Rime

Antonio Brocardo

© Biblioteca Italiana
2005
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1 - Dal forte nodo esser credendo sciolto

Dal forte nodo esser credendo sciolto
Che 'n foco mi tenea legato e stretto,
L'arco del dolce e amaro fanciulletto
Sprezzando gìa, qual uom superbo molto;
Or, ch'io son più che mai nei lacci avolto,
A le fiamme amorose e ai strai soggetto,
Perdon gli cheggio e, umil nel suo conspetto,
L'alta sentenza del mio fallo ascolto.
Egli, in man tolte le nodose reti
La face e le saette aspre e pungenti,
Stringe ard'impiaga 'l cor già tanto ardito,
Dicendo: "Perché me più non inquieti,
Cui sovr'ogn'altro Iddio temon le genti,
Legato starai sempre, arso e ferito".

2 - Dunque fia 'l ver che 'l caro ben pur lassi

Dunque fia 'l ver che 'l caro ben pur lassi,
Che lasciar si dovea solo per morte?
Dunque più non vedrò le luce accorte
Mover al dolce suon gli onesti passi?
Dunque voi, diti miei, sarete cassi
Da quella man, ch'ancor par mi conforte?
E son, misere orecchie, per voi morte
Le parole da romper monti e sassi?
Ito è 'l piacer , ogni mia festa e riso,
E perdut'ho il tesoro ch'amai tanto;
Ben resto, ahi reo destin, tristo e disfatto!
Ma poi ch'esser debb'io da lei diviso,
Dal grato ragionar, dal viso santo,
Prego la vita e amor finisca a un tratto.

3 - Il buon nochier che, col legno in disparte

Il buon nochier che, col legno in disparte,
Aspetta al mover suo tranquillo il vento,
Vedendo a cielo e mar l'orgoglio spento
Quinci senza timor lieto si parte;
Seconda è l'aura e l'acqua d'ogni parte,
Ond'esser spera ove desia contento:
Ahi fallaci onde! Or ecco in un momento
Rott'arbor, vella, nave, antenne, e sarte,
E 'l miserello, sovr'un duro scoglio,
Dolersi, afflitto, di sua trista sorte,
E, più che d'altro, di trovarsi vivo.
Tal io, secur già navigando, privo
Resto d'ogni mio ben, chiamando morte,
Ché di naufragio tal troppo mi doglio.

4 - Deh, sì come in voi scorgo

Deh, sì come in voi scorgo
Beltà, senno, valor, grazia, accoglienza,
Perché non veggo del mio mal credenza?
Dato v'ho 'l cor, né d'altra donna mai
Pote esser quel che ne le vostre mani
Riposi, è già gran tempo;
Più ogn'or di tempo in tempo,
(Né fia chi m'allontani)
Il bel guardo amoroso seguitai.
E de' miei duri guai,
De le vegghiate notti ed inquïete,
Gl'occhi, il volto e 'l color fan ferma fede,
Ond'ognun (se non voi) chiaro se 'l vede.
Deh, perché dunque pietà non m'avete,
O almen, s'io mi lamento, nol credete?

5 - Ben nato monticel, tenere erbette

Ben nato monticel, tenere erbette,
Valli, fiumi, arbuscei lieti e felici,
Quanto a voi furon gli alti cieli amici,
Dolci contrade nobili e perfette!
Conscie già foste de le voci elette
A l'aura sparse per queste pendici,
Ed or tenete nei bei colli aprici
Le sante famos'ossa benedette.
Così caldo né gelo non estime
Questo bel loco, e 'n viva pietra o in auro
L'epitafio si legga in sempiterno:
"Qui riposa colui, che sì alto in rime
Cantò il suo caro ed onorato Lauro,
Che, come il verde in quel, si fece eterno".

6 - Verdeggi sempre il nobile contorno

Verdeggi sempre il nobile contorno,
Vestito di soavi, ameni fiori,
Escan del monte, d'ogni grazia adorno,
Quanti in Arabia son pregiati odori;
Coprano le sant'ossa d'ogn'intorno
Mille selvette e verdeggianti allori,
E sopra gli arbuscei, ne la dolce aura,
Canti ogni augello il bel nome di Laura.

7 - Ben posso dir ch'io sono eguale a Giove

Ben posso dir ch'io sono eguale a Giove,
Se parole cotali
Si ponno dir tra gli uomini mortali.
Poi che con tal dolcezza
Fur giunti ai labri miei
I labri di colei che 'l mondo onora,
Per soverchia allegrezza
L'alma, che dentro avei,
Sen venne infino a quei per uscir fora.
E s'io facea in tal piacer dimora
Ne sarei gito in ella, ond'io sarei
Morto dentr'al mio corpo e vivo in lei.

8 - Ove, con l'onde sue, geme e sospira

Ove, con l'onde sue, geme e sospira
Cocito, in compagnia de' più dolenti,
Langue colui che, sotto voglie ardenti
Di sete e fame, giamai non respira.
Sopra sé verde un arbuscel rimira,
Con gli occhi ai dolci pomi ogn'or più intenti,
E d'ogn'intorno liquide e correnti
Acque d'un fiume, che 'l circonda e gira.
Né perché a suoi desir si trovi a fronte
Sazio si vede, ché, 'n stato sì rio,
Di quel ch'abonda più sempr'è più privo.
Così, tra divin cibo, in mezo il fonte
De la beltade che sola desio,
Lasso, bramoso ed assetato vivo.

