te doni e parole.
Cresci più bella ognor, tenera pianta,
tanto inalzando il crin che i tuoi be' rami
ornino quanto cielo Italia amanta,
e ciascun tuo vicin ti onori et ami.

111

Elegia seconda

Al Signor Cesare di Ruggiero

Mentre, Rugier, dove 'l mar d' Adria freme
canto mia libertà cara e gradita,
senza ardenti desiri, e senza speme,
e volgo a più bel corso, a miglior vita,
questa anima sviata dietro a' sensi,
e dal dritto camin quasi smarrita,
tu co' pensier di gentil foco accensi,
in opre degne di perpetuo grido
le tue felici e liete ore dispensi,
e dal colle gentil, che Pafo e Gnido
avanza di beltate e di vaghezza,
miri il Tirreno, e 'l suo arenoso lido;
dal vago colle che di sua bellezza,
più che d' erbe o di fior, Turrichia onora,
per cui ogn' altro albergo odia e disprezza:
Turrichia, cui Sebeto ad ora ad ora
purga la fonte sua, l' acque rischiara,
e di smeraldi le sue sponde infiora,
con la famosa Antiniana e chiara
nata ad un parto, sotto lieta stella
di ben cortese e di tutt' altro avara:
questa più d' altra Ninfa adorna e bella
ti spiega l' ombre fresche e dilettose
del suo bel colle in questa parte e 'n quella;
questa di bianche e di purpuree rose
ti veste le sue verdi erbose rive,
e di viole pallide amorose;
questa di compagnia con l' altre dive
degli alti boschi e de' vicini colli
talor ti canta a le fresc' ombre estive:
la qual mirando co' begli occhi molli
da l' alto giogo, Capimonte chiama,
sospinto da desiri ingordi e folli:
misero, quant' ei più la prezza et ama,
e la segue piangendo, a l' ombra e al sole,
ella più 'l fugge ognor, l' odia e disama;
né perch' ei mesto le prime viole,
e i primi pomi del suo vago monte
le porti, punto del suo mal si duole;
anzi con nubilosa oscura fronte,
d' arder sdegnosa in fiamma così vile,
sprezza i suoi doni, e gli fa oltraggi et onte.
Ivi tu lieto in un eterno aprile
con la bella Amarilli ti diporti,
e vivi vita tranquilla e gentile;
e 'l vaneggiar de le mondane sorti
avendo a scherno, da virtute impari
i sentieri del ciel securi e corti:
acciò che 'l tempo, e gli anni invidi avari
non spengan del tuo onor l' alta memoria,
ma con gli antichi più famosi e rari
serbi il tuo nome ogni lodata istoria.

112

Elegia terza

Al Signor Bernardino Rota

Por freno omai, Rutilio, al lungo pianto,
e rischiarando i tuoi foschi pensieri
rivesti l' alma di più lieto manto:
che non si ponno i fati empi e severi
piegar nel pianto mai, né per sospiri,
poi ch' han segnato i dì torbidi e neri.
Convien che 'l dì prescritto al fin ne tiri,
e quest' aere ne toglia e questa luce,
né giova ch' uom si torca o si raggiri;
ma felice chiunque ebbe per duce
morte onorata da salir in parte
dove sereno giorno ognor riluce:
non è morto colui che 'n chiare carte
lascia le glorie sue scolpite e vive
come lucide stelle in ciel cosparte;
ma chi più lieto e glorioso vive,
di quel che per la patria e per l' onore
morendo, aggiunge a più pregiate rive?
Mort' è tuo frate di sua età nel fiore
per salvar il natio suo caro nido,
or vive allegro vita altra migliore;
e sente il suo famoso e chiaro grido
non sol Sebeto, Tebro, Arno, e Tesino,
ma dal ciel nostro ogni lontano lido;
e sì come cotanto pellegrino
giunto a l' albergo suo fra' cari figli
dopo la noia del lungo camino,
ne' campi de' beati, ove i vermigli
e bianchi fior fan Primavera eterna,
serena i foschi e nubilosi cigli:
quivi giamai il ciel non scalda o verna,
né speranza, dolor, tema o desio
move o conturba questa parte interna;
quivi fra lor, che de l' eterno oblio
non han temenza, si rallegra e vede
il vanneggiar di questo mondo rio,
e cogli avi e col padre intorno il piede
movendo, mira le beate genti,
ch' han del lor ben oprar giusta mercede:
morti siam noi, che vivemo ai tormenti
di questa vita, ove non è sereno
che non turbin di noie pioggie e venti;
ei vive in un splendor che non vien meno
perché ne l' Occean sovente il Sole
s' asconda, e porti il nostro giorno in seno.
Pon silenzio a le meste alte parole
spargendo su la tomba, ove dimora
il chiaro cener suo, rose e viole:
non pianse sempre la vermiglia Aurora
il morto figlio, ma col vago amante
lieta si ritornava ad ora ad ora;
né Citerea il suo gentil sembiante
turbò mai sempre per l' amato Adone,
né portò molli ognor le luci sante;
ma poi che i verdi panni e le corone
squarciate, per pietà del suo lamento
fe' piagner seco i sassi e le persone,
rivestita di gioia e di contento
asciugò gli umid' occhi e lagrimosi,
e prese le ghirlande e l' ornamento;
e per le piaggie e per li colli ombrosi
del suo bel Gnido con le Ninfe a paro
guidava dolci balli et amorosi,
senza sentir giamai più nullo amaro.

113

Elegia quarta

A Ligurino

Qual novello piacer, quai fere voglie,
o raggio di beltà chiaro et ardente,
su quegli orridi monti a noi ti toglie?
Qual celata vaghezza la tua mente
inchina ad abitar loco sì strano,
e sì remoto da la lieta gente?
Deh scendi, Ligurin, deh scendi al piano,
ov' ogni erbetta, ov' ogni vago fiore
t' han sospirato lungamente invano:
qui più benigno cielo il suo favore
comparte, e manda da le vaghe stelle
lucida pioggia di soave umore;
qui le campagne colorite e belle
scopren più be' tesori, e qui frondose
son più le piante di foglie novelle:
non hanno i monti sì vaghe le rose,
così candidi i gigli, e le viole,
né sì verdi le selve e dilettose;
loro ne' caldi giorni arde più il sole,
ne' freddi il verno sempre irato e duro
nevica e piove più che qui non suole;
spesso di nubi il ciel condenso e scuro
manda sovra di lor folgori ardenti
quand' è qui l' aere più tranquillo e puro:
aspro a te il molle crin faranno i venti,
e tingeran del bel viso le brine
i rai del sol lassù sempre cocenti;
ivi il bel piede sassi, sterpi, e spine
premerà in vece d' erbe, e nevi e gelo
in vece di rugiada e di pruine.
Deh scendi qui, dove rivolto al cielo
lagrima Icasto, e ti sospira e chiama
cangiando per la doglia il viso e 'l pelo;
Icasto tuo, la cui celebre fama,
adorna di gentil nova vaghezza,
empié ciascun d' un' onorata brama:
che non debbon goder di tua bellezza
i rozzi abitator d' erme montagne,
ove 'l ben raro si conosce e prezza;
egli teco le selve e le campagne
cercherà insieme, e d' altre cure scarco,
non sarà chi da te mai lo scompagne;
egli ti porterà le reti e l' arco,
ti condurrà le fuggitive fere
co le grida e co' cani insino al varco;
egli da l' unghie de l' irate e fere
belve ti farà schermo, mentre stanco
ti torrà il sonno al duolo et al piacere;
e standoti ad ognora al caro fianco,
non lascerà che le ninfe lascive
facciano il dolce tuo riposo manco;
né che de' fonti l' amorose dive,
come il vago Ila, ti chiudan nel seno
de l' acque lor mai sempre odiose e schive.
Ah misero fanciul! col petto pieno
d' amorosa pietà seguia l' amante,
che cogli omeri resse il ciel sereno,
senza cui non volgeva unqua le piante;
e stanchi di solcar l' onda marina
da legno alcun non più solcata avante,
allor che Iason per far rapina
de l' aureo vello del monton celeste
giva con gente ardita e pellegrina,
Argo lasciando e l' acque a lor moleste,
vaghi del lieto porto e del riposo,
presero il lito con le voglie preste:
ma mentre premon gli altri il letto erboso
d' un praticel di più color depinto,
ch' era da' rami de le piante ascoso,
il giovenetto, dal desir sospinto
de le fresc' acque, a la gelata fonte
giva dal caldo e da la sete vinto:
era nel mezzo d' un vicino monte
chiara fontana, che mattino e sera
stava nascosta al raggio di Fetonte;
nel cui fondo la Nai con lunga schiera
de le vicine Ninfe accolte in giro
movea lo snello piè destra e leggera;
le quai sì tosto che la fonte udiro
percossa mormorar, alzaro il volto,
e de la sua bellezza s' invaghiro;
e l' incauto fanciul col cor rivolto
a rimirar la maraviglia fiso
subito nel lor fonte ebber sepolto.
Povero Alcide! nel bel volto affiso
cogli occhi ognor vivevi, or tua ventura
t' ha dal caro Ila tuo tanto diviso:
soccorri tosto, ah lasso! ah, chi ti fura
il tuo ricco tesor? già l' onde avranno
di sua rara beltà perpetua cura;
e tu piangendo il tuo gravoso danno,
sonar d' Ila facendo ogni pendice,
accuserai le Ninfe, e 'l loro inganno.
Deh scendi, Ligurin, perché non lice
sì vago pastorel gir solo errando;
non far ch' Icasto più d' altro infelice
pianga il tuo fato acerbo e miserando.