9 - O delizie d'amor: lustro e bel crine

O delizie d'amor: lustro e bel crine,
Fronte, sol senza menda, chiaro e lieto,
Occhi da far il mar a un sguardo queto
Quanto si chiaman più l'alme divine,
Guancie, rose vermiglie e mattutine,
Labri, al viver d'altrui grato divieto,
Denti, chiostro d'amor caro e secreto,
Volto, in cui sol beltà pose il suo fine;
Gola, alabastro puro ond'io m'avivo,
Seno, latte in dui pomi freschi accolto,
Man, da legare il mondo e averlo a schivo;
Parole, da svegliar un uom sepolto,
Accoglienze, da far un marmo vivo,
Contento son che 'l cor m'abbiate tolto.

10 - Or che gli acerbi tuoi gravi tormenti

Or che gli acerbi tuoi gravi tormenti
Con le nostre del ciel rendono oscure,
Signor, le guancie, ed a sì forti e dure
Pene lagrimar oggi, in croce, senti,
Fra gli alti stridi e voci più dolenti
Ch'escon de' cori affettüose e pure
Udrai la mia, che de le sue sventure
Pietà ti chier con dolorosi accenti,
Quanto puote pregando che la doglia
Spenghi di lei a cui (qual vero figlio)
Ungo le piaghe, sconsolato e mesto.
O, se forse mortal è il gran periglio,
Contra me il volgi, e quest'afflitta spoglia
Cada per lei, poi che per lei la vesto.

11 - Quando più viver bramo

Quando più viver bramo,
Di morte alor, crudel Amor, mi sfidi
E alor che morir voglio non m'ancidi.
Denanzi a quella ch'a' spirti calore,
Alor che son già spenti,
Dar potria co i bei lumi e porli in vita,
Freddo e morto mi tieni, empio signore,
E me viver consenti
Poscia che di lontan madonna è gita.
Doglia troppo infinita,
Ch'io muoia là dov'io viver dovrei
E viva alor che più morir vorrei.

12 - O pura neve, o bianco marmo eletto

O pura neve, o bianco marmo eletto,
Ove, se ben contemplo intento e fiso,
Lampeggiar veggo quel celeste riso
Colmo tutto di gioia e di diletto,
Sasso tu non sei già, ché questo è il petto
E di madonna il leggiadretto viso,
Quest'è quell'aria pur, che un paradiso
Chiaro dimostra nel suo bel conspetto.
Antico Fidia, se dentro a' tuoi marmi
Festi un bel volto già, chi vide in quello
Atti, riso, guardar, moto e favella
Com'io, che 'n questa pietra tutto 'l bello
Scorgo de la mia donna? E certo parmi
Ch'ella ragioni meco, ed io con ella.

13 - Perché, perché il vigore

Perché, perché il vigore
A le mie care erbette
Manca? Perché riflette
Ciascuna il capo come l'uom che more?
Perché, perché il colore,
Perché ciascuna perde
De le belle vïole?
Ov'è 'l bel perso e 'l verde,
E quello odor che suole
Far in me, più che 'n or raggio di sole.
Ché, però ch'a voi manche
Radice, acqua e terreno,
Temete venir meno
E son, ahi son, le foglie afflitte e bianche?
Deh, perciò non imbianche
Morendo alcuna il volto;
Non già vi si disdice
Viver forse ancor molto:
Ch'a voi (se dir mi lice)
Terra fia la mia voce, acqua e radice.
Vivrete eterne ancora,
E se prometter tanto
Da sé non pò il mio canto,
Vivrete almen per cui mi prega ogn'ora
Che le mie rime fora
Escano quali sono.
E poi ch'Amor m'impetra
Ch'ella n'ascolti il suono,
Se piombo fosse, o pietra,
Vosco il grave mio stil su in Ciel penetra.
Sete, pur sete quelle
Che da la man gentile,
Molle, bianca e sottile
L'umor prendeste, ond'or sete sì belle;
La man che 'l cor mi svelle
Sì come a voi d'intorno
Svelse stecchi e rie foglie,
Il terren d'ogni intorno
Purgando, e vostre spoglie
Empiendo di quel ben che 'n lei s'accoglie.
Sete pur quelle voi
Che con l'unghie, di perle
E rubini a vederle,
Colte già foste, e co' bei diti suoi,
Da madonna, che poi,
Strette ad un, vi raccolse
Col serico ritegno
E caramente volse
Di tal don farmi degno,
Dolce de l'amor suo memoria e pegno.
Ben da lei certo move
L'erbetta e i gentil fiori;
Ecco i soavi odori,
Che nei bei labri stanno e non altrove;
Ecco il pregio e le nove
Forme del vago aspetto;
Ecco il fior di beltate
Con gli altri, ad un, ristretto;
Onde, vïole, amate
Sarete per colei che 'n voi mostrate.
In sua vece sarete
Ogn'or presso al mio fianco.
E pur ch'io mi possa anco
Farvi seggio nel cor, quivi starete;
E le mie voglie liete
Saran, sol ch'io vi tocchi
E che con voi ragioni
Di lei, de' suoi begli occhi
E, in mezo a' miei sermoni,
Mille e più basci a vostre foglie doni.
Canzon, se culto avesti
Meglio e più dottamente
L'erbette e i versi miei,
Girtene arditamente
Poteresti a colei
Che tanto è bella quanto roza sei.