114

Elegia quinta

A Messer Girolamo Molino

Vorrei, Molino, omai solcar quest' onde
del mar d' Adria turbato e tempestoso,
lasciando le tue ricche altere sponde,
per gir là, dove dal suo colle ombroso
scorge Salerno, venerabil veglio,
ondeggiar il Tirreno alto e schiumoso,
a veder lui, che per Signor io sceglio
fra quanti il mar ne cinge e l' Appennino;
solo di vero onor fidato speglio,
che dal sicuro mai dritto camino
di virtute non torse l' opre o i passi
per influxo di stelle o di destino:
ivi con lui, che 'n bel soggiorno stassi
non consumando l' ore inutilmente,
darei riposo a' desir stanchi e lassi,
e con la rozza mia Musa sovente
canterei gli onor suoi degni di stile,
di lira più famosa et excellente,
e come in fresca etate e giovenile,
per lo suo Re, per la sua patria armato,
fren spesso pose al gran furore ostile;
onde Sebeto del figlio onorato
mirando la virtù, l' alto valore,
sé chiamava felice e fortunato,
et uscendo talor de l' acque fuore,
che del gallico sangue eran vermiglie,
li dava il pregio di perpetuo onore.
E pieno di sì strane maraviglie,
li tesseva ghirlande al chiaro crine
con le sue vaghe et onorate figlie.
Ma di lagrime calde e cristalline
mi bagna Cinzia ognor la fronte e 'l petto,
che caggion da le luci alme e divine;
e con querele che con puro affetto
manda fuori il dolor, l' alma trist' ange
turbando la mia pace e 'l mio diletto:
esca co' raggi d' oro il Sol dal Gange,
o pur s' asconda in mare, acerbo e reo
chiama il suo fato, e si percuote e piange:
non pianse tanto l' amica d' Alfeo,
né tanto del figliol di Citerea
si dolse unqua la moglie di Sicheo,
la qual mirando il fuggitivo Enea,
che già volgeva in altra parte il piede,
con interrotta voce alto dicea:
Crudel, se 'l nostro amor, se quella fede
che darmi udio ogni vicino lido
non ti ritiene in questa lieta sede,
tengati almen la sfortunata Dido,
che s' apparecchia di morir, s' aviene
ch' abbandoni il real suo amato nido.
Ti prego per quell' alta e vera spene
che in me locasti, allor che l' onde e i venti
ti spinser, lassa, in queste nostre arene,
per queste amare lagrime e cocenti
che derivan dal cor, se giamai cosa
ho da te meritato e da' tue genti,
non mi lasciar dolente et angosciosa
in preda a morte, che 'l mio crin fatale
già cerca di troncar fera e sdegnosa.
Sì lungo pianto che ti giova o vale,
misera Cinzia, se mi sforza il cielo,
a cui di preghi o di sospir non cale?
Convien ch' io vada, ma l' ardente zelo,
che per te strugge il cor, mai sempre vivo
starà ne l' alma, ov' io l' ascondo e celo;
né mai sarò de la memoria privo
di questo pianto, e de la dolce gioia
che mi venne da te, mentre ch' io vivo.
Molin, fra quel desio, fra questa noia,
da duo pensieri combattuto e stanco,
il mondo e questa luce ancor m' annoia,
e porto il viso ognor pallido e bianco,
temendo sotto il peso de' martiri
fra via cadermi, e di venirmi manco;
il che se avvien, tu che de' miei desiri
sei secretario, et hai le Muse amiche,
non sopportar che Lete a sé mi tiri,
ma canta l' amorose mie fatiche.