14 - Non mi vedete, ohimè, di pianger lasso

Non mi vedete, ohimè, di pianger lasso
E nel volto non più quel ch'esser soglio?
Non vedete ch'io son di vita casso?
Ahi, per me cieco ed indurato scoglio!
Non vedete il martir ond'io mi doglio,
Che vedete pur meco ad ogni passo?
Non vedete che d'anima il cor spoglio?
Ahi, per me cieco ed indurato sasso!
Non vedete la doglia acerba e tetra
Ir avanzando ogni ben mesta sorte?
Ahi, per me cieco ed indurato marmo!
Non vedete che, vinto, mi disarmo
Sol attendendo il colpo de la morte?
Ahi, per me cieca ed indurata pietra!

15 - L'intera fede, il desiar cotanto

L'intera fede, il desiar cotanto,
Il puro e caldo amor, l'accesa voglia,
Il mai sempre adorar quel viso santo,
Altro mertan, crudel, altro che doglia.
L'alma ch'a voi servir più ogn'or s'invoglia
Quanto più crudeltà vi vede a canto,
La lunga spene, il martir che m'addoglia,
Altro mertan, crudel, altro che pianto.
Il grave mio languir, le guancie smorte,
Il sospirar, gli occhi di pianger lassi,
Altro mertan, crudel, altro che strazio.
Il seguitarvi, il mai non esser sazio,
Volgermi ovunque rivolgete i passi,
Altro mertan, crudel, altro che morte.

16 - Con quei bei risi e quei cari atti suoi

Con quei bei risi e quei cari atti suoi,
Con quel modo d'amor, di grazia pieno,
Vidi madonna a me volgersi, e poi
Di fuor le rime mie trarsi di seno;
Basciarle, ritornarle e riguardarmi.
Io 'l vidi, Amor, e tu, crudel, che puoi
Or foco, or ghiaccio, or freddo, or caldo farmi,
Perché in quei versi alor non trasformarmi?

17 - I caldi fiumi che da gli occhi vostri

I caldi fiumi che da gli occhi vostri
Corron, signor, e le dolenti voci
Che con lor mesto suon passar' veloci
Di ciel in ciel nei più superni chiostri,
Fan che colui ch'or piangete si mostri
Doglioso in fin là su, gli alti e feroci
Lamenti udendo e vostre pene atroci
Ch'a lui toglion gioir fra gemme ed ostri.
Onde parmelo udir, pien di pietade,
Dirvi: "S'unqua di me, frate, ti calse
A le lagrime triste il corso affrena,
Ché, quando del mortal viver le strade
Scender del tutto parve, alora salse
Mia vita a vita più dolce e serena".

18 - Quelle conte bellezze ove natura

Quelle conte bellezze ove natura
Di sua possa mostrar l'estremo volse:
Gli occhi soavi e chiari in ch'ella accolse
Il bel ch'ogni altra luce preme e oscura,
La dolce, grave, angelica figura
Che dal più bel essempio del ciel tolse
L'alto fattor e a noi tal la rivolse
Che del ben di là su, qui n'assecura,
La bella man e le perle onde fuori
Escon saggi, inusitati accenti,
Il silenzio, il pensare, il riso, e 'l giuoco,
Sono celesti e lucidi splendori
Ch'ornano il mondo, ma per me sì ardenti
Fiamme che del mio cor fia eterno il foco.

19 - Occhi miei, lassi il rimirar quel sole

Occhi miei, lassi il rimirar quel sole,
Ch'al bel raggio vi dà sì larga parte,
E poi notte vi fa quando si parte,
Benché in Ciel splenda, o in mar s'asconda il sole;
Orecchie intente a l'armonia che suole
Svegliarmi Amor nella più interna parte;
Piè miei, ch'ir non sapete in altra parte,
Seguendo lei per valli oscure e sole:
Se 'l lume, l'armonia, la strada incerta,
V'abbaglia, vi confonde, e mal v'adduce
A che mirar, udir, seguir in vano?
Cercate d'indi in qua scorta più certa;
Suon men soave e minor sol per duce,
Ché così andar tropp'è fallace e vano.

20 - Del cibo onde satollo

Del cibo onde satollo
Non è alcun mai, ti pasci a la gran mensa,
Ed io di quel ch'Amor sparge e dispensa.
Grate accoglienze, signorili, accorte,
Parlar degno e soave,
Quetano dolcemente le tue brame,
Ma le mie sospirar e pianger forte:
Ché l'amorosa fame
Alimento miglior altro non have.
Ahi pasto amaro e grave!
In gioia il tuo, gustandol, ti mantiene,
E questo in pianto mi nodrisce e 'n pene.

21 - Di colle in colle e d'uno in altro piano

Di colle in colle e d'uno in altro piano,
Come m'informa Amor, mie reti tendo,
Il vago cavrioletto ogn'or seguendo
Ov'io lo scorgo, o presso o di lontano;
E quanto più ver' me si volge umano
E ritenerlo nei miei lacci attendo.
Fiero più fugge alor, ond'io: "Comprendo
Nostri lacci, signor, tendersi in vano".
Risponde, quasi uom carco di furore:
"Poi che nulla ogni nodo seco vale
Non fian de l'arco fiero i colpi incerti".
A questo un grido alz'io: "Deh non, signore!
O vivo il prendi, o l'acuto tuo strale
E l'ira in me, non sopra lui, converti.

22 - Voi donna ed io, per segni manifesti

Voi donna ed io, per segni manifesti,
Andremo (il veggo) a l'infernal tormento;
Voi per orgoglio, io per troppo ardimento,
Ché di mirar osai cose celesti.
Ma perché gli occhi miei vi son molesti
Voi più martir avrete, io più contento,
Ch'altra che veder voi gioia non sento.
E lieto sol sarò fra tanti mesti,
Ché essendo voi presente a gli occhi miei
Vedrò in mezo a l'inferno il paradiso,
Che non gloria maggiore altrove avrei.
E se dal vostro sol non son diviso
Non mi potran far forza i Stigi Dei
Se non mi tolgan la virtù del viso.

23 - A seguirvi, signor, e nel mio canto

A seguirvi, signor, e nel mio canto
Sol voi lodar, di cortesie mi tragge
Ampia selva, felici e liete piagge
Di saper, di virtù, d'onor cotanto,
Come or, il verde e ben fregiato manto
E di campi e di piante alte e selvagge
Il lusigniuol a rinovar sottragge
Le dolci note de l'antico pianto,
Il qual del degno vostro alto ricetto
Odo lagnarsi e con soavi accenti
par ch'a seco cantar dolce m'inspire.
Ond'io mi sveglio e, trovando presenti
Vostr'alte lode, l'umile mio dire
Manca quant'ogn'or più cresce il soggetto.

24 - Due superbette donne agli atti, al viso

Due superbette donne agli atti, al viso,
Sprezzar conobbi, Amor, tuo santo regno,
Il parlar non udi', ma ciascun segno
Mostrommi che da lor eri deriso;
Ambe più volte mi guardaron fiso
E dicean: "Vedo come a morte vegno
Per te, giusto signor, eccelso e degno",
Poi voltaron ridendo il caro viso.
Se di chi servo t'è prendeno giuoco,
L'arco tuo similmente e ogni saetta
Queste inique crudel stimano poco.
Ma, se mia servitù mai ti fu accetta,
Prendi le reti tue, prendi il tuo foco
E fa di te e di me, signor, vendetta.

25 - Come al mezo talor d'un verde prato

Come al mezo talor d'un verde prato
Al cielo s'erge giovenetto e schietto
Un lauro, un faggio, un pino, e tal diletto
Porge che, a l'ombra, ognun gli siede a lato;
Vien poi di Borea o d'altri venti il fiato
Ch'assalendolo, lasso, è al fin constretto
Squalido a terra andar, onde imperfetto
Resta il bel loco: e d'ogni ben spogliato;
Così cadendo, il leggiadretto volto
Ov'a l'ombra sedea grazia e valore,
Senno, cortesia, amor ed onestate,
Lasciato ha il mondo un terren aspro e incolto,
Vòta la terra del sovran suo onore,
Sorgendo in ciel tra l'anime beate.