115

Elegia sesta

A Messer Nicolò Grazia

Grazia, io ritorno a quel Signor cortese
a cui solo s' appoggia ogni mia spene,
e lascio il tuo gentile almo paese:
lascio te, che più duolmi, e meco viene
de la tua compagnia caldo desio,
che turba l' ore mie liete e serene:
tu rimarrai nel tuo lito natio,
ne la tua patria aventurosa e queta,
ov' è di gravi noie eterno oblio,
e col dotto Speron, cui 'l ciel mi vieta
star sempre a canto, in studi alti e lodati
ti viverai vita felice e lieta.
Egli or de' vaghi e solitari prati
de la Filosofia nobile e degna
ti mostrerà i sentier dritti e lodati;
egli ti scorgerà dove s' ingegna
Aristotele, Socrate, e Platone
mostrar quel vero che virtù ci insegna,
e dove Cotta, Crasso, e Cicerone
cogli antichi orator degni e famori
de l' eloquenza fan lunga tenzone;
or di Parnaso per li colli ombrosi,
ov' ogni lauro vi s' inchina e cole,
ricercherete i più be' calli ascosi,
e vedrete quai vie fiorite e sole
calcasse il Mantovan celebre e chiaro,
supremo mastro de le dotte scole:
quivi talor con stil candido e raro
degli eroi l' armi, e gli amorosi errori
con Febo canterete a paro a paro;
il qual di vaghi e d' odorati fiori
vi farà di sua man lieta corona
contesta degli amati e cari allori:
questo a la morte, ch' a null' uom perdona,
fia schermo tal che n' avrà scorno ancora
quei che di nostre glorie s' incorona.
Sovengavi di me, Grazia, talora,
che vi porto nel sen de' miei pensieri
al giorno chiaro, a l' ombre, et a l' aurora;
e 'n quella parte ove gli amici veri
riponete nel cor, fate ch' io viva,
e che insieme con voi io tema e speri:
così la vostra gloriosa e viva
Fama volando per quest' aria pura
faccia ch' ognun di voi ragioni e scriva,
mentre fia chiaro il dì, la notte oscura.