26%%"E dunque ver che da i bei lumi tolto

"E dunque ver che da i bei lumi tolto
M'hai tu, fortuna rea? E 'n sua presenza
Questo spirto dal cor no fia disciolto?
Anzi disciolt'è pur, né dipartenza
Meco fec'egli, ché da bianca mano
Prender il vidi alor, ond'io son senza.
Di spirto, dunque, e del bel viso umano
Prive (che più mi duol), crudo destriero,
L'afflitte membra porti di lontano.
Né farai tu" - E, qual uom che pensiero
E camin muti, adrieto il rivolgea,
Punto da spron del suo più acuto e fiero;
Così tornava e così 'l ritorcea
Onde rivolto s'era; e così 'l giorno
Ch'a forza vi lasciai mi distruggea.
In questo, a quei di là fece ritorno
Colui che 'l mondo alluma, e tra noi, forse
Per pietate di me, fe' men soggiorno.
Onde, poscia che 'l lume più non scorse
La vista mia di questo e di quel sole
Che più chiaro splendor al mondo porse,
Doglia, sospir, lamentevol parole
Fu 'l cibo mio, né riposo giamai
Preser le luci lagrimose e sole.
Or m'abbagliavan de' vostri occhi i rai,
Or mi parea l'accorte parolette
Udir che par' non trovaranno mai,
Talor le mani insieme tenea strette,
Il netto avorio in mezo aver credendo
De la vostra che 'l pregio ha tra l'elette.
Ma poi che 'l ver del dolce error comprendo
E da la cara man quanto son lunge,
Ai sospiri, a le lagrime mi rendo.
E dicea meco: "Ohimé se si disgiunge
Da me la bella donna, perché almeno,
Morte, il tuo stral non s'avicina e giunge?"
Ne l'ora ch'al suo vecchio esce di seno
Coi bei crin d'oro la gelata aurora
E fa d'intorno a sé l'aere sereno,
Quando, con gli altri augei, Progne vien fora
Dolce a garrir fra le più verdi foglie,
Vinsemi il sonno mentr'amor m'accora.
E mi parea di gravi affanni e doglie,
Dentro dal cor, mi percotesse un tuono
Che de la mente ancor non mi si toglie.
Ratto, gli occhi inalzai al mesto suono
E pianger vidi a me colei d'appresso,
Onde in esilio già gran tempo sono;
Colei a cui m'ha in guisa Amor concesso
Ch'esser non potria più, perch'io volessi,
Non pur vostro o d'altrui, ma di me stesso.
Uscian del petto suo dogliosi e spessi
Sospir, quant'onde da' begli occhi santi
Che di vera pietade erano impressi.
Non con più acerbi e miseri sembianti
Tua casta moglie il disdegnoso petto
Aperse, Colatino, a te davanti;
Né con più tristi al suo sposo diletto
La fida Argia, piangendo, il rogo feo,
Memoria eterna d'amoroso affetto;
Né da' suoi membri tutti uscir vedeo
La dolente Aretusa tante stille
D'umor, fuggita dal protervo Alfeo,
Quante, alor da le guancie, a mille a mille,
Cadean lagrime a lei, né altronde Amore
Di sua man propria che dal cor aprille.
Poi ch'alquanto l'interno aspro dolore
Per gli occhi sfogat'ebbe in tai lamenti,
Sospirando mandò suo voce fuore:
"U' son or quelle fiamme sì possenti
Che per me ti struggean? Ove i desiri
Ch'esser dicevi più che face ardenti?
U' l'empie schiere de' caldi sospiri
Onde uccis'eri? E ove l'infinita
Fede sì salda al foco de' martiri?
Son questi i pianti e la faccia smarrita
D'alor che ti partisti? E questi i tui
Giuramenti d'in odio aver la vita?
E questo il bigio e la corda con cui
Esser meco volevi eternamente,
Meco avinto, crudel, non con altrui?
O misera colei, cieca e dolente,
Che d'un amante a le promesse crede,
Che tutte il vento porta sì repente.
Se nel suo grembo il foco d'amor siede,
Te sola udir, te rimirar desia,
Cui spento alfin, più non t'ascolta o vede.
Non ho (qual donna che costante sia)
per te il mondo, e ogn'altr'uom post'in non cale,
E, sovente, la propria vita mia?
Chi mai di lontananza amaro strale
Sentì quant'io, che 'n sì gravosi affanni
Piango ad ogn'or il colpo aspro e mortale?
Non con sì pura fé, dieci e dieci anni,
Sua tela ordendo, attese la mogliera
Di quel che poi tornò tra sì vil panni;
Né con più caldo ardor chi de la cera
Volse la cara imagine da lato
In vece de l'amata forma vera.
Ed or in guidardon, da me slegato,
T'annodi ad altri: e suoi don ti son cari
Sì che già in cambio te medesmo hai dato".
Né sì tosto ebbe detto, che d'amari
Pianti una pioggia tenebrosa tolse,
Col dir, il bel seren da gli occhi chiari.
Poi ch'un poco fu stata, a sé raccolse
Lo smarrito vigor e, ancor già piene
D'acqua, le luci a me sdegnando volse.
E incominciò: "Se 'l don che 'n dolce spene
Ti ritien, non le rendi, e s'in oblio
Non poni i nuovi lacci e le catene,
Non sperar di mai più" né 'l dir finio,
Ché col sonno, qual donna in vista offesa,
A me da gli occhi rapida fuggio.
Ohimè, lasso, acciò d'ira così accesa
Non provi 'l foco, per pietà prendete
Quanto fu vostro senza altra contesa;
E chi sola il pò far incolparete,
S'a voi più non verrò: benché 'l piè resta,
La voglia no, di gir dove sarete.
Più voglio dirvi e così meno infesta
Si dimostri, vegghiando, a me colei
Che 'n sonno apparve sì turbata e mesta.
Se (quel ch'esser non pò), sciolto da lei,
Libero gir potess'in altra parte,
A voi sola verria, vostro sarei,
Sì ch'alcun'altra non n'avrebbe parte.

27 - Qual spirto oppresso che a gran gloria vide

Qual spirto oppresso che a gran gloria vide
In Campidoglio ornar la nobil testa,
Cui, per propria virtù, fu manifesta
Quando sorte contrasta e quando arride,
Ratto dagli occhi il grave vel divide
Che celato gli avea vita più onesta,
(E 'l bel voler ogni tardar molesta,
Né periglio è che non ardisca e sfede),
Tal io, veggendo gli onorati segni
Posti a cui già di par andai molt'anni,
Corro ora in campo Marzio a la palestra.
Ma dite, Bembo, gli amorosi affanni
Se più addolciscon vostri studi degni
Che sciolto v'han da la prigion terrestra.

28 - Cinta di lieti fiori le treccie e 'l collo

Cinta di lieti fiori le treccie e 'l collo
Vidi una donna, e tal beltate alora
Che, paventando, dissi: "O costei suora
E de l' imortal ninfe, o di te Apollo.
Più ch'uom la mira, men sempre è satollo
De l'alma vista, e se l'ode talora
Chiaro si avede che dal cielo fuora
Uscì il bel parto, e ch'altri non formollo.
O diva, certo! E che si bada omai
D'ergervi altari ed a begli occhi santi
Risonar lodi ed inchinarvi sempre?
Oh, chi verrà che la mia voce tempre
Tanto che dir di voi possan miei canti?
Che sol fien vostri e non d'altra giamai".

29 - Oimè, che con gran scorno

Oimè, che con gran scorno
La dolce compagnia, il bel soggiorno
Che dianzi ne parea,
M'è sì da i cieli tolta, e da la Idea
Che regge questo corpo infermo e stanco,
Che di continuo a morte
Io vo correndo, e pel camin ne manco.
E penso mie giornate saran corte,
Tanto sento la doglia acerba e ria;
Né più esser potria,
Se 'l corpo mio non fosse più che forte.
Ma se pur ancor fia
Ch'io viva in questa doglia, in questi affanni,
Spero di ristorar tutti i miei danni.

30 - Fra la Savena e 'l Ren, dove il Pastore

Fra la Savena e 'l Ren, dove il Pastore
Via d'ogni altro maggior sua greggia spinse,
Dolce canto il romor de l'acque vinse
Che, doppo Icasto, Alcippo mandò fuore:
"Febo, de' rami tuoi sempre l'onore
Se non le tempie, almeno il cor m'avinse;
Di Palla l'arbor questa fronte cinse,
Che lungo studio a me diede ed amore.
Ama l'ire Mirtilla, ond'io per lei
L'ire ancor amo e d'ostinata guerra
Seco gli alti romori apprezzo e lodo.
Licida, solo amor spira ove sei,
Onde, spente l'acerbe liti in terra,
Teco dolce al bel suon di pace godo".

31%%"O più che 'l mel soave, e più pungente

"O più che 'l mel soave, e più pungente
Degli animai che 'l fan, qual mi ti toglie
Del bel colle antro? E di qual arbor foglie
Vietano il guardo a me chiaro e lucente?
Me fuggir speri cui più ogn'or presente
Sei, quanto più lontan luoco t'accoglie;
Ma inanzi a l'ale di sì accese voglie
Fien tue forze al fuggir inferme e lente.
Lieve il pardo a la cerva corre, questa
Gioiosa a l'acque ed or di me veloce
Lieto il passo Amor dietro a te discolse".
Così cantava il buono Alcippo e 'n questa
Ivi Marato appar ch' a lui la voce,
Com'il cor già, con duo begli occhi tolse.

32%%"In qual orror de la più selva oscura

"In qual orror de la più selva oscura,
Ove di piede uman orma non sia,
Alta e nodosa quercia al ciel s'invia,
De l'empio orgoglio tuo più forte e dura?
E 'n qual selva e 'n quai monti unqua natura,
Fiera nascose più spietata e ria
Di te? Poi che de l'aspra iniqua mia
Sorte il superbo tuo voler non cura.
Pur fia di te più che l'acanto molle
L'orgoglio, e d'umil agna in me tua voglia,
Sol che non porti le parole il vento".
Così la fede, a più d'un lieto colle,
Ramenta Alcippo a Marato, e la doglia;
Espero il dì cacciando, egli l'armento.

33 - Da quel che gli arde il cor, non da l'estivo

Da quel che gli arde il cor, non da l'estivo
Caldo, al seren di pura notte desto,
Su in ciel mirando ora quel lume, or questo,
Cantava Alcippo al mormorar d'un rivo:
"Degli occhi suoi è più lucente e vivo
Il lampeggiar che 'l vago e bel contesto,
Stelle, di voi, s'al parlar dolce e onesto
Giugne talor il guardo accorto e divo.
Rara virtù, costumi e leggiadria
Siedono in lei, casta beltà ed onore;
Come l'erbette e i fior, piagge, tra voi".
Mentre al ciel inalzava i canti suoi
L'acceso pastorel, udiasi fuore
De la sampogna uscir: "Beatrice Pia".

34 - Sì come il puro latte e i verdi fiori

Sì come il puro latte e i verdi fiori,
Munto e raccolti con sincero affetto,
A te consacro, o fiume, a te ch'onori
L'almo terren dagli Antenorei eletto,
Così d'intorno sempre al tuo ricetto
Fra bei smerandi la terra s'infiori
E, senza mai trovar contrario obietto,
Corran liquidi e dolci i tuoi liquori.
Deh, quel orgoglio, onde più ogn'or trabocchi,
Rafrena e 'l corso alquanto, mentre Amore
In fragil barca mi sospinge e mena
Per lieto pormi denanzi a' begli occhi
Che far potrian, col suo vivo splendore,
Vive quest'acque e liquida l'arena.

35 - Quando già, nel fuggir de l'orizzonte

Quando già, nel fuggir de l'orizzonte,
Con l'ombre perde il sol, tutto vermiglio,
Vezzoso in quelle il cavrialetto mio
Or scende, or poggia il dilettoso monte;
Né più, come solea, mi meraviglio
Se per un cervo il bel garzon morio,
Ché trar questi potrebbe a l'ore estreme
Non Ciparisso pur, ma Febo insieme.

36%%"Chi fia lasso mai più che mi consoli

"Chi fia lasso mai più che mi consoli
Ne' duri affanni onde si strugge il core?
A cui chiederai più consigli Amore
Ne' dubbiosi pensier, come tu suoli?
Che fai, orbo fanciul, perché non voli
Nel sesto cielo, e pien d'alto dolore
Grida così: "O padre, ecco che more
La bella figlia tua, né te ne duoli?"
Forse ei non lascierà che morte scocchi,
Essendo di pietà pietoso nido,
L'empia saetta fin di tutti i mali".
Così piangendo poi dicea a Cupido,
E poscia vidi lui, chiusi i begli occhi,
Spegner la face e romper l'arco e i strali.

37 - Vago terren, che l'onorate rive

Vago terren, che l'onorate rive
Del bel felsineo sito orni ed onori
E di quelle mie amate t'innamori
Luci, via più che 'l sol lucenti e vive,
Sìati il ciel sì cortese che 'n te avive
Mai sempre l'erbe e vïolette e fiori,
E dia, con lunga pace, eterni onori
Ai prati, ai campi e fresche l'aure estive;
Ti sia benigna l'amorosa stella
del terzo cielo, e dolcemente il sole
Ti scaldi e 'nfiori in questa parte e 'n quella.
E voi, sante, odorate, alme viole,
Che diede a Tirsi suo Fillide bella,
V'avrò sempre nel cor sacrate e sole.