LIBRO TERZO

[Dedica]

Alla Signora Ippolita Pallavicina de' Sanseverini

Dubito, illustre e valorosa Signora, che pensando di pagar una picciola parte delli grandi oblighi ch'io vi sento, fobligazione di gran lunga maggiore renderò; conciò sia cosa che d'aver il terzo libro de' miei amori con la scorta del vostro nome alla luce di questo mondo et in man degli uomini mandato, tanto io più tenuto vi sarò, quanto il beneficio che di ciò me ne verrà sarà maggiore: et averrà, che dov'io col picciolo raggio de' miei scritti al sole de' vostri onori di dar lume cercava, egli tanto solamente si vedrà quanto gli ornamenti del vostro vivo splendore gli daranno luce. Porrò adunque questo appresso ai molti oblighi che mi vi fanno eternamente debitore, il quale tanto degli altri sarà maggiore, quanto il beneficio d'una lunga vita quello d'ogn'altra mondana liberalitate avanza: e se Fortuna non solo ogni forza, ma ogni speranza di posservi pur in qualche parte pagar cotanto debito mi toglie, non mi torrà almeno ch'io nol desideri, e ch'io non conosca, che quanto più si può, tenuto vi sono.

1

Già quattro e dieci volte ai fiumi il freno
ha posto il freddo Verno, e i dì migliori,
con l' erbe verdi e co' novelli fiori,
portat' ha Flora nel suo vago seno,
poi che l' incauto cor di speme pieno
nel bosco entrò degli amorosi errori,
e l' uscio aprendo a sempiterni ardori,
bebbe il dolce d' amore empio veleno:
aveva il foco ricoperto alquanto
giusto disdegno, e rallentato il laccio;
or beltà quel raccende, e questo stringe:
ond' io ritorno ancor fatto di ghiaccio
al sol del mio desir, che mi sospinge
agli antichi sospiri, al primo pianto.

2

Né perché fiumi tepidi e correnti
versi con l' urna aperta il mio tormento
per gli occhi fuor, d' aver, Donna, mi pento
i miei pensieri al vostro onore intenti:
sì dolce è 'l foco de' bei lumi ardenti,
che più d' ogn' altro amante ardo contento,
né temo che di sdegno pioggia o vento
spenga le fiamme sue chiare e lucenti.
Da l' aere sol del bel viso sereno
piove tanto piacer che toglie al core
ogni memoria de' passati affanni:
così felice e ricco de' miei danni,
la bella vostra Idea portando in seno,
lieto mi vivo in sì gentile ardore.

3

Mentre del mio tesor guardato e caro
tenea le chiavi, e più cortese fatto
mi segnava tranquillo e lieto stato,
faville del mio ardor ne l' aria andaro;
ma poi ch' ad Amor piacque invido avaro
far di sì ricco dono altrui beato,
pallido e quasi spento è diventato
il foco, ch' era pria vivace e chiaro:
sin qui son gito sospirando intorno
con tenebroso cielo il mio diletto,
perché lo mi rendesse amica mano;
or per non sospirar mai sempre invano,
volto a stato migliore il primo affetto,
ho sempre allegra vita e lieto giorno.

4

I' credeva di gelo armato il core
andar securo a l' amorose imprese,
rotte avendo le reti indarno tese
già da lo scaltro e lusinghero Amore,
ma 'l foco di duo lumi, il cui splendore
vince d' assai le chiare stelle accese,
al gelato pensier tanto contese,
che stillò il ghiaccio in amoroso umore:
ond' io vinto mi resi, e 'l laccio d' oro,
ch' attorto avea bellezza et onestade,
annodò leggiadria, grazia ristrinse;
indi casta speranza risospinse
la voglia a seguitar per dritte strade
questa di nostra età ricco tesoro.

5

Al Molza

Poi che col lume di benigna stella,
Molza, fatto nocchier saggio et accorto,
già sete per camin securo e corto
uscito d' amorosa atra procella,
questa mia stanca e fragil navicella
scorga il vostro saver al fido porto,
ch' aura d' amor per sentier lungo e torto
spint' ha gran tempo in questa parte e 'n quella;
non sopportate che 'l crudele et empio
Signor di questo mar nel vasto fondo
l' accolga, de' miei dì carca e gravosa:
sì vedrem poi da la gente bramosa
di libertate alzarsi statua e tempio,
onde mai sempre vi conosca il mondo.