38 - Se neve è questa che dal Ciel discende

Se neve è questa che dal Ciel discende
E 'n bianca falda a noi per grazia piove,
Ond'è tal possa e sì contrarie prove
Che, rimirando sol, i cori accende?
S'è bianco e duro marmo, che contende
Col pario istesso - o s'è più degno altrove -,
Com'è che ad impiagar l'alme si move
E molle ad or ad or si piega e stende?
Se puro avorio è ciò ch'a noi si mostra,
Ond'è 'l soave, qual d'Indi e Sabei,
Odro, ch'a l'aria d'ogni intorno spira?
Ma se la bianca mano è di colei,
Sì vera, unica donna a l'età nostra,
Cosa fra noi più rara occhio non mira.

39 - Di pari, Febo, con le tue volgea

Di pari, Febo, con le tue volgea
Il buon Alcippo al dur vomer le rote,
Sciogliendo accese fuor soavi note
Come colui che 'l bel Marato ardea:
"Deh, perché 'n te quella spietata e rea
Durezza il languir mio franger non pote
S'ogni altro sprezzo? Onde ancor si percote
Licida il volto, ch'io sì caro avea.
Licida, degli Euganei colli onore,
Nel cui sommo valor e pregio eccelso
Non men che 'n te sua forza il cielo adopra.
Che parlo? Quanto a l'umil fraga il gelso,
Ed al latte, dolce Ibla, il tuo liquore,
Tanto a Licida sei, Marato, sopra".

40 - Pastor, che d'Elicona e di Parnaso

Pastor, che d'Elicona e di Parnaso
Vagando per gli sacri ombrosi monti
Tua sete spegni a le più chiare fonti
Che fan di Poesia soave 'l vaso,
Che fai tu, forse piangi il tristo caso
Che fa a madonna i tuoi martir men conti?
O forse a lei, così lontan, racconti
Il duol che ti conduce inver l'occaso?
O, con più alta e più sonora tuba,
Le chiare, degne e sì famose lode
Del signor vostro e le vittorie canti?
Chiunque, o l'arme, o 'l duol, che 'l cor ti rode,
(Il duol che a te madonna Invidia ruba),
Detti, i' mi struggo in amorosi pianti.

41 - Fiumi, gorghi, torrenti e bei ruscelli

Fiumi, gorghi, torrenti e bei ruscelli,
Nascosti orrori solitari e queti,
Boschi selvaggi, inospiti e segreti,
D'erbe campi dipinti ed arboscelli,
Pastor leggiadri, inamorati e snelli,
Alte quercie nodose, lauri, abeti,
Fonti, ombre amiche, fior felici e lieti,
Aure fresche soavi e vaghi augelli,
Ninfe, che giù di poggio in poggio andate,
D'erbe tessendo ghirlandette e frondi
A' bei, crespi capei dorati e biondi,
Deh, se punto vi cal d'aver pietate
D'amorosa fatiche, state attenti
Ch'io vegno a partir vosco i miei lamenti.

42 - Il don che 'n ver di voi, madonna, envio

Il don che 'n ver di voi, madonna, envio,
L'armi mostra che m'han ferito e avinto,
Poi com'altro non brama il mio disio
Ch'esser da voi, come volete, vinto.
I legni sonno i strali del cor mio,
Il filo è 'l laccio con ch'Amor m'ha cinto,
Dentro la carta bianca ho quei legato
Acciò scrivete a me quel che v'è grato.

43 - Madonna a l'uscio venne di quel loco

Madonna a l'uscio venne di quel loco
U' sovente sfogar soglio il mio affanno,
E con la bianca man quell'aprì un poco,
Le luci alciando che languir mi fanno;
Seròllo poi, piena di festa e gioco,
Con nov'arte d'amor e novo inganno,
Però che mi mostrò, qual donna accorta,
Ch'ella d'ogni mio ben chiusa ha la porta.

44 - E sì grande il piacer che 'n me si serra

E sì grande il piacer che 'n me si serra
Che, dentro non capendo del mio petto,
Venir quanto più puote fuor procaccia;
Però venga chi i cuor chiude e disserra
E con il strale, ond'ho tanto diletto,
Apralo e uscir per la mia bocca il faccia.
Ma temo me non sfaccia,
Parlando, poscia soverchia dolcezza
Onde le rime ancor prego contempre
Acciò non mi distempre,
Che dir possa chi te, signor, non sprezza:
"Tal notte attender dee lieta e serena
Ch'ogn'altra bella gioia indietro mena".
S'alcun l'accesa face, la qual splende
Via più negli alti cor che 'n basso loco,
Nel volto acquetar pensa a lui più caro
E 'l legger piede presto presto stende,
A lui sovente scemar suole il foco
Vedendo cui di veder sempre è avaro.
Poi lei, ch'ogni suo amaro
Condir poteva e far lieve ogni oltraggio,
Non trovando, rimansi in quella parte
E l'ardor da sé parte
Stando in quel loco sul u' il chiaro raggio
De' begli occhi altre volte scorse intento:
Onde, come in ciel fosse, ivi è contento.
Or quando poi, da più benigne stelle
Accompagnato, mirar può il bel viso
Ov'ogni straccio dolcemente oblia,
Gli affanni in tutto allor da sé divelle,
In festa il duol mutando, il pianto in riso,
Né qua giù unqua più lieto esser porria.
Ma se, sua cortesia,
Le luci a lui volgendo oneste e accorte,
Madonna il ciglio a salutarlo move,
Dolcezza in sé tal piove,
Imaginando sua beata sorte,
Che non pur col pensier aguagliar lice
Non che dir quanto si trovi felice.
Mossa a la fin dal bel sembiante umano,
Da la cortese, angelica salute
Sovra il gelato cor fiamma d'ardire,
A l'alta donna, in atto umile e piano,
Racconta i martir suoi, a mezzo mute
Spesso restando le parole e 'l dire,
E se i coralli aprire
Vede, formar sentendo una parola,
Di gentilezza colma e di pietate
A chi l'aspre giornate
Soavi e quete far può al mondo sola,
Scacciati li dolor, li acerbi pianti,
Beato tiensi sopra gli altri amanti.
Se adunque, di sua donna dimorando
Nel dolce loco, un miserello amante
Contento vive e di ciò sol s'appaga;
E se, del volto l'aria rimirando
Col splendor di celesti stelle e sante,
Lieto sopporta l'amorosa piaga;
Se, quando più l'impiaga
L'ardente stral, udendo un de' suoi detti,
Ratto felice e beato diviene,
Quanto fia poi quel bene
Che tutti accolti ha in sé questi diletti?
E tal fu il mio, ond'io ringrazio Amore
Che in sì novi piacer già tenne il core.
Da lui guidato dentro al fido albergo
Trovaimi di madonna pur un giorno,
Anzi una notte del dì meno oscura,
Ove quel volto, in cui mirando aspergo
L'alma di gioia immensa, e quel adorno
Lume veder potea, ch'ogni altra cura,
Mostrandosi, a me fura,
Solo ristoro di mia pena e danno.
Ella dapoi, in atti ed in parole,
Assai più che non suole,
Pietosa fatta del mio lungo affanno
Tal che spesso dicea, pien d'alto zelo:
"Men di me liete son l'alme su in cielo!".
Or le traccie d'or fin, or quella fronte
Ove onestate tine suo maggior seggio,
Quando le perle e i bei rubini ardenti
Da stancar mille ingegni e lingue pronte,
Ed or quel petto in cui raccolto veggio
Grazia, virtù, leggiadri portamenti
Con gli occhi saldi e intenti
Contemplando men gìa, sì carco e pregno
Di letizia e piacer, in quello stato
Talora me beato
Facendo il parlar saggio, ornato e degno,
Che s'io per grazia ho un'altra notte tale
Di farmi spero al mio Signor eguale.
Canzon, se alcuno in fiamme
Amorose si trovi il qual si doglia,
Digli: "Se ben a morte ardendo vieni,
Non ti smarrir, sostieni,
Ch'ogni duro tormento ed ogni doglia
Con quante fur mai lagrime interrotte
Può ristorar il ben d'una sol notte".

45 - O caretta, dolcetta

O caretta, dolcetta
Amorosetta e bella,
Leggiadra e destra com'una capretta,
Gentil mia pastorella,
Che dal sinistro fianco
Con gl'occhi tratto m'hai la coratella,
Deh, vieni a me ch'io manco,
Viene che morto caio
Pensando al volto tuo rosseto e bianco,
Bianco più ch'un formaio,
E rosso com'un prato
In sul più bel fiorir d'un verde maio.
Né sia 'l tuo cuor ingrato
Al mio servir perfetto,
Non sia 'l tuo cuor sì crudo e dispietato.
Viene a me ch'io t'aspetto
Sol per donart'un bello
Nasciutto sanza piedi animaletto,
Ed un gentil augello
Che muore e torna in vita
Quando ha gittato fuor tutto il cervello.
Vieni a quel che t'invita,
Vieni alla mia capanna,
Ninfa leggiadra e dolce e colorita.
Ch'io ho di verde canna
Una bella sampogna
La quale è lunga assai più d'una spanna;
Se quella ti bisogna
Vienteni alla mia villa,
Ch'io te la donarò sanza menzogna.
Io ho presa un'anguilla
Ed holla nella tasca,
Che tutta per tuo amor guizza e favilla;
Se di man non ti casca
Te ne farò un presente,
Acciò la voglia tua di lei si pasca.
Ed ho continuamente
Nespole sanza l'ossa
Che chi ne guasta gran dolcezza sente.
Ho della fava rossa
Che fa, col latte puro,
Una mistura che le donne ingrossa.
Ed ho del vin maturo
Ch'ogni ninfa desia,
E del formaio tener e del duro.
Tutto voglio che sia,
Candida, al tuo comando
Con tutta quanta la mia masseria,
Pur ch'a me venghi quando i' te dimando.

46 - Dio capra e uomo e lana e corne, e voi

Dio capra e uomo e lana e corne, e voi,
Nove, intatte sorelle oneste e dive,
Che mai di grazie vi mostrasti schive,
Deh venitene a star un po' con noi!
Vi chiama Alcippo, Alcippo che di poi
Ch'a bocca poste s'ha le vostre pive
Risuonan tute l'antenoree rive,
E Titiro si sta a pascer boi.
Datemi un sì bel stil e tanta lena
Ch'io possi abbatter qui questa puttana
E cacciarti nel cul quel ziccolone.
Io dico a te, di lodovica vena,
D'amaro ragionar, lingua roffiana,
E cerre e seste zucca di melone.