6

Quando talor con la memoria torno
a rimirar il mio perduto bene,
il gran padre Occean cotante arene
non ha nel molle suo salso soggiorno,
quant' io verso sospir la notte e 'l giorno,
e meste voci di miseria piene,
dicendo fra me stesso: Ore serene,
perché non fo con voi dolce soggiorno?
Dove Sebeto al mar Tirreno onore
rende con l' onde, voi liete portate
le riposate notti e i dì felici,
e scorgete del ciel l' alta beltate;
io, dov' Africa piange il suo dolore,
bagno di pianto ognor l' erme pendici.

7

In ogni parte ove quest' occhi giro
bramosi di veder la luce loro
mi pinge inanzi Amor le treccie d' oro,
il viso, e 'l petto, ond' io lasso respiro;
et or questa bellezza, or quella miro,
de l' eterno motor degno lavoro,
e dico: O prezioso mio tesoro,
ben degn' è se per te piango e sospiro:
che mai non vide questa piaggia aprica
depinta da un pensier Donna sì bella
in questa nostra o ne l' antica etade.
Indi pieno d' amore e di pietade,
rivolti gli occhi al ciel, prego ogni stella
che la secondi, e le sia sempre amica.

8

Col crine sparso, ch' ondeggiando intorno
giungea col suo splendor vaghezza al sole,
ne l' ora che le rose e le viole
apreno il lieto seno al chiaro giorno,
vestita di gentil abito adorno
dicea Licori al mar queste parole:
Tranquillo, alto Nettun, più che non suole
rendi l' irato tuo salso soggiorno,
mentre che Dafni in disarmato legno
solca de' tuoi gran mari il vasto seno,
vaga fama cercando, e pellegrina.
Indi del suo dolor mostrando segno,
aperse l' uscio a l' onda cristallina,
e rugiadoso feo l' almo terreno.

9

Sacra ruina che 'l gran cerchio giri
di Cartagine antica, ignude arene
d' alte memorie e gloriose piene,
di cui convien ch' ancor la fama spiri,
ascoltate pietose i miei sospiri,
che manda il cor a la sua dolce spene,
mentre qui Marte sanguinoso tiene
lungi da' suoi de' lumi i miei desiri:
imparate da me d' arder d' amore,
di piagner notte e dì l' alto diletto,
e del proprio martir far cibo al core:
o sole, e di quest' occhi unico oggetto,
così vedeste aperto il mio dolore,
com' io vi porto ognor chiusa nel petto.

10

Nel dì natale di Donna Antonia di Cardona

Di divino splendor cinto et adorno,
da le piaggie del ciel fiorite e sole
uscia più vago assai ch' esser non suole
con la fronte di rose il chiaro giorno;
Venere e i pargoletti amori intorno
givan danzando e salutando il sole,
e d' acanti, di rose, e di viole
spargea questo mortal lieto soggiorno;
correan chiaro cristallo in vece d' acque
i puri fiumi, et era ogni erba e fiore
smeraldo oriental, robino, et oro:
sol per memoria che 'n tal giorno nacque
colei che di bellezza e di valore
vinse quant' altre belle al mondo foro.

11

Nel medesimo

E' ben ragion che 'l fortunato giorno
onde sì bella luce al mondo venne
onori questa, e la futura etate,
ma chi fia ch' al mio stil aggiunga penne,
sì che volando per quest' aere intorno
porti le lodi sue chiare e pregiate?
Marte, s' alta beltate
o divina o mortale unqua ti piacque,
frena l' orgoglio almen mentre le Muse
sotto quest' ombra chiuse
cantano il giorno che